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Rudi Albert è intervenuto sul tema dell’EUDR in occasione del TCE 2025. Nel suo speech ha affrontato criticità e prospettive del Regolamento europeo sulla deforestazione per la filiera del caffè. Leggiamo in seguito la sua opinione.
TRIESTE – Mi è stato chiesto di intervenire su un tema tanto delicato quanto poco amato da chi opera nel settore del caffè: quello legato al Regolamento europeo sulla deforestazione, l’EUDR. Un tema complesso, che sta creando non pochi disagi, costi e difficoltà operative lungo tutta la filiera.
Oggi però vorrei provare a guardare questa normativa da un’altra prospettiva, con una ventata di realismo ma anche di ottimismo. È vero: l’EUDR rappresenta, per il mondo del caffè, una vera e propria tempesta perfetta. Ma come spesso accade, dopo ogni tempesta si comincia a intravedere il sereno. E, se vogliamo usare una metafora, anche qualche arcobaleno, che va dalle nostre piantagioni di caffè fino alle tazzine.
Parliamo quindi di trasparenza della filiera del caffè e della sua necessaria modernizzazione. La trasparenza oggi non è più soltanto una leva di marketing, ma è imposta da quattro forze fondamentali. La prima è la pressione normativa, in particolare quella dell’Unione Europea. La seconda riguarda le richieste dei consumatori, sempre più attenti all’impatto ambientale dei prodotti che consumano.
La terza è legata ai rischi reputazionali per le aziende che non si adeguano. La quarta, spesso sottovalutata, è rappresentata dalle opportunità: la trasparenza sta dando nuova linfa ai mercati premium, premiando i caffè di qualità e sostenendo la crescita dei segmenti gourmet e specialty.
Il Regolamento EUDR ha un obiettivo chiaro: escludere dal mercato europeo i prodotti derivanti da deforestazione. Riguarda sette materie prime, tra cui il caffè. L’entrata in vigore era prevista per il 1° gennaio 2026, anche se è probabile uno slittamento di un ulteriore anno, accompagnato da alcune modifiche (slittamento che si è poi effettivamente verificato).
Per chi importa e tratta caffè verde, gli obblighi principali sono noti ma tutt’altro che semplici: la geolocalizzazione degli appezzamenti fino al sesto grado di latitudine e longitudine; la mappatura dei poligoni e la verifica di degrado forestale o deforestazione; la redazione della Due Diligence Statement, comprensiva di origine, attestazione di non deforestazione e compliance legale; la valutazione del rischio in base al Paese e alla regione di provenienza; la segregazione fisica e documentale dei lotti; la conservazione dei dati per almeno cinque anni.
La Due Diligence Statement deve essere caricata sulla piattaforma europea TRACES, che presenta ancora criticità operative, uno dei motivi alla base del possibile rinvio dell’entrata in vigore. Un elemento centrale è il divieto di mass balance: non sarà più possibile una tracciabilità “di sistema”. Ogni lotto dovrà essere segregato fisicamente e documentalmente. Questo non impedirà la creazione di miscele, ma renderà la gestione documentale molto più rigorosa.
La filiera del caffè è caratterizzata da un’estrema frammentazione produttiva, con moltissimi piccoli coltivatori che operano su appezzamenti spesso inferiori all’ettaro, in aree dove la connettività è limitata. Garantire continuità informativa in questo contesto è una sfida enorme. I costi sono già evidenti: mappatura degli appezzamenti, raccolta dei dati, gestione della documentazione. Il rischio più grande è quello di escludere dal mercato i piccoli produttori, con conseguenze sociali rilevanti. A questo si aggiunge la sovrapposizione con il GDPR, che complica ulteriormente la gestione dei dati.
Questa sfida può essere vinta solo attraverso una profonda modernizzazione della filiera. La tecnologia è lo strumento chiave: satelliti per il monitoraggio in tempo reale della deforestazione; blockchain per la gestione e la segregazione dei dati lungo la catena del valore; intelligenza artificiale per la valutazione automatica del rischio; sistemi GIS e Geo Data Intelligence per integrare mappe e database territoriali; strumenti digitali accessibili anche ai piccoli produttori. Parallelamente, sarà necessario ripensare i rapporti tra esportatori, cooperative, importatori e torrefattori, costruendo partnership di lungo periodo.
L’EUDR non si limita a regolare il mercato: lo ridisegna. Premierà le aziende capaci di rendere la filiera realmente trasparente ed escluderà quelle ad alto rischio. Dal lato delle opportunità, favorirà la crescita dei caffè di qualità e dei segmenti specialty. La trasparenza del caffè verde è oggi un obbligo normativo, ma può diventare un acceleratore di modernità per l’intero settore.
Vorrei chiudere con un appello. Se la normativa dovesse essere applicata senza correttivi, rischia di essere devastante per l’industria italiana. Sono in corso modifiche che sembrano orientate a una semplificazione, concentrando la responsabilità sugli importatori e sollevando la filiera a valle, che dovrà solo verificare l’esistenza della documentazione. Restano però due ambiti su cui gli Stati membri possono intervenire: la definizione delle sanzioni, oggi poco chiare, e la scelta degli organi di controllo. In Italia si discute se affidare i controlli ai Carabinieri Forestali o alla Guardia di Finanza. Una gestione non equilibrata di questo aspetto rischia di bloccare operativamente le aziende. Su questi punti, come settore, dobbiamo far sentire la nostra voce.



















