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Jessica Sartiani: “La mia prima tazzina di espresso? Era rossa. Come la passione per il caffè”

jessica sartiani

MILANO – Jessica Sartiani è un melange di culture: suo padre è fiorentino e sua madre per metà filippina e per metà afroamericana. E proprio dalle sue origini parte il suo percorso come donna del caffè. Una ragazza che negli si è distinta in diverse occasioni, in primis durante il terzo Gran Prix Profili di Pressione de La Marzocco. Quando si è distinta al primo posto per la sua abilità nella preparazione espresso. Ma poi è anche un’operatrice formata e attenta alle recenti sotto culture del caffè, come la nuova onda dello specialty coffee. Non è un caso quindi, che abbia iniziato a lavorare e a formare il suo gusto, in una delle caffetterie che sono state pioniere di questo prodotto selezionato: Ditta Artigianale.

Jessica Sartiani: il caffè per lei, che cos’è?

“Il mio primo approccio con il caffè lo devo a mio padre. Perché, ogni mattina, la casa si riempiva dell’odore della moka. Così, fin da piccola, osservavo mio padre bersi un ingente quantità di caffè.

Non vedevo l’ora di essere abbastanza grande per poter bere anche io una tazza di caffè. Così da provare quella sensazione di soddisfazione che vedevo sempre sul suo volto!

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Ricorderò sempre la mia prima tazza: una rossa che adesso associo al colore della passione per questo lavoro.”

Potrebbe descrivere il suo mestiere?

“Il mio mestiere di barista lo intendo un po’ come una missione. Perché lo è di sicuro il creare legami e delle condivisioni tramite una tazzina. Ma, soprattutto, lo è divulgare  tutto il lavoro che si trova dietro a questa magica bevanda. Ricordando alle persone che il caffè può essere un rito magico e non solo la carica di caffeina che ti sveglia al mattino.”

Quando ha deciso che il caffè, la cultura del caffè avrebbe potuto essere la sua strada professionale

“E’ successo quando sono entrata per la prima volta in una torrefazione. Lì ho capito di non sapere niente di caffè! Quindi mi sono messa a studiare. Ho cercato di capire a fondo le differenze tra le varie origini e i processi di lavorazione, spazi tra diversi paesi. Da lì ho capito che si poteva viaggiare tramite una tazza. Per me è diventata una specie di “tappeto magico” in grado di unire persone distanti chilometri e che permette a noi baristi di poter dare una mano ai produttori dei paesi di origine. Come potevo non innamorarmene?”

E’ stata solo una scelta lavorativa oppure di vita?

E’ stata una scelta lavorativa che mi ha cambiato la vita! Poter lavorare con la propria passione è una grande fortuna. Per questo sarò sempre grata verso tutte le persone che ho incontrato nella mia strada e che hanno avuto fiducia nelle mie capacità.”

C’è stato un episodio particolare in cui ha pensato di non farcela e perché?

“Purtroppo sì. Ci sono stati tanti episodi in cui pensavo di non farcela. Ad esempio, l’anno prima di lavorare in Ditta Artigianale ero in disoccupazione e ho provato a farmi le ossa in alcune caffetterie. Ancora avevo tanto da imparare ma conoscevo già le basi per fare un buon espresso e un cappuccino.

E’ stato in uno di questi posti che mi sono permessa di dire che il latte non andava montato più volte e che, per un buon espresso, pulire il filtro tra un estrazione e l’altra avrebbe dato un risultato migliore. Mi hanno riso in faccia e il mio periodo di prova si è concluso quel giorno.

In un altro posto invece, nel quale si vendevano diverse miscele, la proprietaria si irrigidì molto di fronte a delle mie domande specifiche sulla composizione delle miscele. Inoltre, insisteva sul fatto che non dovessi fare latte art nei cappuccini perché gli altri non erano in grado di farlo. Insomma, dopo una settimana appena, mi spostarono in cucina a fare i panini.

Un altro mi disse “cavolo! Sei brava e il cappuccino è ottimo. In più, sai muoverti dietro al banco! Peccato per tutti quei tatuaggi “. (Ancora gli hipster non esistevano. Invece io ho un background molto punk e non ho mai pensato di nasconderlo). In ogni caso, sono andata avanti per la mia strada. Piangendo magari, ma ho addirittura preferito fare panini o la cameriera piuttosto che fare male il lavoro di barista.”

Che cosa direbbe a quella se stessa del passata, in difficoltà?

“Direi quello che mi dico adesso nei momenti bui. Ovvero che, è solo passando dal buio, che potrai goderti e apprezzare veramente il sole. I momenti di difficoltà ci saranno sempre, ma tutto sommato siamo fortunati. Nel senso che, se la vita fosse una passeggiata non riusciremmo mai a sentirci appagati quando tagliamo un traguardo.”

E invece, alle giovani donne che vogliono essere protagoniste nel settore del caffè?

“Alle nuove leve del mondo del caffè dico di mettersi alla prova. Di affrontare la paura, perché non c’è niente da perdere ma solo da guadagnare! Non pensate mai di essere arrivate. Anzi, superate sempre i vostri limiti, ascoltate le persone…e soprattutto sempre con il cuore e mai con l’arroganza.”

Descriverebbe la sua giornata tipo?

“Ultimamente non ho una vera e propria giornata tipo. Ma posso raccontarvi quella di oggi. Partenza con la sveglia alle 7:30, primo caffè con la Moka ( il primo amore non si scorda mai). Poi inizio a stilare una lista, perché credo sia utile prefissare dei piccoli obiettivi durante la giornata. Leggo le mail e le notizie da Internet sul mondo del caffè. A questo punto il server di v60 é già finito.”

Alle 10 poi, arrivo in torrefazione dal mio amico Lucian (D612 coffee roasters). Insieme, se ci sono, assaggiamo le nuove tostate e dei nuovi sample. Assaggiamo,discutiamo, assaggiamo e discutiamo.

Diciamo che tra cupping, prove di espresso e filtro, la mattinata se ne è già andata. Nel pomeriggio organizzo i prossimi eventi a cui parteciperò. Spesso si tratta di workshop o di corsi che organizzo insieme a Lucian o alla mia amica Virginia per la sua associazione.Comunque cerco sempre il modo di poter stare a contatto con la gente per parlare di caffè.

Nel mio tempo libero invece, mi dedico un po’ allo yoga (fenomenale per aiutare la concentrazione). Poi magari una corsa  e un po’ di lettura: il miglior alimento per la mente!”

Pensa che, all’interno del suo ambito professionale, sia stato più difficile come donna, affermarsi?

“Spesso le donne non vengono considerate al pari degli uomini. Posso menzionare un episodio molto recente. Dovevo fare un piccolo training a due ragazzi in una caffetteria,dietro al banco c’eravamo io e il mio collega. Entra il primo ragazzo, lo saluto e lui mi risponde con un sorriso di cortesia. Poi va diretto dal mio collega dicendo “Ciao,buongiorno piacere!sono qui per il training. Sei tu che mi devi insegnare?”

Appena il mio collega ha indicato me come la trainer il ragazzo si è imbarazzato molto. La stessa scena è avvenuta con il secondo ragazzo. Anni fa me la sarei presa da morire ma adesso mi viene da ridere di fronte a queste scene. Che dire, stringiamo i denti a testa alta!”

Come ha visto evolversi il settore del caffè nel suo ambito specifico professionale?

“Il mondo del caffè è in continua evoluzione. Infatti, le cose si stanno muovendo e quello che spero per il futuro è, che col tempo saremmo in grado di cambiare il mercato del caffè dando più consapevolezza al consumatore finale.

Come intende la giornata internazionale del caffè? (come ha festeggiato)

“Posso essere sincera? Vorrei che fosse sempre la giornata internazionale del caffè! Celebrando così questo prodotto e tutte le persone che fanno parte della filiera.”

Qual è il tocco femminile che aggiunge qualcosa in più al suo lavoro?

“Non credo ci sia differenza tra tocco femminile o maschile. Quello che vorrei vedere di più è il tocco umano. Ovvero condividere le proprie idee e conoscenze sul caffè senza mai perdere il fattore umano. Credo che sia un dovere per chi lavora in questo settore.”