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A Napoli, il caffè non è solo una bevanda, e vale anche una “guerra per la tazzina”

I bar protagonisti di questo scontro che passò alla storia, arrivando sino a noi nel 2020, furono il Caffè d’Europa, di Raffele e Mariano Vacca, e quello che all’epoca era denominato “Gran Caffè” o “Caffè dalle sette porte”

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Gran Caffè Gambrinus a Napoli

NAPOLI – Il rito del caffè ha attraversato la storia dell’Italia, attraverso i locali che hanno ospitato i protagonisti politici, sociali, culturali del Paese. Luoghi in cui questa bevanda ha cambiato aspetto, forma, ma non ha mai abbandonato la sua caratteristica forza e passione in chi lo prepara, in chi lo serve e in chi lo beve. Ci sono stati dei periodi particolari in cui le caffetterie come il Gambrinus di Napoli, hanno persino fatto la “guerra” per la tazzina. Scopriamo di che si tratta, dall’articolo di Elvira La Rocca su ilgazzettinovesuviano.com.

Gambrinus scende in guerra

A fungere da distrazione in uno dei periodi storici più contraddittori di Napoli, fu la “guerra dai caffè”. Fra il 1885 ed il 1886 infatti, la grave ondata di colera causò più di ottomila morti, e ne contagiò circa il doppio; tale tragedia parve non colpire alcuni gruppi appartenenti ai quartieri più facoltosi che, inclini a gettarsi alle spalle tutti i disagi legati alla crisi, continuarono a focalizzarsi su questioni più superficiali.

I bar protagonisti di questo scontro furono il Caffè d’Europa, di Raffele e Mariano Vacca, e quello che ora conosciamo come Gambrinus (all’epoca denominato “Gran Caffè” o “Caffè dalle sette porte” per i sette ingressi che affacciavano su tre vie diverse) fondato nel 1860 dall’imprenditore Vincenzo Apuzzo.

Il primo era frequentato da clienti di prestigio e ciò rese la competizione estremamente tesa

Non è ancora chiara la natura e l’origine della contesa fra i fratelli Vacca e Apuzzo, si sa solo che entrambi erano pronti a sottrarre la clientela al proprio concorrente; il secondo riuscì per primo nell’impresa, aggiudicandosi la manche iniziale dell’incontro investendo nei più esperti gelatieri e pasticcieri e in costosa pubblicità, organizzando feste e ingaggiando sponsor.

Questa sete di vittoria, però, fu ben presto la sua rovina; l’eccessivo sperpero di denaro, con la crisi del colera alle porte, si rivelò fatale e lo costrinse alla chiusura nel 1885.

La vittoria dei fratelli fu doppia quando, don Raffaele acquisì il locale del suo ex nemico, affidò i lavori all’architetto Antonio Curri, e cambiò il nome in Gambrinus

In onore del re fiammingo, inventore della birra, Jan Primus. Il suo spirito innovativo portò ad introdurre in aggiunta la consumazione di birra, idea che spopolò ben presto e costrinse molti dei suoi concorrenti a chiudere. Il Gambrinus raggiunse il suo periodo di frequentatori più illustri durante la Belle Epoque; ascesa che continuò nel pieno della spensieratezza fino alla chiusura improvvisa del 5 agosto del 1938. Troppo “rumore” generato in tempi in cui il solo asservimento poteva essere concepito dal regime fascista.

Il silenzio durò fino agli anni Settanta, quando l’esercizio riaprì grazie all’imprenditore Michele Sergio; l’eredità gestionale fu lasciata ai figli Antonio e Arturo che, in onore dell’enorme bagaglio storico del Gran Caffè, hanno ripristinato il locale nella forma e nell’animo, reintroducendo la tradizione del “caffè sospeso” (una tazzina di caffè offerta a chi non può permetterselo), emblema della solidarietà napoletana.