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venerdì 14 Giugno 2024
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HAITI – Cinque anni dopo il terremoto

Fino a fine anni 80 era il motore dell’economia del paese. Oggi potrebbe diventare il traino della ripresa. Potenziando offerta e export Il Café Naturelle viene essiccato senza separare la buccia dal chicco. Il risultato è un caffè di minor qualità, ma dal prezzo accessibile al mercato locale

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di EMANUELE BOMPAN

«Cafè naturelle, monsieur», tende la mano una signora del mercato di Aux-Cayes, costa meridionale di Haiti. Da una piccola tazza di ceramica si diffonde un aroma forte, aspro. Un caffè mediocre, impoverito. Contrasta il sapore dei chicchi selezionati che si trovano nei mercati del centro o nei caffè eleganti, dove si ascolta Konpà, il sound haitiano per eccellenza.

Il cafè naturelle, ricavato da chicchi seccati senza separazione della buccia del chicco, spesso anche con acerbi, è l’emblema di Haiti oggi. Un’isola aspra, che fatica a ripartire, affaticata da centinaia di anni d’ingerenza straniera, da dittature e calamità naturali.

Sin dai tempi dalla liberazione dai francesi, che costrinsero Haiti sotto il giogo di un debito impossibile da saldare, il caffè è stato un elemento di crescita economica, motore di sviluppo del paese.

«Con il caffè Haiti ha saputo crescere», spiega Jean Marc Louizaire, 46 anni presidente della cooperativa Cacem. «Fino al 1988 è stata la filiera più importante del paese. Per sapere i livelli di crescita economica gli esperti chiedevano: come è andato il raccolto del caffè? In base al prezioso chicco si misurava la produttività dell’intero paese».

Eppure a fine anni Ottanta a causa degli speculatori stranieri e poi dell’embargo commerciale degli USA del 1991, legata al colpo di stato dei militari per deporre J.B. Aristide, la produzione del caffè è stata riportata indietro di 100 anni.

«Al posto del caffè di qualità la gente è tornata a produrre e usare il caffè naturale», continua Louizaire. «La maggior parte delle piantagioni sono state abbandonate a causa dei prezzi troppo bassi di mercato, dovuto alla competitività del mercato globale. Sono oltre 30 anni che nelle piantagioni non si rinnova la produzione. Le cooperative non hanno saputo innovare e, con il crollo del prezzo del caffè, in tanti hanno iniziato a produrre fagioli»

Oggi il caffè haitiano ha produttività media inferiore a quella della Repubblica Dominicana con solo 100-150kg di prodotto per ettaro. La natura ha fatto del suo: Dal 2000 si è scoperta la Broca, la ruggine del caffè che ha ulteriormente scoraggiato la produzione del caffè.

Nel mentre è aumentata l’intensità dei cicloni legata al cambiamento climatico, che ha spesso decimato il raccolto. Per suggellare tutto è infine arrivato il terremoto. Qua il danno è stato sulla domanda: gli haitiani impoveriti sono tornati a bere il caffè di bassa qualità.

«Questo è un dramma: la perdita di produttività dalle zone rurali è costante, spiega Silvio Distilo, capo-progetto Oxfam Italia a Aux Cayes. «Molti giovani fuggono lasciando un ambiente privo di meccanismi di difesa, andando ad affollare le periferie di una città che offre solo mercati informali». Abbandonate le piantagioni i contadini rimasti abbattono e bruciano gli alberi per produrre carbone vegetale, devastando l’ambiente. Oggi rimane solo il 2% della foresta primaria originale

«Rilanciare la filiera del caffè significa rilanciare Haiti» dice Claude Pericles, Coop Plaisances, 70 anni, seduto insieme ad altri rappresentanti delle cooperative del caffè, che annuiscono seri. «Basta con il cafè naturelle», gli fa eco Luisezaire, «Haiti deve anche saper riattivare una coltura di caffè di qualità, puntando sia sul mercato interno ma anche sull’export in futuro, dando lavoro a molte famiglie rurali». Famiglie che, secondo l’Onu, vivono con meno di un dollaro al giorno.

Oggi ci sono 100 cooperative del caffè in tutto il sud del paese, la principale area produttiva. Ne fanno parte duemila produttori, riuniti nella rete Recocas, intenzionati a riprendere in mano le sorti dell’economia agricola del paese. Qua dal 2008 Oxfam Italia sta lavorando, grazie a finanziamenti di Ministero degli Affari Esteri, Lega Coope Regione Toscana per cercare di garantire una migliore qualità del caffè, un programma implementato anche nella zona della Sierra Barohuco, nella vicina Repubblica Dominicana.

«Abbiamo investito sul miglioramento del qualità caffe con l’installazione di centri di lavaggio, centri di essicamento ed infine un laboratorio di trasformazione, per finalizzazione e impacchettamento laboratorio per classificazione e analisi organolettica», spiega Gabriele Regio, Coordinatore Binazionale per Oxfam Italia.

Il caffè cresce nelle foreste lungo i pendii montuosi dell’isola. Tante zone sono distanti anche due ore dal primo centro abitato servito da una strada asfalta. Spesso mancano le infrastrutture e in molti casi le piante sono “anziane” e poco produttive. «Per questo abbiamo realizzato dei vivai comunitari per ripiantare più di 300mila piante caffè tra 2011-2013», continua Regio. La ong italiana offre anche appoggio alla commercializzazione, con un progetto che è partito nel 2014 e vedrà sfruttare soprattutto canali locali, in particolare il nutrito mercato di cooperanti e funzionari presenti sull’isola. Le qualità organolettiche del caffè lo rendono un progetto interessante che in 8-10 anni potrebbe portare ad un nuovo prodotto tipico di qualità come il famoso Jamaican Blue diventato un caffè gourmet ricercatissimo sui mercati degli appassionati. Ma se in repubblica Dominicana il caffè locale (anche qua promosso grazie ad un programma Oxfam) ha trovato supporto con Altromercato-CRM e Slow food, qua ancora non c’è quantità di produzione tale per soddisfare domanda.
Il dado però è tratto. L’Incah, istituto caffè haitiano ha creato un piano di sviluppo decennale che, secondo numerosi intervistati, potrebbe essere una svolta nello sviluppo del paese e nella tutela dell’ambiente. «Impariamo molto e crediamo che questo tipo di progetti serva realmente al paese». Far ripartire Haiti, insomma, una tazzina alla volta.

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