venerdì 31 Maggio 2024
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Il caffè dell’Africa in Italia, Mario Cerutti: “Serve portare valore sociale alle comunità che sono a monte nella filiera”

Paul Renda, ceo di Miller Group e co-founder di Spartan Tech: “Quando il produttore guadagna il 3% della catena del valore c’è qualcosa di fortemente sbagliato in ciò che stiamo facendo. L’ambizione da parte nostra è quella di riequilibrare la catena del valore. Ho iniziato in tal modo un progetto con E4Impact Foundation che hanno la volontà di cambiare la realtà della filiera. Oggi il mercato vuole tre cose: persone, profitto e pianeta. La tecnologia ora è fusione tra sostenibilità, innovazione e persone. Quando abbiamo attivato il progetto di blockchain, questo termine era richiesto soprattutto dalle aziende americane. Ma cosa significa di preciso? Blockchain è un dato pulito e certificato che può essere utilizzato per certificare la filiera che permette di estrarre informazioni che possono migliorare lo schema di produzione. È possibile ricavare risposte a domande del tipo: da dove viene il miglior prodotto? Perché in una certa stagione il prodotto più appetibile viene da quella zona e non dall’altra? E così via”

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MILANO – L’Africa è considerata la terra di origine del caffè, mentre l’Italia detiene il primato di uno dei Paesi leader per il consumo, soprattutto per la trasformazione e valorizzazione di questa coltura e dei suoi derivati. Eppure, le relazioni tra l’inizio e la fine della filiera del chicco hanno ancora molti margini di crescita. L’aroma del caffè africano è unico e, se ben coniugato con le competenze tecniche e commerciali del Bel Paese, può fare una differenza enorme in tutta la filiera.

A questo tema, Africa e Affari e la Fondazione E4Impact, in collaborazione con Ethiopian Airlines, hanno dedicato una conferenza ibrida coinvolgendo alcuni dei protagonisti del settore del caffè sia dal punto di vista della produzione sia in quello della trasformazione e della commercializzazione.

Triestespresso

Tra i protagonisti della giornata tenutasi presso ALTIS dell’Università Cattolica in via San Vittore 18 a Milano: Massimo Zaurrini, direttore responsabile di Africa e Affari, Joseph Nkandu, founder di Nucafe, Marco Dalla Ragione, ceo di Caffè River, Mario Cerutti, chief institutional relations & sustainability officer del Gruppo Lavazza, Giulio Di Pinto, Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (AICS) Nairobi, Frank Cinque, direttore generale E4Impact Foundation, Matteo Masini, ICE (agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), Paul Renda, ceo di Miller Group nonché co-founder della Spartan Tech e Valerio Dominici, responsabile marketing Case IH (Gruppo CNH) Africa e Medio Oriente.

Africa e Italia: il punto sulla filiera del caffè

Richard Ansan, general manager di ALTIS, Graduate School of Sustainable Management dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, fa gli onori di casa: “Siamo una realtà all’interno dell’Università che esprime non solo eccellenza accademica ma che è anche vicina al mondo dell’impresa e del business. Abbiamo cercato sin dall’inizio degli anni 2000 di parlare di sostenibilità e di una sana gestione dell’impresa creando percorsi formativi e di ricerca che siano anche concreti e tangibili da un punto di vista sociale ed etico. Per questo motivo ospitiamo questa giornata che getta luce sul complesso quanto affascinante mondo del chicco da un punto di vista differente dal solito”.

Massimo Zaurrini, moderatore del talk, afferma: “Il caffè è la seconda materia prima commerciale per valore scambiata al mondo dopo il petrolio ed è il primo prodotto agricolo commerciato in tutto il globo. La produzione di caffè impiega circa 100 milioni di famiglie e si parla di un giro d’affari complessivo di 200 miliardi di dollari. Vengono consumate all’incirca 3 miliardi di tazze di caffè al giorno. Il 70% del caffè mondiale viene prodotto fondamentalmente in 5 Paesi: Etiopia, Brasile, Vietnam, Colombia e l’Indonesia. Il consumo di caffè è prevalentemente nelle aree ricche del mondo in Europa e Nord America”.

Africa e caffè: numeri alla mano

Zaurrini continua: “Il prezzo del caffè africano, per quanto sia pregiato, si rivela il più basso del mondo. Il costo medio della produzione di Arabica si rivela di 74 centesimi a libbra contro i 96,5 centesimi dell’America Latina. Il listino medio della produzione di Robusta è invece di 58,4 centesimi a libbra contro i 78,5 centesimi sempre dell’America Latina. Circa il 12% del caffè di tutto il mondo è prodotto in Africa”.

“I primi cinque Paesi sono l’Etiopia, Uganda, Costa d’Avorio, Tanzania e Kenya e l’Italia è il primo Paese destinatario del caffè ugandese. Con questi dati lanciamo una panoramica sul prodotto simbolo per eccellenza che accomuna Italia e Africa: il caffè rappresenta una vera opportunità per valorizzare entrambe le culture ma ci sono alcune lacune da colmare per crescere e migliorare insieme: primo tra tutti il lato umano.”

Prende la parola Joseph Nkandu, founder di Nucafe, il quale, tramite un video-intervista, racconta la realtà che si cela dietro la sua organizzazione (qui la nostra intervista su Comunicaffè International): “Nucafe è stata fondata nel 2003. Attraverso l’organizzazione di oltre 1,5 milioni di coltivatori di caffè in 215 cooperative e associazioni di agricoltori, Nucafe ha creato opportunità imprenditoriali e di lavoro per migliorare le condizioni di vita ed economiche dei piccoli operai della filiera in Uganda.”

Nucafe fornisce anche competenze imprenditoriali e tecniche che consentono ai giovani di trovare opportunità di impiego nella catena del valore del caffè.

Il lato umano nella produzione

“La mia collaborazione con E4impact è nata dal rapporto commerciale che ho avuto con l’azienda italiana Caffe River e dal suo proprietario Marco Dalla Ragione che mi ha messo in contatto con ALTIS e l’Università Cattolica di Milano. Dopo un breve periodo, grazie alla Fondazione E4IMPACT mi è stata concessa una borsa di studio per il mio programma MBA. Dopo la laurea, mi sono trasferito con il mio piano aziendale MBA presso i finanziatori e gli investitori con cui ho avviato un’attività di caffè che pone al centro gli agricoltori dell’Uganda. Il programma E4IMPACT MBA aiuta l’imprenditore a bilanciare gli obiettivi di business e di impatto sociale, e ciò crea una vittoria per tutti.”

Marco Dalla Ragione amministratore delegato di Caffè River Spa prende la parola: “Siamo una piccola azienda caratterizzata da una grande passione e curiosità. Ci impegniamo molto per produrre un caffè di qualità e per garantire una responsabilità sociale d’impresa. Crediamo fortemente di poter fare la differenza nella vita delle persone che sono a valle della filiera, principalmente i coltivatori di caffè. La nostra esperienza di progetto sociale inizia nella Repubblica Dominicana, dove ci offrimmo come partner di ONG Ucodep, con il quale sviluppammo un lavoro di promozione dei coltivatori di caffè”.

“Ispirati dall’ottima esperienza, abbiamo deciso di avviare il progetto Omukwano in Uganda. La parola Omukwano significa “amicizia” in lingua luganda, la più diffusa del Paese. L’Uganda è un Paese importante per la filiera del caffè e produce sia Arabica che Robusta. Lì venni a conoscere Nucafe e il suo fondatore, Joseph Nkandu, il quale ci spiegò la sua idea di valorizzazione dei contadini del Paese. Ciò catturò subito la nostra attenzione”.

Progetti sociali e valorizzazione del prodotto

“Joseph individuò in poco tempo la causa della povertà del lavoratore ugandese e ciò risiedeva nel fatto che quest’ultimo non manteneva possesso del caffè, bensì se ne spogliava immediatamente. Cosa significa? Il coltivatore vende il prodotto al mediatore nel momento in cui fiorisce la pianta del caffè. Lì già il contadino si lega all’acquirente e ne è dipendente dal contratto. Joseph proponeva al contadino di mantenere la proprietà del caffè fino all’ultimo momento possibile ottenendo così un valore maggiore”.

“In quel momento capimmo che nonostante ciò fosse una bellissima idea non si poteva mettere in pratica: d’altronde il coltivatore ha bisogno sin da subito di essere pagato. Ci offrimmo di diventare cavie di questa idea e siglammo un contratto nel lontano 2009. Dopo la nostra conversazione, qualche anno dopo, ci incontrammo per discutere i dettagli. Dovevamo risolvere i problemi di emancipazione dei contadini del caffè. Abbiamo firmato così un nuovo accordo: noi offrivamo prezzi più alti del mercato e abbiamo proposto un prefinanziamento senza interessi con 50.000 euro donati in piena fiducia. Perché c’è bisogno di questo denaro? Il coltivatore deve essere in qualche modo sovvenzionato, altrimenti cade preda dei mediatori, perciò i contadini devono essere finanziati. In questo modo si favorisce il rapporto diretto nella filiera senza bisogni di intermediari.”

Fare la differenza

Dalla Ragione continua: “Cerchiamo di facilitare ogni problema: dal pagamento anticipato alla presentazione dei documenti. Nucafe è stata estremamente corretta: nonostante un finanziamento alla cieca, non siamo mai rimasti delusi e abbiamo sempre ricevuto prodotti di alta qualità. Ciò ci porta al risultato: abbiamo ottenuto oltre 1.500 tonnellate di caffè da piccoli coltivatori. Abbiamo impattato in meglio la vita di decine di migliaia di persone; in termini di tracciabilità sappiamo da dove arrivano i chicchi; e, non per ultimo, abbiamo riscontrato una maggiore valorizzazione dell’impegno sociale: ogni comunità riceve un premio da spendere per bisogni locali al di fuori della produzione di caffè”.

Dalla Ragione conclude: “Il messaggio è questo: anche per un’azienda piccola come la nostra è possibile fare la differenza e partecipare a progetti che possano migliorare la filiera del caffè anche da un punto di vista umano. Lo possono fare davvero tutti”.

Il ruolo del mediatore

Arriva poi il turno di Mario Cerutti, chief institutional relations & sustainability officer del Gruppo Lavazza: “È sicuramente importante avere una filiera più diretta, tuttavia il ruolo dell’intermediario non è sempre negativo: il problema c’è quando quest’ultimo approfitta della sua posizione nei confronti di chi è a valle della filiera. È un tema spinoso ma ci sono lati positivi. Faccio un esempio: se c’è qualcuno che mi fa un servizio di esportazione, comunicazione e me lo fa con un valore concorrenziale migliore di quel che potrei fare io allora questo è un ruolo auspicabile. È giusto considerare, a mio parere, anche questo punto di vista”.

prime video lavazza mario cerutti
Mario Cerutti, chief institutional relations & sustainability officer del Gruppo Lavazza è anche il Presidente del Comitato italiano del caffè

“L’Africa è rimasta un po’ indietro. Negli ultimi trent’anni ha mantenuto sostanzialmente lo stesso valore nella sua borsa del caffè. I motivi sono molti: la qualità in certi ambiti, la politica e una mancata valorizzazione della filiera. Da un punto di vista sociale, il caffè è molto importante per i Paesi africani e riesce a portare valore alle comunità ed è importante valorizzarlo: questo è uno dei motivi per cui ho apprezzato l’iniziativa di Caffè River”.

La percentuale del caffè utilizzato da Lavazza proveniente dall’Africa è del 14%. Il Paese in cui siamo più presenti nel continente è l’Uganda, seguita dall’Etiopia e dal Kenya. Lavazza si sforza sempre di avere l’approccio di un’azienda piccola e artigianale in un mercato grande. Ad esempio con il nostro marchio Lavazza 1985 che è di fatto una torrefazione all’interno di una torrefazione. Abbiamo preso un’area del nostro stabilimento e adibita alla produzione di specialty, dove tutto viene gestito in maniera settoriale e all’insegna della sostenibilità”.

L’importanza della formazione nella filiera del caffè

È ora il turno di Giulio Di Pinto dell’agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo di Nairobi che si rivela in una video-intervista già registrata in precedenza: “Circa 5 milioni di persone, più o meno un milione di famiglie, dipendono dalla filiera del caffè. L’intervento della nostra operazione in Kenya è ambizioso poiché opera ad un livello dell’intera industria: si vuole migliorare la vita dei coltivatori e, allo stesso tempo, la qualità del loro caffè. Noi interveniamo sulla parte di produzione e l’incremento della resa delle piante attraverso tecniche all’avanguardia. È importante perciò intervenire sulla filiera del Paese e migliorare la sostenibilità sociale del caffè anche attraverso la sua qualità e una formazione continua degli agricoltori.”

Frank Cinque, direttore generale E4Impact Foundation parla nello specifico della relazione tra Italia e Africa e il progetto che vede il caffè come protagonista: “Il programma che proponiamo vede la nostra partecipazione in Kenya e prevede l’inclusione di 7 contee con 21 cooperative e 30.000 coltivatori di caffè. I nostri obiettivi principali si possono riassumere nel raddoppiare la produzione di caffè da 2,5 kg a 5 kg per albero e integrare il sistema di aste con la vendita diretta. Oltre a ciò, desideriamo accompagnare l’entrata di donne e giovani nella gestione della cooperativa. In Kenya abbiamo rilevato alcune criticità tra cui:

  • un cambiamento climatico sempre più evidente: le temperature sono aumentate e le piogge sono irregolari
  • conoscenze limitate di pratiche agricole
  • costi: ad esempio 50 kg di fertilizzante hanno un prezzo di 55 euro
  • invecchiamento dei macchinari: un elevato costo delle attrezzature
  • qualità: nessun sistema per monitorare e migliorare la qualità del caffè

Il punto di forza del Paese risiede invece nella lavorazione in umido che migliora di gran lunga la qualità. La cooperativa inoltre facilita l’accesso ai prestiti per gli agricoltori.

Obiettivi concreti

Tra le azioni che intraprendiamo per migliorare la filiera c’è in primis il perfezionamento della formazione dell’agricoltore sulla produzione intelligente per il clima con, ad esempio, l’utilizzo di bacini idrici e la gestione delle acque reflue. Ci impegneremo anche nell’installazione di laboratori di caffè e garantire un lab in ogni contea. La formazione sul cupping e competenze di business è altresì di primaria importanza insieme alle lezioni sulla governance per i manager delle cooperative”.

Il microfono passa a Matteo Masini dell’agenzia ICE: “Come agenzia a noi interessa la promozione del prodotto finale italiano sui mercati esteri ma, chiaramente, il successo di quel prodotto dipende dallo sviluppo della filiera a monte. Stiamo cercando di costruire un percorso di valorizzazione per le cooperative del mondo del caffè in Africa. In occasione del Sigep abbiamo intenzione di portare la presenza di cooperative e produttori protagonisti di progetti sociali per valorizzare una realtà differente all’interno di una delle fiere italiane più importanti del settore”.

La tecnologia al servizio di un’industria più etica e performante

Paul Renda, ceo di Miller Group e co-founder di Spartan Tech: “Quando il produttore guadagna il 3% della catena del valore c’è qualcosa di fortemente sbagliato in ciò che stiamo facendo. L’ambizione da parte nostra è quella di riequilibrare la catena del valore. Ho iniziato in tal modo un progetto con E4Impact Foundation che hanno la volontà di cambiare la realtà della filiera”.

“Oggi il mercato vuole tre cose: persone, profitto e pianeta. La tecnologia ora è fusione tra sostenibilità, innovazione e persone. Quando abbiamo attivato il progetto di blockchain, questo termine era richiesto soprattutto dalle aziende americane. Ma cosa significa di preciso? Blockchain è un dato pulito e certificato che può essere utilizzato per certificare la filiera che permette di estrarre informazioni che possono migliorare lo schema di produzione. È possibile ricavare risposte a domande del tipo: da dove viene il miglior prodotto? Perché in una certa stagione il prodotto più appetibile viene da quella zona e non dall’altra? E così via”.

“Ciò che andremo a fare, ad esempio, è correlare i dati metereologici, con quelli raccolti insieme ai produttori. E se noi iniziamo a guidare il processo di produzione cercando di recuperare la catena del valore, possiamo anche iniziare ad ambire a guidare il flusso finanziario in maniera differente. Oggi il prodotto arriva al mercato e, in funzione dell’oscillazione dei prezzi delle materie prime, lo vado a vendere: ho poco spazio e la partita viene vinta da chi ha tanti capitali. Se invece sono in grado di gestire i dati e so che cosa andrà in produzione tra 3-6 mesi magari posso lavorare sui futures, vendere delle promozioni che non ho ancora da vendere e, in questa maniera, colloco sul mercato come produttore africano un caffè quando è meglio collocarlo”.

Il bisogno di automatizzazione: il caffè nell’era moderna

Infine arriva il turno di Valerio Domenici, responsabile marketing Case IH del Gruppo CNH Africa e Medio Oriente: “Noi operiamo in Angola. È stato il terzo più grande Paese produttore di Robusta fino ai primi anni 70 con 250.000 tonnellate di caffè prodotto ogni anno. Con la guerra tutto ciò cambia drasticamente. Nel 2000 ritorna un periodo di stabilità politica ed è lì che gli angolani cominciano a capire dove reinvestire nel mercato e lo fanno con nuovi principi digitali come smart farming, sensori e macchinari nuovi e la modernizzazione delle piantagioni. Stiamo parlando di un’Africa più avanzata. Nel 2017 ritornano a produrre 8000 tonnellate di caffè che, comunque, è una cifra irrisoria. Da lì parte in quarta l’acquisizione e l’utilizzo di nuovi macchinari e tecnologie”.

“In pochi anni si raggiunge un 34% di avanzamento di produzione. Il 50% di questa produzione è fatta da 25.000 piccoli agricoltori. L’altro 50% deriva da sole 500 imprese. Nella fazenda Vissolela ho venduto la prima macchina coffee harvester in tutta l’Africa: un primo passo in avanti in direzione di un’ottica incentrata sulla produzione. Nel 2021 la fazenda in questione ha aumentato di 425 ettari la propria piantagione con l’obiettivo di arrivare a 3500 ettari”.

“Oggi vogliamo non solo un profitto ma anche una maggiore attenzione alla sostenibilità senza contaminazioni di lavoro minorile e una maggiore tracciabilità che può essere garantita solo dalla tecnologia. La meccanizzazione e lo sviluppo vanno perciò di pari passo con la sostenibilità. Le macchine moderne sono sempre più indispensabili non solo in termine di profitto ma anche di tracciabilità”.

di Federico Adacher

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