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Il Mario Negri: perché il vaccino anti Coronavirus non arriverà prima di fine anno

In mancanza di un vaccino, per fermare l’epidemia sono importanti le misure di contenimento: identificare le persone che presentano i sintomi dell’infezione ed effettuare il test per verificare la presenza del virus, tenere in isolamento i casi positivi, rintracciare le persone che hanno avuti contatti stretti e prolungati con le persone ammalate e monitorare il loro stato di salute.

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MILANO – L’Istituto di ricerca Mario Negri, nato nel 1961, è attivo sul campo della ricerca biomedica, un’organizzazione privata ma come ama dire il fondatore, il professor Silvio Garattini, sempre al servizio della salute pubblica. Un fine che resta indipendente a interessi commerciali, politica, religione e che esclude il brevetto delle proprie scoperte.

Tra gli obiettivi dell’Istituto ci sono:
1. la realizzazione di progetti
di ricerca scientifica
2. la formazione di giovani
‍3. la diffusione dei risultati della ricerca a tutti i livelli

Tutte le donazioni a favore dell’Istituto Mario Negri sono fiscalmente deducibili o detraibili. Per maggiori informazioni, a questo link è disponibile approfondire.

Negri: istruzioni per affrontare il Coronavirus

L’epidemia attualmente in corso in tutto il mondo e anche in Italia dovuta al coronavirus Sars-CoV-2, con 40.553 casi confermati in laboratorio e 910 morti al 10 febbraio 2020, ha generato estrema attenzione e preoccupazione nelle istituzioni sanitarie e nella comunità mondiale.

Purtroppo, trattandosi di un virus nuovo, la cui origine non è ancora del tutto conosciuta, non è disponibile un vaccino che possa consentire di bloccare la sua diffusione. Quanto tempo sarà necessario prima di poter avere a disposizione un vaccino è una tra le domande più frequenti che viene posta dalle persone che ci contattano.

Quando potrebbe essere disponibile il vaccino contro il nuovo coronavirus?

Non è possibile fare una previsione a questo riguardo. Il processo necessario per sviluppare e mettere in commercio un nuovo vaccino, che segue le stesse procedure previste per i farmaci, richiede generalmente tempi lunghi (fino a 10-15 anni). La prima fase di questo percorso è “costruire” il vaccino.

Occorre comprendere come il virus o il batterio si trasmette, entra nell’organismo umano e si replica, e poi identificare quali sono gli antigeni (i componenti del virus o del batterio) in grado di attivare una risposta del sistema immunitario capace di eliminare o bloccare l’agente patogeno.

Una volta identificato il potenziale vaccino, è necessario condurre degli studi “in laboratorio” (sperimentazione preclinica). Utilizzando colture di cellule (in vitro) e modelli animali (in vivo) per valutare la risposta immunitaria, l’efficacia protettiva del vaccino da sviluppare e il suo profilo di sicurezza.

Terminata la sperimentazione preclinica, se i dati ottenuti in laboratorio indicano che il vaccino è sufficientemente sicuro e potenzialmente efficace, si passa a quella nell’uomo (clinica), suddivisa in quattro fasi: le prime tre si svolgono prima della messa in commercio del vaccino, mentre la quarta è rappresentata dagli studi svolti dopo la sua commercializzazione.

Le fasi sono sequenziali: prima di passare alla successiva occorre sempre avere ottenuto risultati positivi in quella precedente

Nella prima fase (fase 1) si studia il vaccino in poche persone (tra 20 e 80), dopo di che il numero di persone da coinvolgere aumenta fino ad arrivare anche ad alcune migliaia di partecipanti nella terza fase (Fase 3). Ogni passaggio di questo processo è monitorato e autorizzato dalle agenzie regolatorie e dai comitati etici. Se gli studi condotti documentano l’efficacia e la sicurezza del vaccino, il produttore può sottoporre alle agenzie del farmaco competenti (in Europa l’European Medicines Agency – Ema, o negli Stati Uniti la Food and Drug Administration- Fda) una richiesta di autorizzazione alla commercializzazione. Se la valutazione delle autorità regolatorie è positiva, il vaccino può essere messo in commercio.

In situazioni di emergenza e in presenza di gravi infezioni

Lo sforzo comune di ricercatori, aziende produttrici e istituzioni sanitarie è fare il possibile perché un eventuale vaccino possa essere rapidamente disponibile. Le autorità sanitarie possono consentire che si passi a una sperimentazione nell’uomo in tempi più brevi di quanto avviene normalmente e che si coinvolga in fasi sperimentali precoci un maggior numero di persone.

Ma il principio di precauzione (primo non nuocere) non può venire meno; solo in caso di infezioni caratterizzate da un elevato rischio di morte (come nel caso di Ebola) può essere eticamente accettabile che i rischi legati alla limitata conoscenza e all’incertezza siano maggiori rispetto allo standard abituale.

In ogni caso, anche se, come ipotizzato da alcuni gruppi di ricerca, sarà possibile identificare entro 3-4 mesi uno o più vaccini con dati sufficienti sulla sicurezza e l’immunogenicità

(capacità di stimolare una risposta del sistema immunitario) per poter procedere con la sperimentazione nell’uomo, è alquanto inverosimile che sia possibile una sperimentazione su un gruppo numeroso di soggetti (fase 2 o fase 3) prima del prossimo anno.

Un esempio utile per capire le possibili tempistiche è fornito da Anthony Fauci direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid) che si trova a Bethesda, negli Stati Uniti. A fine aprile inizierà presso l’Istituto da lui diretto uno studio di fasi 1 su un vaccino risultato sicuro ed efficace nei modelli animali. Questa prima sperimentazione dovrebbe coinvolgere 25 persone adulte e sane e i dati inziali sono previsti per luglio-agosto.

Questo significa che il vaccino non sarà disponibile per l’epidemia attualmente in corso

Se non eventualmente per le primissime fasi sperimentali. Lo sviluppo potrebbe essere, comunque, utile se dovessero verificarsi future epidemie, sia del virus Sars-CoV-2 che di coronavirus simili che dovessero sfortunatamente colpire l’uomo.

Occorre, infine, tenere presente che purtroppo ci sono infezioni virali per cui sono stati studiati vaccini, ma senza risultati positivi. È recente, per esempio, la notizia dell’interruzione di uno studio clinico riguardante un vaccino contro l’Hiv che sembrava promettente. Perciò, non è possibile prevedere oggi se lo sviluppo del vaccino contro il nuovo coronavirus avrà successo.

Istituto Mario Negri: cosa fare in attesa della disponibilità di un vaccino?

In mancanza di un vaccino, per fermare l’epidemia sono importanti le misure di contenimento: identificare le persone che presentano i sintomi dell’infezione ed effettuare il test per verificare la presenza del virus, tenere in isolamento i casi positivi; rintracciare le persone che hanno avuti contatti stretti e prolungati con le persone ammalate e monitorare il loro stato di salute.

L’epidemia di Sars, che nel 2003 ha causato 8.098 casi e 774 morti, è stata fermata nell’arco di pochi mesi grazie a queste misure che, probabilmente, potrebbero limitare la diffusione anche di questo nuovo virus. Lo sapremo nelle prossime settimane.

Per i singoli cittadini è importante il rispetto delle misure igieniche efficaci nel prevenire le infezioni respiratorie:

lavarsi le mani spesso e accuratamente, con acqua e sapone, per almeno 20 secondi. Se ciò non è possibile, si può utilizzare una soluzione alcolica riparare la bocca e il naso quando si tossisce o si starnutisce con un fazzoletto di carta. Da gettare subito dopo l’uso (dopo lavarsi le mani) o, in mancanza di un fazzoletto, tossire nell’incavo del braccio
evitare di toccare occhi, naso e bocca che sono facili vie di infezione non stare a stretto contatto con persone che presentano sintomi di infezione respiratoria.

‍Dove trovare informazioni attendibili sull’infezione da Sars-CoV-2?

Sui siti delle istituzioni sanitarie nazionali come l’Istituto Superiore di Sanità e Ministero della Salute e sul sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (in lingua inglese).

E’ possibile richiedere informazioni sull’infezione da coronavirus all’indirizzo mail del Centro di Informazione sul Farmaco e la Salute dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri.

‍N.d.r. Il 13 febbraio 2020 l’International Committee on Taxonomy of Viruses (ICTV) ha classificato il nuovo coronavirus denominandolo Sars-CoV-2 e non più 2019-nCoV. Inoltre, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha denominato ufficialmente COVID-19 la malattia derivante dall’infezione da Sars-CoV-2.

Il testo è stato aggiornato il 26 febbraio 2020, sulla base della notizia dell’avvio a fine aprile 2020 negli Stati Uniti della prima fase di studio nell’uomo.

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