martedì 16 Agosto 2022

“Los Defensores del Cafè de Colombia”: il reportage sulle comunità colombiane

Alvaro Suarez Montoya, economista, attivista e divulgatore: “La politica economica neoliberale degli ultimi 30 anni in Colombia ha fatto sì che oggi il 50% dell’economia nazionale sia nelle mani di capitali stranieri, che ottengono grandi percentuali di guadagno sugli investimenti in territorio colombiano. Oggi in Colombia 4 sacchi su 5 di caffè destinato all’esportazione sono nelle mani di compagnie multinazionali straniere. Ne risulta che l’esportazione nazionale propria e indipendente è di appena 1 sacco di caffè su 5. Le ripercussioni sull’economia sono evidenti: Colombia si è trasformata in un paese neocoloniale, tributario all’interno dei massimi circuiti finanziari del grande capitale, e con una classe alta, impresariale e dirigente, che è socia dei grandi capitali finanziari stranieri.”

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MILANO – Il fotografo Giacomo Bruno è l’autore di “Los Defensores del Cafè de Colombia”, una serie fotografica risultato di un mese trascorso in alcune comunità di coltivatori di caffè nelle regioni di Caldas e Risaralda in Colombia nel novembre 2021. Durante il suo viaggio ha avuto modo di incontrare e intervistare coltivatori, economisti e giovani imprenditori al fine di ritrarre un quadro nitido dell’impatto dell’industria mondiale del caffè sui produttori locali. Riportiamo di seguito il frutto della sua ricerca insieme al corredo di una selezione di immagini.

La produzione di caffè in Colombia

MILANO – Il caffè, nelle sue 4 diverse varietà prodotte tra Asia, Africa e America Latina, è la bevanda più richiesta e consumata nel mondo, seconda solo ad acqua e tè. Fino al diciannovesimo secolo il fabbisogno mondiale del caffè era interamente soddisfatto dalle coltivazioni di Asia e Brasile, poi la diffusione in Asia di una piaga fungina che decimò le piantagioni, costrinse le grandi imprese internazionali del caffè a rifornirsi dalle sole piantagioni del Brasile.

colombia caffè
Colombia (credits by Giacomo Brunoro)

Di lì a poco il nuovo obiettivo di queste grandi imprese fu quello di incentivare la produzione del caffè in altre aree del Latino America, in particolare Messico, Costa Rica, Guatemala e Colombia.

In Colombia la produzione del caffè attecchì con particolare successo ed oggi rappresenta il principale prodotto agricolo e di esportazione, con 550.000 produttori in tutto il paese ed un totale di 900.000 ettari di terreno coltivato.

Le dinamiche del mercato

Ma quali dinamiche regolano questo mercato mondiale e che impatto hanno sui suoi produttori diretti oggi?

I fattori che influenzano questo mercato, infatti, sono climatici, sociali, ma soprattutto economici e spesso a pagare per primi le conseguenze di queste variabili sono i campesinos, le cui mani scrupolose e consumate danno vita alla materia prima, i grani freschi del caffè, ma che rimangono gli ultimi in ordine percentuale a trarre riconoscimento e guadagno in proporzione alla enorme fetta di mercato che il caffè genera nell’economia mondiale.

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Un coltivatore colombiano (credits by Giacomo Bruno)

Per capire la complessità dell’argomento ho incontrato e intervistato il massimo conoscitore del tema in Colombia: l’economista, attivista e divulgatore Alvaro Suarez Montoya il quale ci racconta come “la politica economica neoliberale degli ultimi 30 anni in Colombia ha fatto sì che oggi il 50% dell’economia nazionale sia nelle mani di capitali stranieri, che ottengono grandi percentuali di guadagno sugli investimenti in territorio colombiano.”

Nel mercato del caffè le percentuali non fanno eccezione: “Oggi in Colombia 4 sacchi su 5 di caffè destinato all’esportazione sono nelle mani di compagnie multinazionali straniere. Ne risulta che l’esportazione nazionale propria e indipendente è di appena 1 sacco di caffè su 5.

Le ripercussioni sull’economia sono evidenti: Colombia si è trasformata in un paese neocoloniale, tributario all’interno dei massimi circuiti finanziari del grande capitale, e con una classe alta, impresariale e dirigente, che è socia dei grandi capitali finanziari stranieri.”

La politica economica

Le ragioni di come si sia giunti a questo punto risiedono nel passato del paese, a quando gli imprenditori colombiani che per primi si dedicarono alla coltivazione ed alla esportazione del caffè per il mercato internazionale, si resero conto di non avere sufficiente produttività per riuscire a finanziare per intero il processo, dalla raccolta alla trasformazione, fino alla consegna nei porti di destinazione finale, in Europa o Stati Uniti.

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Una coltivatrice colombiana al lavoro (credits by Giacomo Bruno)

Da lì a pochi anni, questi imprenditori nazionali finirono in bancarotta e furono inevitabilmente soppiantati da agenti intermediari delle grandi case commerciali straniere.

Oggi a giocare un ruolo fondamentale di tutela dei produttori colombiani, anche se in esigua percentuale, è ancora la cosiddetta Federazione Nazionale dei Cafeteros, un’istituzione nata nel 1927 da quegli stessi imprenditori ed esportatori nazionali in bancarotta che decisero di riunirsi e fare forza comune.

L’obiettivo principale di questa associazione era creare una branca nazionale del governo dedicata all’esportazione, in diretta competizione con le multinazionali straniere, che in più garantisse, grazie a un fondo economico proprio, di poter intervenire nei casi di maggior produttività rispetto alla domanda, assicurando ai produttori locali maggiori guadagni e maggiore sicurezza.

I principi del caffè in Colombia

Infatti questo fondo accumulava denaro quando i prezzi di mercato erano maggiori del costo di produzione, oppure sosteneva economicamente i produttori quando i prezzi nel mercato internazionale non garantivano ai produttori di coprire i costi e ricavare utili.

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Un coltivatore di caffè a riposo (credits by Giacomo Bruno)

Oggi, nonostante la federazione si mantenga in vita sugli stessi presupposti e principi fondanti, rimane marginalizzata a un 20% delle esportazioni internazionali del caffè colombiano. Il restante 80% rimane nelle mani di grandi multinazionali.

Nonostante possa apparire come un corpo estraneo in un’economia di libero mercato, la Federazione Nazionale dei Cafeteros mantiene un ruolo fondamentale di protezione e intervenzione del mercato.

Questo perché la struttura di produttività del caffè ha uno svantaggio iniziale fortissimo in Colombia, per la natura geologica delle sue coltivazioni: l’85% dei 550.000 produttori possiede e coltiva meno di 5 ettari, in terreni impervi e scoscesi che rendono impossibile la raccolta meccanizzata e che infatti, tradizionalmente, è “pick to pick”: chicco a chicco.

La Federazione Nazionale dei Cafeteros

“Se in questo mercato di domanda del caffè, dove la produzione supera in quantità il consumo nel mercato, venisse meno per i produttori colombiani quella che si definisce la garanzia di acquisto, di cui la Federazione da sempre è garante, i produttori resterebbero in una inevitabile posizione di svantaggio, alla mercè di 4 o 5 potenti multinazionali, e alle loro condizioni, tutte evidentemente a loro vantaggio”

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Il trasporto dei sacchi di caffè (credits by Giacomo Bruno)

.Ciò nonostante sembra inevitabile l’epilogo previsto da Aurelio Suarez Montoya e cioè che il futuro riserverà quello che in economia si definisce un oligopsonio: un numero limitatissimo di acquirenti, molti dei quali già vincolati a fondi di capitali stranieri con speculazioni azionistiche in borsa.

La domanda a questo punto è cosa è necessario perché siano difesi e tutelati quelli che in fin dei conti sono i veri e soli protagonisti del caffè, i campesinos colombiani?

Una fissazione del prezzo

“Molte cose gioverebbero, in primis un fair trade, un commercio limpido e trasparente e non un oligopsonio con prezzi al ribasso. Bisognerebbe tornare a un sistema di fissazione del prezzo.

Garantire un prezzo fisso, che non sia volatile, in balia di circostanze imprevedibili, dei cambiamenti climatici o ad esempio della svalutazione del dollaro.

Bisognerebbe pagare ai campesinos il caffè in maniera equa: costo di produzione più tassa di guadagno. Si parla di ristabilire un equilibrio con i paesi poveri del mondo.

I campesinos cafeteros colombiani hanno bisogno di introiti per poter garantire una produzione stabile e soprattutto sostenibile.”

Nuovi accordi commerciali per la Colombia

“Impensabile continuare a concepire un mondo dove la qualità della vita di un contadino mini fondista in una cordigliera colombiana sia vincolato alla speculazione in Wall Street moltiplicata per la speculazione doppia per la tassa di cambio della moneta.

È urgente ristabilire un patto di quote internazionali e imporre nuovi accordi commerciali che tengano conto anche del cambiamento climatico, della giustizia sociale e della disuguaglianza mondiale.

E che i benefici di questi accordi siano giustamente ripartiti tra i produttori e non si perdano più tra intermediari stranieri e burocrazie farraginose delle istituzioni.

Vale la pena ricordare che il mercato del caffè in grano vale nel mondo oltre 20 mila milioni di dollari, e che quello in tazza vale almeno 200 mila milioni di dollari, o forse più.

È urgente che i consumatori nel mondo pretendano dai propri governi e in prima persona che siano ripagati i debiti con i paesi poveri del mondo che producono beni di consumo quotidiano per il primo mondo, accumulando debiti da oltre un secolo.”

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Un bambino colombiano tra le piantagioni di caffè (credits by Giacomo Bruno)

Dietro ad ogni tazza di caffè che consumiamo ogni giorno c’è il sacrificio e l’impegno di migliaia di famiglie, di moltissime donne e uomini, a cui dobbiamo riconoscere il giusto valore, e non permettere più che siano da soli, contro tutto e tutti, a difendere la qualità del caffè colombiano.

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