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Lucaffè si lancia nelle capsule in canna da zucchero: «Qualità e salute senza compromessi»

Parla l'imprenditore: “Bisogna difendere il made in Italy. Dobbiamo fare solo cose belle e di qualità E poi, ci si deve ricordare che il settore dell’alimentare è anche una responsabilità nei confronti della salute degli altri. Invece noi diamo quasi più valore ad una borsa piuttosto che a ciò che mangiamo. Noi sentiamo molto questa responsabilità. La coscienza non ci ha permesso di fare altro.”

venturelli
Il titolare Lucaffè, Gianluca Venturelli

CARPENEDOLO (Brescia) – In 24 anni di attività, nonostante il trend crescente e quindi economicamente attraente per qualsiasi torrefattore delle capsule compatibili, l’azienda capitanata da Gianluca Venturelli, Lucaffè, ha sempre detto no alla produzione di questo prodotto. Una scelta sofferta in termini di fatturato, ma coerente con l’impegno verso la salute del consumatore e il rispetto ambientale. Nel 2020, finalmente, arriva l’alternativa sicura e sostenibile con cui avventurarsi sul mercato: ecco le ragioni e gli sviluppi dietro la capsula made in Venturelli, in un’interessante confronto con il diretto interessato.

Venturelli, un’imprenditore che pensa fuori dagli schemi

Un’azienda da sempre specializzata del caffè in cialde: una scelta coraggiosa.

“Siamo partiti con le cialde e il caffè in grani 24 anni fa. In seguito, quando sono decaduti i brevetti di Lavazza, Espresso Point e infine Nespresso, tutti hanno avuto la grande tentazione di produrre le capsule. Io però sapevo che sulle cialde c’era ancora tanto da inventare e soprattutto la capsula era contro la nostra filosofia per svariati motivi.

Non ci andava di quindi contribuire a nuocere in qualche modo. Una linea che abbiamo mantenuto anche sulle strumentazioni: ad esempio pensiamo ai metalli pesanti, che sono responsabili della maggioranza delle malattie, e che questi arrivano dalla moka, e dalle macchine del caffè e dalle pentole. Di fronte a questo fatto, abbiamo deciso di produrre attrezzature senza alluminio. Tanto meno potevamo quindi produrre capsule.

Chiaramente avremmo potuto oggi esser più grandi: partendo noi con la vendita delle cialde in 50 Paesi, proponendo anche le capsule avremmo fatto il boom. E’ ovvio che per noi è stato davvero un sacrificio enorme. Ma da questo punto abbiamo deciso di innovare sulle cialde: abbiamo creato la cialda più piccola sul mercato, di 35 millimetri, con 5 grammi e mezzo di caffè, in grado di preservarlo meglio di quanto non riesca la classica cialda Ese.

Un buon prodotto, che rende i nostri clienti felici, ma che nessuno conosce: non abbiamo la forza di immettere 10mila macchinette sul mercato al mese. E poi abbiamo anche creato la cialda del caffè americano. Poi, finalmente, qualche anno fa, hanno cominciato a comparire le capsule compostabili: che però anche in quei primi casi contenevano degli additivi chimici per accelerare il processo di degradazione della capsula.

Non erano ancora un prodotto in cui volevamo investire. Solo due anni fa sono arrivate 2 tipi di capsule veramente compostabili a livello industriale e che possono andare nell’umido. Le abbiamo analizzate entrambe, ma quella che ci ha convinto del tutto è quella composta dalla canna da zucchero. Abbiamo verificato l’altra opzione che, una volta incendiata, rilasciava comunque fumo nero e l’abbiamo scartata.

Ci siamo resi conto che tutti quelli che sono partiti con il compostabile scendevano comunque a dei compromessi: le riponevano nelle scatoline di cartone. Il problema del biodegradabile è che patisce l’umidità: questa capsula priva di una barriera di ossigeno effettiva, fa disperdere il profilo. Per questo abbiamo deciso di riporre queste capsule in canna da zucchero all’interno di un barattolo in acciaio, per chiudere il cerchio senza compromessi. Per un consumatore attento alla qualità e all’ambiente, volevamo offrire un caffè buono.”

Un barattolo realizzato con un macchinario molto costoso…

“Il totale della spesa per la macchina per le capsule e per quella per l’imballaggio, ho raggiunto il costo di un milione circa. Lo strumento che abbiamo acquistato è più costoso di altri perché ha un residuo di ossigeno più basso e una costanza di peso migliore tra una capsula e l’altra. Le capsule normalmente hanno più o meno 0,20 grammi (ovvero 5,10, 5,20,5,40) di differenza tra una e l’altra.

La nostra macchina raggiunge una differenza al massimo di 0,08 o 0,10. Questo nostro strumento influenza molto la shelf life: ricordiamo che il caffè è un semioleoso e l’ossigeno è il suo primo nemico. “

La capsula made in Venturelli, sostenibile e di qualità sino al packaging, funziona con tutte le macchine?

“Funziona solo con le macchine compatibili Nespresso. Una scelta che abbiamo adottato perché è la capsula più diffusa sul mercato e che ha una buona infusione: prima di erogare deve far scoppiare un filtrino che noi abbiamo scelto composto di carta. Il che ci dà un ulteriore vantaggio: possiamo inserire del caffè macinato fresco, cosa che con il coperchio di alluminio non può accadere. In quel caso infatti, di solito si macina e si lascia degasare per un po’ e questo però fa invecchiare la materia prima.

Noi invece riusciamo a mantenerlo fresco e questo è un grande vantaggio nonostante il fatto che la carta produca un’emulsione inferiore all’alluminio, che si apre con dei bar più elevati. Siamo riusciti comunque a ricreare una crema più elevata di altri. Perché in realtà tutti pensano che sia la Robusta che faccia più corpo, ma in realtà l’Arabica ha più grassi: se si riesce a trovare la quadra tra tostatura, macinatura, e la granulometria l’Arabica crea la cremina, lasciando anche il palato pulito. Noi proponiamo una miscela Arabica che è cremosa, con tostatura medio-scura. “

E il problema del prezzo per il consumatore? Come lo avete affrontato per rientrare nei costi?

“Lavoriamo con 50 Paesi all’estero, anche se i nostri distributori non sono grandissimi. Abbiamo iniziato regalando qualche barattolo e da due e tre mesi raccogliamo dei buoni riscontri. Abbiamo appena venduto dei bancali in Israele, in Cile, in un supermercato nel Veneto. Pian piano riusciamo ad andare avanti, con un prezzo finale per il consumatore di 40 centesima a capsula. Per la nostra linea, anche per le cialde, non siamo mai scesi di prezzo, pur perdendo una grossa fetta di mercato, sempre per non scendere ai compromessi con la qualità.

All’estero stanno iniziando a tenere di più all’espresso che non in Italia. Le persone cercano una soddisfazione in più, uno status symbol. Per cui, se possono, cercano di comprare qualità. E poi sono abituati a pagare l’espresso a 2 euro, non come in Italia. Il mito italiano di farsi la guerra con i prezzi più bassi, non lo condivido perché va a nostro discapito: il valore del made in Italy si sta abbassando a forza di fare prodotti scadenti. La politica del prezzo ci sta distruggendo ed è un pessimo biglietto da visita all’estero.”

Una scelta distintiva quella di puntare alla qualità senza compromessi

“A noi soprattutto sta a cuore la salute: sono piuttosto informato sull’uso dell’alluminio e ho capito che purtroppo tutte queste confezioni non ci proteggono. Noi abbiamo delle responsabilità, perché il cibo e le bevande sono come medicine. In azienda togliamo anche i chicchi neri dal caffè verde, pur di tutelare il consumatore. Potremmo rimetterlo in commercio, ma decidiamo di buttarlo. Saremo esagerati, ma è giusto così.

Abbiamo anche prodotto una macchina del caffè con un gruppo tutto d’argento. Con una tanica di vetro, perché l’acqua è un piccolo solvente che assorbe la plastica. L’argento perché è un metallo nobile, che ha una conduzione termica più alta del rame e che consente un risparmio energetico, in più rilascia ioni d’argento, agisce come anti batterico e antivirus. Sempre per tentare di tutelare la salute. Ci importa non tanto crescere, ma fare le cose con coscienza. “

Parliamo un po’ dell’azienda in generale

Venturelli: “L’azienda nasce 24 anni fa, tostavo, confezionavo, riparavo le macchine del caffè e facevo le consegne praticamente da un garage/sottoscala. Poi sono partito subito nelle Fiere in America e in Germania e mi sono dedicato al mercato estero. Ogni anno siamo cresciuti, anche nei primi 3 mesi del 2020, sino all’arrivo del Covid. I nostri distributori agiscono nel mercato dell’horeca, come nel Cile e che quindi hanno risentito
del lockdown. Forse chiuderemo l’anno con una perdita del 10%. L’estero rappresenta il 98% del nostro fatturato, perché in Italia abbiamo preferito, non concentrarci, pur
essendo presenti a Pescara, nel Veneto e in Sicilia: siamo in tanti e siamo in competizione sul ribasso del prezzo.

Nel nostro Paese non si fa mai un discorso di qualità ma di finanziamenti che non danno però valore al prodotto. All’estero questo è un problema minore e c’è una maggiore sensibilità sulla sostenibilità. In Germania la capsula non cresceva più già due anni fa: le macchinette economiche che si rompevano subito, non sposavano la filosofia tedesca e le capsule di plastica non erano apprezzate. Bisogna ritornare a fare opere d’arte come le maccihne esposte al Mumac.”

Come riuscire a sensibilizzare gli italiani, secondo Venturelli?

“Si potrebbe fare anche in Italia e comunicarlo. Ma noi siamo un’azienda piccola che non ha questa possibilità. Sicuramente però si dovrebbe, per cambiare l’approccio dei consumatori: è una questione di disinformazione generalizzata.”

Il periodo attuale: con il Covid come sta andando?

“A livello di vendite per ora non abbiamo grossi problemi: il mercato è cambiato, ma noi abbiamo iniziato a vendere di più sul canale del consumo domestico piuttosto che nell’horeca e questo ha aiutato a bilanciare i conti. Certo se fossimo stati più forti nel Retail avremmo fatto il boom. Quello che invece è più difficile è la gestione del personale, perché la responsabilità ricade sempre sull’azienda. Senza dubbio è un momento di
tensione e noi sin dall’inizio abbiamo utilizzato tutte le precauzioni possibili. Ora ci stiamo concentrando sulla grande distribuzione all’estero e sul potenziamento dell’e-commerce.”

Progetti futuri?

Venturelli: “Mi sono innamorato di un sogno: togliere la bustina dalla cialda. Le cialde sono confezionate singolarmente in bustina: in questi tempi si stanno ingegnando nella produzione di una plastica biodegradabile oppure spessa. Nel primo caso il caffè non è protetto, nel secondo sì, ma viene conservato per un periodo molto breve. Noi vogliamo inserirle in un barattolo con un sistema su cui stiamo facendo ricerca affinché, anche una volta aperta la confezione, durino per una ventina di giorni. Saranno ridotti i volumi, gli spazi, ci saranno meno rifiuti e la qualità sarà preservata. Stiamo ultimando ora gli impianti.

Noi vogliamo diventare quelli del barattolo per i grani, per il macinato, le capsule e cialde. Perché è il contenitore migliore oltre al vetro (che però pone diverse criticità. Non ha migrazioni di plastica sul prodotto, che assorbe in quanto semioleso, e ha una protezione dall’ossigeno maggiore rispetto agli altri sacchetti.”

Un ultimo invito di Gianluca Venturelli

“Bisogna difendere il made in Italy. Dobbiamo fare solo cose belle e di qualità E poi, ci si deve ricordare che il settore dell’alimentare è anche una responsabilità nei confronti della salute degli altri. Invece noi diamo quasi più valore ad una borsa piuttosto che a ciò che mangiamo. Noi sentiamo molto questa responsabilità. La coscienza non ci ha permesso di fare altro.”

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