Home Cacao & Cioccolato Daniele Ferre...

Daniele Ferrero con Venchi alla conquista del Giappone a colpi di cioccolato

Daniele Ferrero
Daniele Ferrero (foto di Giuseppe Biancofiore)

MILANO – Un’altra storia per il cognome Ferrero, comunque sempre legato a una materia prima importante, il cioccolato. Stavolta però si parla di un marchio collegato a Daniele Ferrero e quindi, di Venchi. Il primo azionista nonché amministratore delegato dell’azienda cuneese continua il suo percorso ambizioso di crescita della Venchi di Castelletto Stura a livello globale. Leggiamo quindi quali sono i suoi obiettivi futuri, dal Corriere.it, nell’intervista condotta da Alessandra Puato.

Daniele Ferrero e il suo bisogno di ono

Un primo importante traguardo. «Diventare leader nel cioccolato nel mondo, una bandiera del made in Italy». Un’azienda da battere, Godiva: «È passata da 500 milioni a un miliardo di dollari di ricavi in dieci anni. Se ce l’hanno fatta i belgi, perché non possiamo riuscirci noi? Abbiamo anche il gelato, che loro non hanno».

E un cruccio, però: «Non si parla più di crescita. La classe dirigente italiana non vi ambisce, molti politici hanno poco appetito di rischio. Ci si accontenta, si è molto conservativi. Bisogna cambiare».

FOODNESS
CARTE DOZIO

L’«altro Ferrero» — nessuna parentela con la famiglia di Alba

Ha un fratello a Parigi, tre figli di 17, 16 e 11 anni, un master in Economia a Cambridge e uno all’Insead. Oltre ai classici russi, dice, legge «romanzi trash e giallisti americani, libri di economia comportamentale». Il padre Mario lavorava in Dow Chemical, la madre Giusy era casalinga. «Volevo fare l’imprenditore a tutti i costi», dice.

Avete appena dichiarato per il 2018 un giro d’affari di 90,5 milioni, in aumento del 14% dal 2017

È triplicato in otto anni. Ma miravate ai 100 milioni, non li avete raggiunti…

«Abbiamo centrato l’obiettivo del margine operativo lordo al 24% dei ricavi. I debiti netti sono scesi da 13 a 10 milioni. Ma ad arrivare a 100 milioni non ce l’abbiamo fatta, è vero».

Perché?

«Abbiamo rallentato in modo abbastanza vistoso proprio sull’Italia, che vale quasi il 60% del giro d’affari. Nel secondo semestre la crescita si è dimezzata: +2% dal +5% dei primi sei mesi. Da imprenditore avverto un clima generale di sfiducia.

Abbiamo per clienti tante piccole e medie imprese, vendiamo a 8 mila pasticcerie di alta gamma, a torrefazioni, enoteche. Ci hanno trasmesso una frenata. Inoltre c’è stato un settembre molto caldo, la stagione del cioccolato è partita in ritardo. Ma ovunque, non solo qui».

Quanti negozi avete?

«Sono 103. Il centesimo è stato aperto a New York in novembre e l’ultimo il 10 gennaio a Venezia. È il 46mo in Italia, la dimostrazione che nonostante il focus sull’Asia e l’apertura in grande stile del mercato americano continuiamo a puntare massicciamente sul mercato domestico».

Lei si dichiarò positivo sul patent box

La riduzione d’imposta sugli utili dei diritti di proprietà intellettuale sui brevetti, introdotta dal governo Renzi. Questo governo non l’ha cancellato. È soddisfatto?

«Su quel piano sì, e anche sul rinnovate supporto all’industria 4.0. Ma la manovra 2019 non è pro-business. Come non lo sono gli annunci sulle chiusure domenicali e l’arretramento sul jobs act. Quando viene annunciata la chiusura di domenica nei centri commerciali la prima cosa che fai, se ti chiami Venchi, è non aprire più punti vendita lì.

Noi facciamo un quarto degli affari in Italia la domenica. La gente, alla domenica, vuole gelati, caffè, cioccolato. Se fossero esonerati dal provvedimento i centri turistici, sarebbe forse meno disastroso. Altrimenti possiamo perdere fino al 10% dei nostri ricavi nel Paese».

Che piani di espansione avete?

«Il 2019 sarà il nostro anno di svolta. Abbiamo chiuso nel 2018 due accordi di sviluppo importanti, uno con l’Indonesia e l’altro in Giappone. La joint venture con Mitsui per aprire 40 negozi monomarca. Quest’anno s’inizia a lavorare. È un piano in tre mosse».

Quali?

«Primo: con l’ingresso in Giappone e Indonesia diventiamo un operatore panasiatico e non solo cinese. Gli asiatici amano sempre di più il cioccolato, soprattutto freddo. Ma sono consumatori diversi fra loro, non si può dare a tutti lo stesso prodotto. Il secondo obiettivo è espanderci in Cina. Pesa il 15% sul nostro fatturato, siamo già fortissimi sul gelato.

Da qui a un anno contiamo di salire da 24 a 30-32 negozi, la Cina diventerà il nostro vero secondo mercato. La terza mossa è iniziare a crescere negli Stati Uniti. Dopo l’apertura iconica del negozio in Union Square, lo scorso novembre, abbiamo tre negozi, più i sei corner nella partnership con Eataly. Contiamo di aprire almeno un paio di punti vendita quest’anno».

Avete appena compiuto 140 anni. Resterete un’azienda privata, aprirete il capitale? Vi quoterete?

«Riceviamo da tempo una proposta d’acquisto a settimana, anche se negli ultimi cinque mesi si è fermato quasi tutto sulle aziende italiane, silenzio assoluto. Ma no, il nostro assetto non cambia. Non eravamo e non siamo in vendita. E per la Borsa c’è tempo.

Molti imprenditori che si sono quotati negli ultimi 18 mesi non sono felicissimi, i titoli di diverse aziende medie hanno perso il 30%. I dipendenti vanno rassicurati, se sei un’azienda quotata e vedono che il titolo crolla, si spaventano, anche se vai bene».

Assumerete, farete acquisizioni?

«Continuiamo ad assumere, sì. L’obiettivo è aumentare i ricavi del 15-20% quest’anno, ma per via organica. Il nostro modello è basato su un solo marchio, un’acquisizione non farebbe che distrarre energie e risorse. Allo stesso modo non possiamo cercare una crescita a doppia cifra in Italia, vorrebbe dire snaturare il posizionamento, massificare. Dovremmo aggiungere conservanti ed esaltatori di sapore per dare vita più lunga al prodotto».

C’è ancora spazio per le multinazionali tascabili? Vi sentite così?

«Siamo ancora troppo piccoli. Ma sì, lo spazio c’è, se si cerca la crescita. È questo il punto, non bisogna accontentarsi mai. Il nostro grande concorrente fuori dall’Italia è la Godiva, che ha raddoppiato a un miliardo di dollari il giro d’affari in dieci anni. A dimostrazione di quanto potenziale c’è.

Solo in Giappone hanno 200 negozi e ciascuno fattura un milione di dollari ciascuno. Noi ne abbiamo di strada da fare, ma sul lungo periodo può essere quello l’obiettivo. La nostra ambizione è diventare la Godiva italiana».

E come pensate di scalzare Godiva che è grande dieci volte più di voi? Peraltro ormai è dei turchi

«Abbiamo il gelato, che loro non hanno. E poi il dolce italiano ha tutte le potenzialità per diventare un simbolo del Paese».

Carta segreta?

«Proprio i gelati. In Asia li amano e questo ci differenzia dai concorrenti che fanno solo cioccolato. Così poi copriamo tutte le nazionalità. E generano tanto traffico sui punti vendita».