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Coronavirus: a Roma 2500 bar e ristoranti sono sul punto di chiudere

Sbraga, Federazione pubblici esercizi: «È un dramma, da un’indagine che abbiamo fatto il 19,4% delle aziende ha detto che non riaprirà»

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Il Colosseo, simbolo di Roma

MILANO – Abbiamo già dato conto, alla fine dello scorso maggio, dell’indagine realizzata dall’Ufficio studi della Fipe sulla riapertura di bar e ristoranti. Che diffondeva dati assai poco tranquillizzanti con un buon 20 per cento dei locali intenzionali a non aprire o a richiudere dopo un timido tentativo. Qui Lucano Sbraga, che del centro studi Fipe è il direttore, in un’intervista rilasciata a Lilli Garrone del Corriere della Sera, interpreta quei dati e li aggiorna con particolare riferimento alla realtà della capitale.

ROMA – È drammatica la situazione di bar e ristoranti, fra la delibera per aumentare i tavoli all’aperto che non è ancora arrivata e la mancanza di clienti. Luciano Sbraga, direttore della Fipe Confcommercio, non è molto ottimista.

A due settimane dalla riapertura, come va?
«Rischiamo di avere almeno il 15-20% delle imprese in meno. Il che vuol dire che dai 2.000 ai 2.500 locali rischiano la chiusura. Da un’indagine che abbiamo fatto il 19,4% delle aziende ha detto che non riaprirà».

Colpa della mancanza di certezze sull’ampliamento dei tavoli all’aperto?
«La delibera fatta dalla giunta c’è. Però presenta una serie di vincoli, e il 35% in più è poco, soprattutto per chi non ha nessuna occupazione. E c’è il vincolo della distanza dai monumenti».

Ma della questione si sta moto discutendo.
«La giunta ha fatto un primo percorso, dovendo sottostare a dei limiti che solo l’Aula può superare: dalla superficie di ampliamento, alla distanza dai palazzi storici, all’ occupazione di suolo pubblico nelle zone tariffate della sosta, al catalogo degli arredi. E anche il limite del 31 ottobre può essere cambiato».

Non siamo un po’ ritardo?
«Assolutamente. Siamo in un ritardo molto forte e bisogna accelerare. Nelle attuali condizioni sono pochi i bar che, in centro storico in particolare, possono accedere all’ampliamento di suolo di pubblico. Anche per questo arrivano poche domande».

Avete fatto un’indagine?
«Sì. Solo il 10% di bar e ristoranti ha presentato la domanda, il 34% lo farà appena riuscirà ad avere un quadro più chiaro, il 36,2% pensa di non avere la possibilità di ampliare e il 19,2% non è affatto interessato. Alla fine riguarderà meno della metà dei locali».

Di chi la colpa?
«L’assessore Cafarotti più di questo non poteva fare. Adesso tutto è nelle mani dell’Aula. Lo sforzo che va fatto è trovare la condivisione su una proposta di delibera unica che risponda alle esigenze delle imprese e superi i vincoli. Ma prima di tutto occorre un’ accelerazione importante sui pareri che devono esprimere i Municipi e gli uffici. E alla fine se tutto va bene avremo regole per metà giugno».

Bisognava pensarci prima.
«Non tutti hanno ben chiaro che siamo in una situazione di emergenza. Ma da un lato ragioni di carattere politico e dall’altro il peso asfissiante della burocrazia non consentono di far seguire i fatti a quelle che potrebbero essere anche alle buone intenzioni».

Tavoli all’aperto a parte?
«Roma ha due grandi problemi: la totale mancanza di turismo, e questo per la città è il numero uno; poi mancano i flussi dei residenti. Così non c’è l’80% della domanda e il centro è in grande sofferenza. Vanno meglio i bar di quartiere. In centro si fa il 20% del fatturato e fuori il 50% rispetto a prima. Le aziende sono partite con il 40% della forza lavoro e se la situazione non tende a migliorare c’è la dispersione di un patrimonio di competenze che va invece salvaguardato. Ma con questi introiti è difficile resistere».

Che potrebbe fare di più il Campidoglio?
«Un intervento sui tributi locali. Dopo la Cosap, aspettiamo quello sulla Tari. Il Comune deve fare una iniziativa anche per stimolare la domanda, una campagna di comunicazione sia verso i residenti che gli italiani per dire che i ristoranti adesso sono sicuri».