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Bere caffè: i pro e i contro scoperti dalla scienza, ma ci possiamo fidare davvero?

Purtroppo la letteratura scientifica su questa bevanda ancora non si è trovata unanime sui risultati delle loro ricerche nutrizionali e le conclusioni cambiato costantemente, spesso anche contraddicendosi l'una con l'altra

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Bere caffè fa bene o male se prendiamo antibiotici?

MILANO – Con l’aiuto di Kim Tingley, autore di un articolo uscito su nytimes.com The New York Times Magazine, cerchiamo di scoprire se bere caffè è una cosa buona per l’organismo oppure no (ma possiamo già immaginare la risposta, dopo tanti altri articoli che a tal proposito hanno fatto bene chiarezza su questo punto). E dunque proviamo a rispondere all’eterna domanda: dovremmo bere caffè e se sì, in quali quantità?

Purtroppo la letteratura scientifica su questa bevanda ancora non si è trovata unanime sui risultati delle ricerche nutrizionali e le conclusioni cambiano costantemente, spesso anche contraddicendosi l’una con l’altra.

Bere caffè: gli studiosi in disaccordo

Uno stato delle cose che non è molto rincuorante trattandosi di una bevanda che viene consumata quotidianamente da tutti nel mondo. Si pensi che nel 1991, quando la World Health Organization ha indicato il caffè come potenzialmente cancerogeno, le implicazioni sono state esponenziali: più della metà della popolazione americana beve caffè ogni giorno.

Un possibile collegamento tra questa bevanda a, per esempio, il tumore al pancreas, è stato evidenziato da diversi studi. Eppure, in seguito è emerso che le stesse ricerche non avevano messo nella giusta correlazione il fatto che i partecipanti all’esperimento non solo bevessero caffè, ma fumassero anche. Questo secondo fattore è stato quello realmente scatenante nello sviluppo della patologia, in associazione al bere caffè. Solo una volta riconosciuto questo, la bevanda è stata rimossa dalla lista di alimenti cancerogeni, nel 2016.

L’anno dopo, un articolo pubblicato nel The British Medical Journal, ha riscontrato un link tra il caffè e un rischio ridotto di diversi tipi di cancro, e di malattie cardiovascolari.

La nuova analisi dell’American Heart Association journal circulation ha sottolineato una diminuzione dei rischi di infarto per chi beve tra le due e le tre tazzine di caffè al giorno. Ovviamente si tratta di un’associazione tra le due cose, non di un rapporto diretto di causa-effetto.

Ma se si tratta sempre di possibili correlazioni, allora a cosa ci servono questi studi?

I critici hanno argomentato in effetti che non ci sia una sola ricerca di questo genere che si sia svolta come trial controllati e che invece si parli sempre di ricerche osservazionali. Facendo assumere a un gruppo random del caffè e ad un altro invece no, si potrebbe comprendere meglio quali siano le cause e quali gli effetti.

Tuttavia entrambi i metodi hanno dei limiti: la nostra alimentazione influisce sul nostro organismo su lungo tempo. Non è di certo fattibile tenere le persone dentro ad un laboratorio, monitorando la loro assunzione di caffè, fino a quando svilupperanno degli scompensi cardiaci.

Allo stesso tempo è difficile analizzare fedelmente che cosa mangino o bevano nelle proprie case. Idealmente per arrivare al nocciolo della questione, si dovrebbe sapere che tipo di chicco è stato utilizzato, come è stato tostato e estratto: tutti fattori che influenzano la biochimica, insieme all’esatta quantità ingerita, alla temperatura e all’aggiunta o meno di latte e zucchero.

In più si dovrebbero tener conto anche di altri elementi individuali del bevitore: i geni, il tipo di vita, lo stato socioeconomico.

I trial randomizzati e controllati potrebbero spiegare le influenze del bere caffè tenendo conto di un breve lasso di tempo. Potrebbero aiutare a spiegare e validare delle associazioni a lungo termine. Ma prima di procedere ci devono esser i presupposti per prendere in esame un determinato nutriente e i suoi effetti sull’organismo. E gli scienziati devono esser ragionevolmente sicuri che testare il composto sugli esseri umani non provochi danni in futuro.

Per esempio, lo studio sulla circolazione inizialmente non aveva lo scopo di indagare la relazione tra il caffè e la patologia cardiaca

Ecco come ha raccontato il capo della ricerca David Kao, cardiologo all’Università della Colorado School of Medicine: “La domanda principale era quella di trovare quali fattori nella vita quotidiana potevano abbassare il rischio di uno scompenso cardiaco.”

Solitamente i ricercatori iniziano con un’ipotesi: bere caffè diminuisce il rischio di patologia cardiaca. Dopodiché si procede ad analizzare i pazienti che soffrono di questo disturbo e la loro assunzione di caffeina (cercando di non cadere nella tentazione di lasciarsi guidare da preconcetti nello studio dei dati, per comprovare la propria teoria iniziale).

Kao però, non aveva iniziato con un’ipotesi. Al contrario, ha adottato una metodologia analitica conosciuta come “machine learning” per osservare dei collegamenti tra centinaia di caratteristiche di pazienti che hanno sviluppato patologie cardiache.

L’algoritmo “inizierà a tracciare una linea tra tutte le variabili che ricorrono maggiormente tra i tanti dati” racconta Diana Thomas, professoressa di matematica a West Point.

L’abilità del machine learning di processare un vasto numero di dati potrebbe aiutare i ricercatori a indagare il comportamento dei loro pazienti più precisamente e in tempo reale. Per esempio, potrebbe scansionare fotografie dei pasti individuali e interpretare i livelli di macronutrienti. Così come analizzare informazioni presi dai devices e dai social media.

Ma il machine learning ha bisogno di controlli accurati

Un’analisi come quella condotta da Kao, che è partita senza preconcetti teorici su quali risultati avrebbe dovuto ottenere, può portare a delle conclusioni interessanti, che però devono esser ulteriormente testate per capire se possono esser applicate in altri contesti.

Dopo aver fatto emergere il collegamento tra il bere caffè e un ridotto rischio di scompenso cardiaco, Kao ha confermato il risultato usando l’algoritmo per predire correttamente la stessa relazione in due altre occasioni.

Ma ancora non può esser considerato uno schema definitivo. E dunque non possiamo dire con assoluta certezza quanto bere caffè possa esser positivo o negativo per il benessere delle persone. C’è ancora bisogno di molta ricerca.

Potete leggere l’articolo in lingua originale, a questo link.