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Il Conte Giorgio Caballini: “All’Unesco, nel 2023: avanti verso la candidatura unica”

Così parla Giorgio Caballini di Sassoferrato, presidente del Consorzio di tutela con sede a Treviso. Per chi non lo sapesse, Caballini è nato a Trieste (una delle capitali italiane del settore) e produce caffè a Conegliano, dove ha sede la storica torrefazione di famiglia, Dersut Spa

conte caballini
La pagina di giornale

MILANO – La questione attorno alla doppia candidatura del rito (arte) del caffè espresso italiano tradizionale e la cultura del caffè napoletano per l’Unesco, si è conclusa per entrambi i dossier con un nulla di fatto. Ma la discussione e la divisione sul tema continua tra opinioni e risentimenti. Sentiamo che cosa ha scritto il Conte Caballini di Sassoferrato, presidente del Consorzio di tutela del caffè espresso italiano tradizionale Cteit, nell’articolo di Alessandro Zuin su corrieredelveneto.it.

Conte Caballini, di nuovo si esprime sulla diatriba Unesco

Figuriamoci se gli italiani non riuscivano a litigare anche su una delle glorie nazionali nel mondo, la tazzina (bollente) di caffè espresso. Se dalle Alpi al Canale di Sicilia siamo tutti d’accordo nell’affermare che, oltre confine, quello che si beve al bar non è caffè ma, nella grande maggioranza dei casi, una brodaglia scura, ci dividiamo (come al solito) non appena si tratta di rivendicare la paternità dell’espresso fatto come dio comanda.

È successo, così, che l’Italia sia arrivata a proporre il rito del caffè espresso tradizionale come patrimonio immateriale dell’umanità Unesco non con una candidatura unitaria, bensì con due distinte richieste. La prima, partita già nel 2016, porta la a firma del Consorzio di tutela del caffè espresso italiano, che, incidentalmente, ha sede a Treviso; l’altra candidatura, di 3 anni più recente, è stata promossa dalla Regione Campania, a sostegno della (secondo loro) peculiare e unica tradizione partenopea dell’espresso. Risultato: nell’imbarazzo di dover scegliere tra due candidature tricolori, la commissione interministeriale incaricata di istruire la pratica per l’Unesco ha salomonicamente deciso di rinviare ogni decisione all’anno venturo, nell’auspicio che i due dossier possano essere nel frattempo unificati per giungere alla sospirata candidatura unica.

Il Consorzio di tutela

«Per noi l’identità dell’espresso è italiana, punto. Non ha veramente alcun senso che ci siano candidature concorrenziali all’interno del nostro Paese. Per l’Unesco, io penso che o andrà avanti la nostra candidatura, che è nazionale, oppure il rischio è che non ne vada avanti proprio nessuna. Ma questo sarebbe un autentico delitto per tutta l’Italia». Così parla Giorgio Caballini di Sassoferrato, presidente del Consorzio di tutela con sede a Treviso. Per chi non lo sapesse, il Conte Caballini è nato a Trieste (una delle capitali italiane del settore) e produce caffè a Conegliano, dove ha sede la storica torrefazione di famiglia, Dersut Spa.

Sul piano economico, stiamo parlando di un comparto che muove quasi 4 miliardi di euro all’anno (prima della pandemia, che ha fatto crollare i consumi di espresso al bar) ed è in perfetto equilibrio sui due piatti della bilancia commerciale: l’Italia importa materia prima per 1,5 miliardi e rivende all’estero il prodotto tostato per un controvalore equivalente.

Il marchio leader del settore, almeno per quanto riguarda i consumi domestici, sta in Piemonte (Lavazza vale da sola quasi la metà di questo mercato), ma anche il Triveneto conta una notevole tradizione nella lavorazione del caffè. Le aziende che si occupano di torrefazione a Nordest sono una settantina, con diverse dimensioni: dalle multinazionali di area tedesca che hanno una base in Veneto alla triestina Illy, da Hausbrandt a Segafredo Zanetti, passando per la veronese Pellini, la già citata Dersut, Goppion e molti altri.

Le aree portuali

In generale, le aziende del caffè storicamente si sono sviluppate nelle aree servite dai porti, poiché la materia prima proviene inevitabilmente d’oltremare: perciò il Piemonte (attraverso Genova), Trieste (che era pure porto franco da tasse per il caffè crudo), Venezia e il suo entroterra (Goldoni non ha forse scritto una commedia che s’intitola «La bottega del caffè»?) e, naturalmente, Napoli. I napoletani, a quanto pare, si ritengono depositari di una cultura dell’espresso tutta loro, che giustificherebbe la candidatura avanzata dalla Regione Campania: «Il rito del caffè espresso napoletano è una pratica culturale e sociale antica – ha spiegato al Sole24Ore Marino Niola, antropologo e divulgatore scientifico partenopeo–: una bevanda antica con la quale si crea socialità e convivialità. Sta insieme alla dieta mediterranea e all’arte del pizzaiolo».

Contesta, da Treviso, il Conte Caballini di Sassoferrato:

«Ribadisco, l’espresso nel mondo è soltanto italiano, non napoletano o triestino. Tra l’altro, il nostro Consorzio ha fondato la Comunità del rito del caffè espresso, alla quale hanno aderito anche i Maestri del caffè di Napoli, quindi non sono neppure tutti d’accordo tra di loro. E mi chiedo che senso abbia che la Regione Campania, spendendo soldi pubblici, sia entrata nella partita lanciando una proposta di parte. Una cosa – chiude il presidente del Consorzio di tutela – per noi è inaccettabile: che si voglia per forza far entrare la parola Napoli nella candidatura da presentare all’Unesco. L’identità del caffè espresso è un fatto di cultura nazionale». Oltre la polemica, rimane una certezza: «Le cose migliori succedono tutte dopo il primo caffè» (anonimo).