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Torino: “Costi troppo elevati”, chiude la storica pasticceria Peyrano

Licenziati una pasticcera e un fattorino, che si rivolgono al sindacato. La titolare Bruna Peyrano: "Ma continuiamo a produrre il nostro cioccolato"

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Lo storico locale torinese Peyrano, dopo la chiusura, riparte

TORINO – Ha chiuso lo storico negozio Peyrano di corso Vittorio Emanuele 76. Prima un cartello annunciava una ristrutturazione, invece le saracinesche non si rialzeranno più e due dei tre lavoratori sono stati licenziati.

La notizia è circolata quando i sindacalisti della Flai-Cgil hanno ricevuto i due ex dipendenti, un fattorino e una pasticcera che lavoravano da quasi trent’anni, intenzionati a impugnare il licenziamento.

“Abbiamo chiuso quel punto vendita per ragioni economiche – ha spiegato Bruna Giorgio, titolare assieme al marito Giorgio Peyrano – Avevamo costi troppo elevati e abbiamo dovuto riorganizzare l’attività: abbiamo abbandonato la parte di pasticceria e venduto i macchinari, ma continuiamo a concentrarci nella produzione del cioccolato come abbiamo sempre fatto.

Resta sempre aperto il negozio di corso Moncalieri e, se qualche affezionato cliente di corso Vittorio lo vorrà, potremo anche pensare a delle consegne a domicilio”.

Negli ultimi anni la vita della storica pasticceria torinese è stata piuttosto travagliata: nel 2002 la società era passata di mano alla famiglia Maione di Napoli, ma otto anni dopo l’azienda, che aveva un organico di 23 dipendenti, era fallita e nel 2011 i Peyrano erano riusciti a rientrarne in possesso, rilevando il marchio dall’asta giudiziaria.

Il progetto imprenditoriale per rilanciare l’azienda, nel 2011, parlava di “nuovi mercati, nuovi prodotti, nuova politica redistributiva, maggiore apertura verso nuovi accostamenti tra il cioccolato, spezie o liquori particolari”.

“Purtroppo il progetto imprenditoriale per rilanciare l’azienda, che parlava di nuovi mercati e nuovi prodotti, non è mai partito – afferma Walter Ranieri, della Flai Cgil di Torino – non solo a causa della crisi e dell’andamento del mercato, ma anche per la mancanza di un marketing efficace.

Non si capisce perché i due dipendenti licenziati non possano essere ricollocati all’interno del laboratorio di corso Moncalieri, dove peraltro vengono utilizzati interinali e pensionati”.