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Luigi Morello, Presidente Iei «Altro che candidatura del Nord, l’espresso è dell’Italia tutta»

I due dossier arrivano sul tavolo del ministero dell'Agricoltura che un mese fa, il 31 marzo, convoca le parti e annuncia di essere disposto a portare davanti all'Unesco una sola candidatura. Che i due contendenti si mettessero d'accordo entro il primo di settembre

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Luigi Morello, Presidente dell'Istituto espresso italiano

MILANO – Il dibattito attorno alla (mancata) candidatura Unesco, sia per il dossier del rito del caffè espresso italiano tradizionale, sia per quello del caffè napoletano, non accenna a fermarsi. Anzi, la discussione si fa sempre più accesa, data la necessità di tornare uniti sotto una sola bandiera, quella italiana, per poter ritentare a ottenere l’ambito riconoscimento. A raccontare il suo punto di vista è Luigi Morello, presidente dell’Istituto nazionale espresso italiano, presidente del comitato scientifico del Consorzio di tutela del caffè espresso italiano tradizionale e manager per il Gruppo Cimbali. Dall’articolo di Micaela Cappellini su ilsole24ore.com.

Morello difende l’unità dell’espresso

I giornali americani l’hanno ribattezzata la disfida del caffè tra il Nord e il Sud d’Italia. O meglio tra gli industriali del Nord e il popolo del Mezzogiorno in cerca di riscatto. Che l’Italia è la patria dell’espresso lo sanno tutti. Ma chi è più patria degli altri? La disputa comincia nel 2016, quando il comitato “Comunità del rito del caffè espresso italiano”, che ha il quartier generale a Treviso, si mette a lavorare alla candidatura dell’espresso a patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Passano gli anni, e anche a Napoli viene la stessa idea: a presentare la candidatura questa volta è il raggruppamento “Cultura del caffè napoletano”.

I due dossier arrivano sul tavolo del ministero dell’Agricoltura che un mese fa, il 31 marzo, convoca le parti e annuncia di essere disposto a portare davanti all’Unesco una sola candidatura. Che i due contendenti si mettessero d’accordo entro il primo di settembre.

Ma chi c’è, dietro questi due comitati, che hanno cominciato obtorto collo a incontrarsi?

Quello nato a Treviso è frutto dell’intuizione di Giorgio Caballini di Sassoferrato, patron della torrefazione Dersut Caffè, che appunto ha sede in città. «Ma il ruolo di Treviso finisce qui! Altro che candidatura del Nord, questo è un raggruppamento per l’espresso dell’Italia intera, dal Brennero a Lampedusa», tuona Luigi Morello, che è manager del Gruppo Cimbali ma, in questo caso, è soprattutto il presidente del comitato scientifico del Consorzio di tutela del caffè espresso italiano tradizionale.

I suoi soci sono una trentina di aziende tra torrefattori e produttori di macchine per il caffè, da Danesi a Zambelli, dalla Cimbali a Cma Macchine. Più tutta una nutrita serie di associazioni: «C’è la Fipe – dice Morello – che rappresenta i pubblici esercizi di tutta l’Italia. C’è l’Istituto espresso italiano. E c’è il Comitato italiano del caffè, che tra i soci ha anche le più famose torrefazioni che risiedono in Campania, come Kimbo, Caffè Borbone, Passalacqua e Interkom».

E i grandi marchi del caffè made in Italy, come Lavazza o Illy? «Ci sono anche loro – spiega Morello

– non direttamente, ma partecipano in quanto membri delle associazioni che hanno aderito al consorzio. Posso assicurarle che rappresentiamo il 90% dei torrefattori di tutta Italia».

Questione risolta? No, a Napoli sono di tutt’altro avviso

«Il caffé è di Napoli per antonomasia. Non ho mai sentito parlare di caffè di Cagliari o di caffè di Treviso», dice Michele Sergio, ormai terza generazione alla guida del Gran Caffè Gambrinus. Un’istituzione, a Napoli: la sua famiglia lo gestisce dagli anni Settanta, ma il locale è stato fondato nel 1860 e per decenni è stato l’ombelico della vita mondana, culturale e politica della città. Il comitato “Cultura del caffè napoletano” è nato proprio tra le sue sale Liberty, per poi trovare proseliti tra i baristi e gli appassionati di caffé di tutta Napoli. Fino a raggiungere la Regione e il suo governatore, Vincenzo De Luca, che si è fatto portabandiera dell’iniziativa.

«Il ministero dell’Agricoltura ci ha detto che dobbiamo trovare un accordo – spiega Michele Sergio – ma questo per noi sarà possibile solo a patto che il caffè napoletano sia citato e abbia pari dignità dell’espresso italiano. Fabrizio De André, Pino Daniele, Domenico Modugno, quando cantavano il caffé, si riferivano a quello napoletano». I partenopei insomma non mollano: dopo il riconoscimento della pizza patrimonio dell’umanità, ora vogliono anche il caffè.

Nel 2020 il lockdown ha fatto contrarre il giro d’affari delle 800 torrefazioni italiane dell’8,6%, ma quella della tazzina è un business che ogni anno si aggira intorno ai 4 miliardi di euro. l’Unesco ha già riconosciuto come patrimonio dell’umanità il caffè turco e quello austriaco. «Sono sicuro che arriveremo presto a una candidatura unica e che sarà italiana – garantisce Morello – è importante che l’Italia ribadisca che l’espresso appartiene alla nostra cultura. Più che tra di noi, la vera battaglia è contro le catene globali come Starbucks, che portano in giro per il mondo il caffè in tutte le sue declinazioni: è soprattutto da loro che dobbiamo rimarcare la nostra differenza»