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Massimo Zanetti, il re del caffè e il matrimonio in vista: è a capo di un impero del caffè

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MILANO  – Massimo Zanetti, il re del caffè e il matrimonio in vista: è a capo di un impero del caffè: 40 società sparse nel mondo, 4 mila dipendenti. Da bambino coltivava patate e le vendeva alla madre. Poi ci ha preso gusto e si è messo in affari: «Sono nato imprenditore».

La Segafredo-Zanetti comunica pochissimo. Per questo non possiamo lasciarci sfuggire questa intervista rilasciata alla Tribuna di Treviso da Massimo Zanetti, il titolare, in corsa per la carica di sindaco di Treviso.

TREVISO – Mettiamola così. Guardare il sole calare tra il roseto e gli alberi secolari di una villa cinquecentesca fresca di restauro, comodamente seduti sul bianco terrazzo della stessa, predispone già di per sè l’interlocutore alla bonomia. Certo è che la conversazione con il padrone di casa, che ti racconta la storia di quell’edificio e di lui che ci è cresciuto dentro, scorre via, piena di sapore, come una buona tazza di caffè.

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Massimo Zanetti con la compagna e il figlio

Mr Segafredo, all’anagrafe Massimo Zanetti, 65 anni, capolista di Prima Treviso ha tante cose da dire. E una, soprattutto, da ribadire: «Amo la libertà, è la parola che in assoluto preferisco». La Libertà dalle tessere di partito «che sanno tanto di fascismo, nazismo, comunismo» e di tutti gli altri “ismi“ del Novecento «e che quando arrivano, ha ragione Grillo, uccidono un partito»; libertà da rispettare «perché ogni Paese ha la sua storia, le sue tradizoni e l’Occidente non può imporre il suo modello ovunque»; essere liberi di garantire, «la mia onlus che aiuta i popoli africani insegna loro ad autogestirsi»; libertà di movimento, «nella mia vita ho sempre viaggiato, conosco tutte le lingue del caffè, dal portoghese al francese».

A monte di tutto, c’è la “madre“ di tutte le libertà: quella dal bisogno. Perché Zanetti è ricco, ricchissimo, e lo dice senza imbarazzi. «Ho sempre avuto soldi, li ho avuti e fatti fruttare fin da piccolissimo tanto che i miei fratelli maggiori li chiedevano a me. Il fatto è che io sono nato imprenditore».

Zanetti indica un orto nel parco: «È quello di mia mamma, mi aveva raccomandato di preservare la villa e io ho mantenuto la promessa. Ecco, in quell’orto cominciai, che avevo 6 anni appena, a coltivare le patate: le raccoglievo e poi le vendevo a mia mamma. E lei me le pagava. Sono stati i miei primi affari».

L’attività si espande: «Più tardi passai all’allevamento di conigli: il giardiniere li andava a vendere al mercato. Ecco, io sono così, tutte le cose che ho fatto le ho sempre prese sul serio. Tanto che la mia ex moglie mi riprendeva: sei nato vecchio, mi diceva. In effetti non mi sono mai divertito tanto. O, meglio, è il lavoro che mi diverte».

Poco più che ventenne l’imprenditore rileva un’azienda fallita, la Silver Caffé e poi via via altre 14 torrefazioni. Oggi Zanetti è a capo di un impero del caffè: 40 società sparse nel mondo, 4 mila dipendenti, miliardi di fatturato. Una bella palestra per chi vuole gestire una città. Zanetti non si fa sfuggire l’assist: «Sono un ottimo organizzatore e amo circondarmi di validi collaboratori: c’è gente che ha lavorato per la mia famiglia da tre generazioni. Ma soprattutto io credo nella funzione sociale dell’imprenditore: la soddisfazione non è solo fare soldi, ma dare lavoro e benessere agli altri. E anche questo è il senso della onlus. Mi piace veder star bene la gente. Credo che sia il frutto della mia formazione religiosa: sono un cattolico praticante, mi sento un benedettino perché loro predicano preghiera e lavoro».

In realtà, va detto, Zanetti ha praticato anche il sano divertimento: è stato uno sportivo: «Papà era uno fissato con lo sport, voleva che tutti noi figli ne seguissimo uno, io il pugilato e i miei fratelli il judo»; un cantante «partecipai al festival di musica leggera di Bibione insieme ad Annarita Spinaci»; un appassionato di lirica «ho studiato per 7 anni, un nostro dipendente era corista al teatro Comunale e mi faceva intonare le opere».

«Ho fatto tante cose e nelle cose che faccio solitamente riesco, tanto che mi chiamavano Gastone Paperone», afferma, «Ma questa non è una dote perché ti fa fare confusione e rischi di non capire più qual è la strada giusta». Una spinta in tal senso è arrivata dalla ex moglie: «O mi sposi e diventi un uomo serio, oppure ti lascio»>, fu l’aut-aut della signora. «E io risposti ok, venderò solo caffè. Così è stato, senza rimpianti. Era la strada giusta».

Il matrimonio però è finito. Ci sono due figli Laura e Matteo che ora lavorano accanto al padre. «Lei è sposata, lui no: che rammarico, vorrei altri nipotini», confessa Zanetti. Nell’attesa si sposerà lui, il capofamiglia. E l’annuncio lo dà via-tribuna: «La mia compagna è Sigrid, origini norvegesi e spagnole. La sposerò».

«La città deve cambiare»

Dopo l’impegno elettorale, naturalmente: ora c’è Gentilini da battere. «La città ha bisogno di cambiare, possiamo farlo solo io o Manildo. Per cambiare sul serio», precisa Zanetti. Perché abbia sottolineato quello capisci dopo, quando, congedandoti, ti spiega che il suo libro preferito, insieme ai Promessi Sposi (letti a 4 anni) e il Gattopardo. Quel «cambiare tutto per non cambiare nulla» gli dev’essere rimasto impresso.

Fonte: La Tribuna di Treviso intervista di Sabrina Tomè