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Così il cambio del clima provoca la scomparsa del caffè

La BBC, la radiotelevisione pubblica britannica, riferisce che i coltivatori di caffé sono in allarme: il riscaldamento globale sta danneggiando pesantemente le piante con una temperatura sempre più alta e una quantità eccessiva di piogge, tanto che secondo gli esperti entro il 2050 saranno dimezzati i terreni dedicati alla coltura del caffé di qualità Arabica - che rappresenta il 70% del caffé prodotto nel mondo

cambio climatico

MILANO – Un lungo reportage della Bbc riassume la grossa preoccupazione planetaria: oggi vengono bevute 2 miliardi di tazzine di caffè al giorno, un ritmo che presto diventerà insostenibile per la scarsità di chicchi.

La TV britannica cita i dati provenienti dalle colture dell’America Centrale, dove nel 2013 un’epidemia di parassiti ha fatto calare il raccolto del 20%, e anche questo è legato al global warming: la siccità è sempre più insistente e aiuta la proliferazione di insetti che attaccano le piante.

In Tanzania, invece, negli ultimi 50 anni ogni ettaro ha prodotto sempre meno caffè: dai 500 chili ai 300, e questo per il riscaldamento globale.

Dal Messico all’Uganda al Vietnam, i luoghi dove tradizionalmente viene coltivato il caffè che arriva nelle nostre tazzine, così spiegano che negli ultimi anni le colture fioriscono meno a causa di una più profonda escursione termica oppure i fiori cadono prima di diventare frutti a causa del clima più caldo e secco.

Ma anche le piogge sono perniciose: l’intensità è aumentata e spesso inonda le colture annegando la possibilità che nasca il caffè.

Quasi tutte le piante di Arabica commercializzata provengono da una piccola coltura dalle montagne dell’Etiopia – ecco perché questa pianta non conosce una varietà genetica e si adatta male al cambiamento climatico.

Le piante crescono meglio quando sono coltivate in una zona dove le temperature variano dai 18 ai 22 gradi, e hanno bisogno di piogge non troppo forti.

“Il caffé bisogno di un particolare clima che è possibile trovare soltanto in alcune zone del pianeta”, dice Christian Bunn della Humboldt University a Berlino, ” e questo lo rende molto diverso da altre colture come il mais”.