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Ima: il colosso del packaging ha raddoppiato in tre anni il valore in Borsa

fusione Ima e Gima
Alberto Vacchi, presidente e ad di Ima

MILANO — In uno dei suoi numeri, Milano Finanza ha dedicato la sua copertina alle «Frecce tricolori», le imprese italiane capaci di crescere più della media europea. Si tratta di quelle aziende del made in Italy, tra le quali c’è Ima, di cui più volte abbiamo scritto negli ultimi anni, che hanno saputo attraversare la crisi diventando «più tedesche dei tedeschi».

Nonostante l’euro forte, un sistema paese fragile e una pubblica amministrazione non efficiente, l’economia italiana ha saputo produrre tante realtà sempre più competitive nel contesto globale.

Le super imprese italiane

Export-driven e attente ai miglioramenti della produttività come lo sanno essere le migliori aziende di successo, ora questo cluster di super imprese italiane di successo rappresentano la parte più preziosa del pil.

Quella dove si produce il migliore valore aggiunto e le vere basi imponibili necessarie per finanziare il welfare.

Prima tappa Bologna

Il viaggio parte da Bologna, sede dell’Ima l’azienda leader nei macchinari per il packaging.

Solo tre anni fa il titolo in borsa valeva circa 40 euro. Cioè la metà degli 84 euro attuali. A testimonianza di quanto siano cresciuti il fatturato e i volumi della società.

Tramite acquisizioni e una innovativa rete di contratti di fornitura, finanziamento e partecipazione nel corso degli anni, Ima ha saputo sviluppare un modello di crescita in rete, aggregando competenze e capacità produttiva anche presente in altre aziende del comparto.

Lo ha fatto con una visione di lungo periodo, come mi ha spiegato qualche tempo fa l’imprenditore a cui si deve questo successo, Alberto Vacchi, e puntando a sfruttare tutti i punti di forza del gruppo.

Posizione di vantaggio

E con la rivoluzione digitale già ampiamente iniziata, Ima si ritrova con una invidiabile posizione di vantaggio nel suo business di riferimento a livello mondiale.

Sulla carta, produce e vende ancora impianti fisici per l’impacchettamento dei farmaci o delle bustine per tisane e thé. Ma nella realtà, è già una realtà molto più simile ad Apple che a una tradizionale impresa manifatturiera.

Un nuovo centro operativo digitale

Tra qualche anno, solo qualche chilometro fuori Bologna, sorgerà, molto realisticamente, il centro operativo digitale di Ima. Che sarà incaricato di monitorare lo stato di funzionamento e di salute delle migliaia di diversi macchinari intelligenti in servizio nei cinque continenti.

Analogamente a come lavora Apple o Microsoft, da questo centro partiranno aggiornamenti software. Da distribuire ai singoli impianti produttivi per aggiornarli e migliorarne. Sfruttando i big data, efficienza e produttività. Fisico e digitale saranno il dna della manifattura di domani. Il fisico servirà per fare fatturato, il digitale per fare margini. Ima ha le carte in regola per vincere anche questa sfida.

Edoardo Narduzzi