Home Notizie Interviste Gramellini&#8...

Gramellini”Caffè con la C grande è luogo di ritrovo per eccellenza”

"Il rito è cambiato, ma il Covid non c’entra niente. C’entra che ho un bambino di due anni che adesso la mattina mi prepara il caffè. Quando vede che ho finito di mangiare, Tommaso mi corre incontro e dice: “Patè, papà”. Allora lo prendo in braccio e lo porta fino alla macchinetta del caffè, dove lui si diverte un mondo a infilare la cialda nel buco, a schiacciare il tastino e soprattutto a osservare il liquido nero (lui dice “neo”) che scende dentro la tazzina."

gramellini
Massimo Gramellini

MILANO – Massimo  Gramellini, firma per il Corriere della Sera di cui è vice direttore, figura televisiva e commentatore attento dell’attualità, è approdato ultimamente su queste pagine con il suo libro sull’esperienza del lockdown e ora ci ritorna in prima persona. Non poteva mancare uno scambio diretto con chi ha creato uno spazio virtuale quotidiano, legato nel nome al caffè. Ecco dunque l’intervista al giornalista.

Gramellini, con una rubrica come la sua, la domanda è obbligatoria: che cos’è per lei il caffè?

“Un rito che si beve al mattino, ma che si scrive a tarda sera…”

Questa frequentazione quotidiana con il tema l’ha portata ad approfondire la cultura del caffè?
“Quello con la C maiuscola. Il Caffè è il luogo di ritrovo per eccellenza ed è anche il nome della rivista settecentesca fondata a Milano dai fratelli Verri su cui scriveva, tra gli altri, Cesare Beccaria. Un faro di civiltà.”

Moka a casa, o al bancone del bar o al distributore automatico?
“Sono un cialda-dipendente. La moka ormai mi piace solo nel caffellatte.”

Solo espresso o anche qualche estrazione alternativa?
“Solo espresso. Ne bevo tre al giorno. Uno alla fine della colazione, un altro a metà mattina e l’ultimo dopo pranzo.”

E con il Covid cos’è cambiato per lei e questo rito quotidiano?

“E’ cambiato, ma il Covid non c’entra niente. C’entra che ho un bambino di due anni che adesso la mattina mi prepara il caffè. Quando vede che ho finito di mangiare, Tommaso mi corre incontro e dice: “Patè, papà”. Allora lo prendo in braccio e lo porto fino alla macchinetta del caffè, dove lui si diverte un mondo a infilare la cialda nel buco, a schiacciare il tastino e soprattutto a osservare il liquido nero (lui dice “neo”) che
scende dentro la tazzina.”

A proposito della pandemia, lei ha scritto un libro a riguardo, dove c’è anche una moka gialla: ce ne parla un po’?

“Nel mio romanzo “C’era una volta adesso” c’è un bambino di nove anni che racconta i mesi del lockdown, quando fu costretto a chiudersi in casa con una persona che fin lì aveva sempre detestato: suo padre. Mattia è cresciuto solo con la madre e il simbolo di quella condizione era la moka piccola che la mamma usava ogni giorno. La mattina in cui ritrova sul gas la moka gialla formato famiglia capisce che qualcosa è cambiato, e all’inizio la novità non gli piace per niente…”

Ma il caffè è un buon carburante per la scrittura? 
“Penso di sì, anche se mi manca la controprova: non ho mai scritto senza!”

Gramellini, come ha vissuto il primo lockdown e adesso le nuove restrizioni?

“Scrivere un romanzo ambientato nel presente, ma con lo sguardo di un bambino, mi ha aiutato molto a domare l’ansia e a incanalare l’inquietudine. Mi adeguo, ma io sono un privilegiato. Faccio un lavoro che mi piace e ho potuto continuare a svolgerlo anche durante la pandemia. Tante altre persone no, purtroppo.”

Gramellini, cosa pensa sia cambiato, cosa cambierà e cosa tornerà come prima?

“La rivoluzione digitale ha subito una clamorosa accelerazione. Spero che torneremo presto ad abbracciarci, ma credo che il “virtuale” resterà al centro della nostra vita anche dopo.”

Cos’è la cosa che le manca di più del mondo senza virus?

“In questi giorni di promozione del libro “a distanza” sulle piattaforme digitali, mi manca il contatto fisico con i lettori: le presentazioni, le strette di mano, il rito del firmacopie, persino i selfie…”