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Una passione iniziata così

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UNA PASSIONE INIZIATA COSÌ…

Nel 2001, nei giorni di quello che all’epoca si chiamava Sic-Host, emerse dalla cantina della nonna Maddalena una Pavoni Europiccola costruita nel 1961: quella monoblocco con il gruppo fuso assieme alla caldaia. Perfettamente funzionante dopo 20 anni di inattività. Ma si imponeva una revisione. Operazione complessa, per dei giornalisti. E scoprimmo che nessuno dei tecnici contattati era in grado di revisionare una macchina benché funzionante.

Addirittura, alla Pavoni di San Giuliano Milanese erano in difficoltà. Soltanto un loro capo tecnico originario di Crema, in pensione, era in grado di aprire e revisionare quella macchina. Si poteva fare, ma quello specialista era a quella che allora era soltanto la “Fiera del Caffè”.

Nei giorni successivi richiamammo incuriositi direttamente la Pavoni.

Pavoni
Macchina da caffè Pavoni Europiccola 1961

Fu così che entrammo, dalla porta delle macchine, nel misterioso, magico mondo del caffè. Noi, perché Comunicaffè non era neppure un’idea.
Dopo il ritiro dell’Europiccola revisionata la storia accelerò. L’erede della nonna Maddalena volle la macchina, revisionata e pulita. Dato che avevamo imparato la strada, tornammo a San Giuliano Milanese per acquistare una nuova Europiccola. Il responsabile tentò di farci capire che dovevamo comprare anche il macinadosatore. Invano. Perché spendere se il caffè lo vendono già macinato e nelle pratiche mattonelle sottovuoto? Prima di accendere il motore dell’automobile e tornare a casa, la svolta improvvisa. Un piano di scale per comprare lo strano oggetto. E il macinadosatore cominciò a farsi notare. Ci costrinse ad acquistare e scoprire il caffè in grani. Caffè sempre differenti.

MacinadosatoreSiamo nel 2002 e cavare buon caffè dall’Europiccola non era facile. Per caso leggemmo che la Torrefazione Caffè Musetti di Pontenure (Piacenza) organizzava corsi di caffetteria gratuiti, anche per i semplici curiosi di caffè. A scuola per fare l’espresso? Ci ricordammo che anni prima eravamo andati a scuola anche per imparare a guidare monoposto di Formula 1 e auto da corse. E tanti frequentano corsi di ballo. Perché allora non andare pure a scuola di caffè? In realtà quel corso non si fece mai. All’epoca i corsi non erano di moda, nessuno era interessato e Musetti non poteva organizzare una sessione per 2 persone soltanto. La Signora Lucia Musetti, ci invitò però ad una premiazione. E incontrammo alcuni dei migliori dell’epoca. Tra di loro c’era anche un giovane, Luigi Lupi. Chi tesseva le fila e provava (a vendere) con tutti era Roberto Pregel, che alla fine si qualificò come responsabile marketing Brasilia e ci invitò a visitare la fabbrica. Lo stabilimento lo visitammo soltanto mesi dopo, perché le prime volte ci fermavamo nell’ufficio di Pregel ad ascoltarlo. Alle nostre prime timidissime domande, era il giugno 2002, Pregel disse: ve la sentite di organizzare i convegni del Sic nell’ambito di Host-Sic dell’ottobre 2003? Dove si svolge? A Fiera Milano. Per noi il caffè era ancora l’oggetto misterioso che aveva ritardato la riparazione dell’Europiccola. Ma accettammo. D’altronde, come diceva sempre Indro Montanelli, il mestiere del giornalista è quello di spiegare (possibilmente bene e facendosi capire, senza imbrogliare) agli altri quello che lui non sa.

Il resto lo state leggendo tutti i giorni su Comunicaffè. Il primo numero porta la data 2 maggio 2004. Il 1° maggio, Festa dei Lavoratori, è un giorno speciale anche per i giornalisti perché è uno dei cinque all’anno nel quale le redazioni dei quotidiani non lavorano. Ma la neonata redazione di ComuniCaffè fece un’eccezione e il giorno dopo il nostro era l’unico quotidiano diffuso. Non in edicola, ovvio. Anche se all’epoca nessuno aveva ancora pensato di fermare le rotative noi lo avevamo compreso. E Comunicaffè non è mai costato la vita a una sola pianta. Qualche giorno dopo quel 2 maggio un industriale del settore ci chiamò preoccupato nel suo ufficio. “Ma come – disse – fate in quotidiano soltanto sul caffè e lo fate in italiano?”. In realtà ci occupiamo anche di cacao, tè e zucchero. “Peggio ancora – proseguì pratico l’industriale -. Ma lo sapete che il mondo parla almeno in inglese e l’italiano è capito soltanto dallo 0,59 per cento?”. Quindi? Quindi dopo 2 giorni nacque Comunicaffè International: allora ancora con l’accento, poi eliminato per evidenti motivi: la parola caffè in inglese non esiste e fuori dall’Italia pochissimi, anche tra gli addetti ai lavori, lo usano.

Adesso l’insegna che vedete su questo portale ha perso l’accento (sostituito da un chicco di caffè). È rimasto soltanto il classico carattere Garamond della testata originale, ma rivisitato a fondo dai grafici.

Come andrà a finire? Questo lo deciderete voi: abbonati, inserzionisti, addetti ai lavori, appassionati, curiosi, lettori. E il resto della storia lo potrete scrivere anche voi assieme a noi tutti i giorni, sia in italiano sia in inglese intervenendo con commenti alle notizie oppure commenti liberi su temi del settore.Vuoi saperne di più?