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Carpigiani, gli artigiani del gelato da Anzola alla conquista del mondo

ANZOLA (Bologna) – «I l carretto passava / e quell’uomo gridava ‘gelati’… ». Correva l’anno 1972 e Lucio Battisti cantava «Giardini di marzo». Non si conoscono i nomi dell’uomo che gridava e del costruttore del carretto.

Sicuramente, però, la macchina che aveva preparato il gelato era una Carpigiani. Già nel 1946 la Carpigiani Bruto Macchine Automatiche aveva infatti messo in vendita l’Autogelatiera, una macchina color crema, capace di produrre dai 12 ai 40 litri di gelato in un’ora .

L’Autogelatiera in pochi anni diventa il «must delle gelaterie», così come la rossa affettatrice Berkel diventa la regina delle salumerie. Alcune autogelatiere (nome tecnico: Sed, Semi espansione diretta) sono ancora in funzione e chi le possiede le mette in bella mostra, per fare capire ai clienti che la produzione di gelato fresco e buono non è frutto di improvvisazione.

Roberto Grandi, docentedell’Alma Mater e mass-mediologo, nel 2013 ha fatto una ricerca per conto del Comune di Bologna e ha scoperto che su Google gli abbinamenti più cliccati non erano «Bologna – tortellini » o «Bologna – tagliatelle» ma «Bologna – gelato».

La ricerca ha stupito solo chi non conosceva Carpigiani e la sua storia. L’azienda, con un bilancio 2016 di 150 milioni, produce infatti il 50% delle macchine per gelato di tutto il mondo. L’export è l’85% del fatturato.

In Italia il 55% delle macchine per gelato artigianale hanno la scritta Carpigiani, che non pochi confondono con un marchio di gelato.

Due stabilimenti in Italia (Anzola e Forlì) e uno a testa in Spagna, in Argentina ed in Cina. Se l’azienda producesse frigoriferi, riuscirebbe a venderli anche al Polo nord.

«Non esageriamo », dice subito Andrea Cocchi, 51 anni, amministratore delegato della Carpigiani Group. «Certo, dieci anni fa in Cina il nostro fatturato non arrivava al 2% del totale e adesso abbiamo raggiunto il 5%.

Non è stato facile, in un Paese dove gli anziani bevono l’acqua calda e il latte è quasi sconosciuto. Ricordo bene quando nelle prime fiere in Asia proponevamo gli assaggi di gelato e i visitatori facevano facce stupite e quasi disgustate.

Ma anche lì le cose stanno cambiando, grazie soprattutto ai giovani». La parola «Gelato», in tutto il mondo, non ha bisogno di traduzione. E nei cinque continenti «Gelato» significa gelato italiano.

Ma non tutte le strade sono aperte. In Italia, ad esempio, ci sono 30.000 gelaterie mentre negli Stati Uniti sono 900 in tutto. «Hanno l’American Ice Cream, un gelato industriale che costa 10 dollari al chilo, quasi sempre venduto in grandi confezioni.

Il nostro gelato artigianale, comunque, sta ricevendo attenzione in alcuni Stati, con punte di consumo in California.

Noi italiani siamo più aperti alle novità: è per questo che gli americani possono lanciare una catena di hamburger a casa nostra mentre noi fatichiamo ad aprire gelaterie artigianali a casa loro».

«Se hai il 50% della produzione mondiale – spiega Andrea Cocchi – non puoi pensare di alzare la quota. Devi invece lavorare perché cresca il consumo, in modo che aumenti anche il nostro fatturato. In pratica, per costruire più macchine, noi prima dobbiamo costruire il cliente, e questo è possibile solo con l’intervento dei maestri gelatieri che, utilizzando le Carpigiani, offrano prodotti sempre più buoni e nuovi».

Basta entrare nel Gelato Museum Carpigiani ad Anzola («unico museo al mondo dedicato solo al gelato») per capire quanta strada abbiano fatti i carretti degli artigiani della Val di Zoldo e del Cadore che alla fine dell’800 partirono per portare il gelato nell’impero austro – ungarico.

Ecco un carretto dei primi anni del ‘900, spinto a mano. Ecco la «Regina, macchina per gelati » del 1920, grande come un tino. Per manovrarla ci volevano due uomini robusti, il primo per girare una ruota e l’altro per togliere il gelato dalle pareti raffreddate.

Veniva usata nelle gelaterie ma anche nei palazzi dei ricchi, che volevano offrire un sorbetto a fine ricevimento. Bellissimo l’attrezzo – anni ’40 – per fabbricare i coni, del Conificio vigevanese.

Sembra una Vergine di Norimberga con tanti aculei che non torturano ma scaldano la pasta e la trasformano in coni croccanti. La Motogelatiera del bolognese Cattabriga (marchio poi acquistato da Carpigiani) nel 1927 è la prima con motore elettrico.

Ecco, negli anni ’50, una vera Lambretta che spinge il carretto dei gelati. Due contenitori per fior di latte e cioccolato, la cassetta trasparente per i coni, una più piccola per le monete. Una pallina, venti lire. In campagna, potevi pagare anche con un uovo.

Sempre per «costruire il cliente prima delle macchine» nel 2003 è nata la Carpigiani University, con le discipline della scienza dell’alimentazione.

Nel 2011 è nata la fondazione Bruto e Poerio Carpigiani. Nel 2013 sono iniziati i Gelato World Tour, con tappe a Roma, Valencia, Melbourne, Berlino, Singapore, Tokio.

«I clienti assaggiano i gelati e votano il miglior artigiano. Solo in questo modo – dice Andrea Cocchi – si può fare capire la differenza fra il nostro gelato e quello industriale. Oggi, per allestire una gelateria, occorrono fra i 120.000 ed i 130.000 euro. Il costo delle macchine è il 30% del totale. Non sempre si possono rischiare investimenti così alti e allora noi abbiamo lanciato ‘Shop in the Shop’, il negozio nel negozio.

Quattro metri quadri in tutto, con una macchina sola, la Rady. Da mettere in un caffè, in un negozio di abbigliamento o dove vuoi.

L’investimento è di 35.000 euro. Diamo anche precise indicazioni di marketing: preparate il gelato solo all’ultimo momento, magari alle 4 del pomeriggio, momento di maggior consumo. Fate vedere che è un prodotto fresco, da consumare al più presto. Il gelato migliore? Fatene poco, fatelo spesso, fatelo buono. Inventate e fate provare gusti nuovi».

Ai corsi della Carpigiani University partecipano 7.000 persone all’anno, in 11 sedi, da Hong Kong al Brasile all’Australia. Duemilacinquecento prendono parte al corso finale ad Anzola e il 65% sono stranieri. «Investono tempo e denari per diventare gelatai. Ci sono i giovani ma anche medici, giornalisti, broker che hanno deciso di cambiare lavoro ».

Venticinque chef di gelateria e fra di loro c’è Makoto Irie, giapponese, che sta preparando un menù con thè verde, riso e gelato. Ogni giorno, le macchine inventate da Bruto e Poerio Carpigiani preparano nel mondo 150 milioni di gelati. Crescere ancora non è impossibile.

Basta usare la fantasia e il coraggio dei gelatai della Val di Zoldo e del Cadore che arrivarono a Vienna e Berlino spingendo i carretti a mano.

Dal 1989 fa parte della multinazionale Ali

La prima Autogelatiera fu costruita nel 1946 da Poerio Carpigiani, su progetto del fratello Bruto, deceduto nel 1945. L’Autogelatiera è stata riconosciuta “fra le 34 invenzioni fondamentale del XX secolo”.

E’ stata prodotta fino agli anni ’90 ma è ancora in funzione in gelaterie di tutto il mondo. Carpigiani Group ha un fatturato 2016 di 150 milioni di euro (più 11% rispetto al 2015).

Nel 1989 è stata acquistata dal gruppo Ali, multinazionale controllata dalla famiglia Berti e specializzata in macchine per la ristorazione.

Oltre alla sede centrale in Italia, oggi l’azienda ha 11 filiali in tutto il mondo. I punti di produzione sono 5 in tre continenti: due in Italia (Bologna e Forlì), uno in Spagna (Valencia), uno in Cina (Zhongshan) e uno in Argentina (Buenos Aires).

Tra le nuove acquisizioni avvenute negli anni ‘90, si segnalano la svizzera Ott-Freezer, la Promag di Milano, la spagnola Sencotel e l’italiana GBG.

I dipendenti sono 520, la metà dei quali in Italia.

La Carpigiani detiene il 50% del mercato mondiale delle macchine per gelato. L’export è pari all’85%.La sua quota sul mercato italiano è del 55%.

Nel maggio 2013 si è tenuta a Roma la prima edizione del Gelato World Tour, un campionato internazionale itinerante di gelateria artigianale organizzato dalla Carpigiani Gelato University e dal Sigep di Rimini.

Jenner Meletti