sabato 29 Novembre 2025
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L’ambasciata del Costa Rica per l’evento di cupping dei caffè vincitori del premio Taza de Excelencia 2023 a Roma

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cupping costa rica
La sessione di cupping (immagine concessa)

ROMA – L’ambasciata del Costa Rica in Italia e Faro Caffè Specialty, in collaborazione con l’Iila (l’Organizzazione internazionale italo–latino americana), hanno organizzato un evento di cupping dei caffè vincitori costaricensi del prestigioso premio Taza de Excelencia 2023, grazie alla presenza a Roma di esperti dell’Icafé (l’Istituto del caffè di Costa Rica).

La sessione di cupping all’ambasciata del Costa Rica in Italia con Faro Caffè Specialty

L’evento, tenutosi il 26 gennaio nella sede di Faro Caffè Specialty, è stato rivolto a esperti italiani del settore, torrefazioni e importatori che, guidati dal barista dell’Icafé Gabriel Abarca e dall’esperto italiano Andrea Matarangolo, hanno potuto assaggiare il meglio del caffè costaricense.

Il caffè di Costa Rica si caratteriza per essere un caffè di qualità, 100% Arabica, coltivato in terreni fertili di origine vulcanica a bassa acidità, ubicati principalmente tra gli 800 e 1.600 metri sul livello del mare, e con sistemi di produzione sostenibili e attenti all’ambiente.

L’obiettivo del settore del caffè in Costa Rica è continuare ad aumentare la vendita del chicco di caffè nei mercati del caffè pregiato, mantenere la strategia dell’”enfasi sulla qualità piuttosto che sulla quantità” e fornire sempre valore aggiunto al suo caffè, come la produzione sostenibile.

Il caffè sostenibile di Costa Rica è prodotto in piantagioni con un’elevata diversità biologica, che preserva le risorse, protegge l’ambiente, produce in modo efficiente, compete commercialmente e rafforza la qualità della vita degli agricoltori e della società nel suo complesso.

L’Ambasciata di Costa Rica ringrazia Faro Caffè Specialty e l’Illa per il sostegno concesso all’organizzazione di questo evento.

Ecco Adam, il robot barista che chiacchiera con i clienti a Las Vegas

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L'intelligenza artificiale (immagine Pixabay)

LAS VEGAS – È stato presentato a Las Vegas dall’azienda Richtech Robotics l’innovativo robot barista Adam, esemplare unico nel suo genere caratterizzato da un’intelligenza artificiale generativa: può servire ogni tipo di bevande e persino parlare con i clienti del locale.

Il presidente dell’azienda Matt Casella, come riportato dal portale askanews, afferma: “Adam è il nostro robot umanoide con intelligenza artificiale che attualmente lavora come barista, versando caffè nelle caffetterie di New York e Oakland e tè nel nostro ristorante di tè qui a Las Vegas, oltre a preparare cocktail di ogni tipo e versare birra in occasione di eventi speciali in tutto il Paese”.

Il costo di Adam è di 180mila dollari. Non è certo la prima volta che l’intelligenza artificiale fa parlare di sé nel mondo dell’horeca.

Poco prima della fine del 2023, ha aperto a New York Botbar, il primo locale gestito interamente da un robot prodotto sempre dall’azienda Richtech Robotics (ne abbiamo parlato qui).

Altromercato lancia la linea di tavolette al cioccolato ChocoMagnEtico

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ChocoMagnEtico altromercato
ChocoMagnEtico (immagine concessa)

MILANO – Altromercato, prima realtà di commercio equo e solidale in Italia e seconda al mondo, lancia assieme a lepalle.it, nuovo brand made in Italy che nasce con il desiderio di destare un sorriso, ironizzando sulle piccole bugie quotidiane, la nuova linea ChocoMagnEtico, 3 golose tavolette di cioccolato da filiera etica limited edition con 3 nuovi gusti e personalizzabili con diverse calamite messaggio per ogni occasione.

“L’idea di introdurre un’innovazione smart sul cioccolato e di farlo con un concept retail ci permette di entrare nel mercato con un nostro prodotto identitario come la tavoletta e con un elemento di personalizzazione che ci avvicina ai clienti e ai trend per lo sviluppo di una customer experience più coinvolgente. Aggiungiamo valore ai nostri valori con 3 nuovi gusti e 12 calamite tra cui scegliere il messaggio per un regalo simpatico e goloso” afferma Giliana Sinibaldi, retail manager di Altromercato.

“Siamo molto orgogliosi della collaborazione con il brand lepalle.it che insieme ha portato all’ideazione e realizzazione del nuovo ChocoMagnEtico. Un prodotto innovativo, di altissima qualità e davvero originale, un connubio perfetto tra etica ed ironia così da renderlo un vero e proprio progetto di comunicazione. Infatti oltre ad essere un bellissimo e buonissimo regalo, si tratta di una tavoletta di cioccolato che si muove nella direzione della sostenibilità agìta per il mercato, le persone e il pianeta, facendolo però con leggerezza perché strappa un sorriso a chi lo riceve!” racconta Elisa Costa, brand e communication manager di Altromercato.

Le 3 tavolette ChocoMagnEtico sono frutto di una collaborazione tra Altromercato e Bodrato, un’azienda familiare che lavora il cioccolato con sapienza e passione curando tutti i processi della lavorazione in modo artigianale.

Sono disponibili in 3 nuovi gusti, tutte realizzate con ingredienti provenienti da filiere dirette Altromercato, con cacao dal Perù e zucchero di canna dalle isole Mauritius:

Cioccolato Messaggio al latte con more e sale, un cioccolato finissimo al latte con granella di more e sale marino per un gusto fruttato e goloso con zucchero e cacao da filiere equosolidali

Ciocco Messaggio fondente extra con frutta secca, tavoletta che contiene nocciole, mandorle e uvetta, oltre il 30% di frutta secca e cioccolato fondente per un gusto intenso e croccante.

Cioccolato Messaggio al gianduia fondente con fave di cacao, un cioccolato fondente alle nocciole, gianduia e granella di fave di cacao tostate per un gusto pieno e rotondo.

“Quando ci è stato proposto il progetto – proprio a noi che, si sa, siamo persone dolcissime – ci ha incuriosito l’idea di legare al cioccolato un oggetto pop come le nostre calamite, e anche di come questo sarebbe stato realizzato. Stimando da sempre i prodotti e l’etica di Altromercato, ci ha entusiasmato la volontà di proporre un nuovo prodotto con una modalità ironica e divertente. Siamo sicuri che anche il pubblico lo apprezzerà, e gusterà questo ottimo cioccolato ricevendo così una doppia dose di buonumore.” afferma Roberto Balocco, founder lepalle.it

Il ChocoMagnEtico si può trovare in esclusiva nelle Botteghe Altromercato aderenti in tutta Italia e nello shop online con una selezione esclusiva.

La scheda sintetica di Altromercato

Altromercato è la principale realtà di commercio equo e solidale italiana e tra le più grandi al mondo. È un’organizzazione formata da 91 soci e più di 200 botteghe che gestisce da 35 anni rapporti con 140 gruppi di produttori in oltre 40 paesi, nel Sud e nel Nord del mondo. Il lavoro di oltre 450 mila contadini e artigiani viene rispettato ed equamente retribuito, perché si basa su una filiera trasparente e tracciabile, che tutela i produttori, l’ambiente e garantisce la qualità dei prodotti.

Altromercato propone prodotti che hanno una caratteristica comune: sono buoni per chi li sceglie e per chi li produce. La sua gamma si compone di prodotti alimentari, molti dei quali biologici, anche freschi e una selezione di prodotti tipici italiani – Solidale Italiano, una linea di igiene e cosmesi naturale – Natyr, articoli di artigianato per la casa e ricorrenze On Earth Ethical Home, abbigliamento e accessori della linea di moda etica On Earth.

Le principali referenze sono presenti nello shop online, in 1500 punti vendita della Grande Distribuzione, 2000 negozi specializzati bio, oltre che in ristoranti, mense scolastiche, bar ed erboristerie, Gruppi di Acquisto Solidale.

Con Altromercato si alimenta un’economia sana, un circolo virtuoso – dal produttore al consumatore – che dura da 35 anni, uno stile di vita sostenibile per tutti.

Per Altroconsumo, Vodafone al primo posto tra le reti mobili italiane anche nel 2024

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I risultati annuali della classifica sulla qualità della rete mobile (dati concessi)

MILANO – Anche quest’anno Vodafone sale sul gradino più alto del podio come miglior operatore di rete mobile in Italia, ottenendo 58.649 punti nella classifica di Altroconsumo.

In seconda e terza posizione si piazzano Tim (38.651 punti) e Fastweb (36.299), a breve distanza uno dall’altro, ma ben distaccati dal primo posto di Vodafone.

Chiudono la classifica iliad (28.138 punti) e Windtre (25.438). Lo stesso ordine si mantiene molto simile sia prendendo in considerazione la sola rete 4G (con Fastweb e Tim che si scambiano posizione sul podio) o la sola rete 5G (con Windtre che lascia ad iliad l’ultima posizione per una manciata di punti).

Vodafone è il miglior operatore di rete mobile in Italia: l’indagine Altroconsumo

Questo quanto emerge dall’indagine di Altroconsumo sulla performance dei provider di telefonia mobile, effettuata grazie al contributo degli oltre 16.300 utenti tramite l’app CheBanda, che consente di misurare la qualità della rete mobile del proprio operatore. Quest’anno il report si arricchisce di due importanti novità: è stato, infatti, incluso Fastweb come quinto operatore e, per la prima volta, la tecnologia 5G è stata integrata nella valutazione complessiva della miglior esperienza di connessione mobile.

Scendendo più nel dettaglio, grazie al contributo dei consumatori è stato possibile valutare una serie di parametri quali: velocità di download e upload (calcolo del tempo necessario per scaricare e inviare un file di una dimensione prefissata), qualità della navigazione nel suo insieme (il test verifica l’apertura di una lista di pagine internet in un browser integrato, verificando se la pagina si apre correttamente o meno e il tempo necessario), qualità di video in streaming (il test verifica il tempo necessario a far partire la riproduzione di un video, eventuali interruzioni ed errori).

Inoltre, si è potuto offrire una panoramica più dettagliata regione per regione, seppur con dei limiti, e per le città più popolose, così da creare una mappatura sempre più affidabile della qualità della rete nel nostro Paese.

Velocità di download e upload

 Il test misura la velocità di trasmissione per scaricare dati nel nostro smartphone (download) e per inviarli (upload). Dato che questi parametri impattano non soltanto sul tempo necessario a ricevere e inviare file (foto, video, documenti), ma anche sul tempo necessario ad accedere ai siti internet e a interagire con questi, sono estremamente importanti e influenzano gli ulteriori parametri di qualità d’uso.

Velocità di download e upload (dati concessi)

Vodafone risulta ancora in testa con 63,1 Mbps per download in 4G e 183,0 Mbps in 5G, rispetto ad una media nazionale rispettivamente di 48,3 Mbps e di 119,8 Mbps.

Qualità della navigazione

Il test monitora anche l’accesso ad alcuni tra i siti internet più visitati, verificando se la pagina si apre correttamente e il tempo necessario ad accedervi. Se il ritardo complessivo è inferiore ai 10 secondi, la qualità di navigazione viene considerata buona; un ritardo superiore o un fallimento nell’accesso alla pagina vengono considerati negativi. Per ogni operatore viene conteggiata la percentuale di successo.

Qualità della navigazione (dati concessi)

Qualità di video in streaming

In più, il test verifica il tempo di caricamento e di attesa del video selezionato, eventuali pause (buffering) e tempi di attesa. Per ritardi inferiori ai 12 secondi, la qualità di streaming viene considerata buona; ritardi superiori o un fallimento nel caricamento del video vengono considerati negativamente. Per ogni operatore viene conteggiata la percentuale di successo.

Qualità per regioni e città

Nell’indagine è presente anche la misurazione della qualità complessiva della rete mobile dei 5 operatori nelle varie regioni italiane e nelle principali città. Per quanto riguarda le regioni, va rilevato che in quelle meno popolose, come Molise, Valle d’Aosta e in parte Basilicata e Trentino-Alto Adige, l’esiguità dei dati raccolti non sempre consente di avere una panoramica attendibile.

I risultati mostrano come Vodafone sia in forte posizione in tutte le regioni, superata solo occasionalmente dagli altri operatori, come TIM (in Lazio, Puglia e Veneto) Windtre (nelle Marche), Fast Web (in Sicilia).

Passando poi ai dati relativi alle 8 principali città italiane, si può notare come la classifica può subire significative modifiche rispetto a quella generale, anche se Vodafone supera i competitors in modo netto (più del doppio) a Roma, Napoli, Palermo, Bologna e Firenze.

Infine, va ricordato che le misurazioni sono state effettuate dagli utenti utilizzando la miglior tecnologia mobile disponibile, per cui la maggioranza dei test è avvenuta in 4G (oltre l’82%), una buona parte in 5G (quasi il 16%), valore doppio rispetto ad un anno fa, e solo una minima parte in 3G (1,6%) e 2G (meno dello 0,3%).

Note

Per stilare le classifiche della qualità sulla telefonia mobile sono stati presi in esame i dati dell’intero anno 2023, (dal primo gennaio 2023 al 31 dicembre 2023) forniti da 16.309 utenti tramite l’app CheBanda, con la quale, a partire dai primi mesi del 2016, è possibile misurare la qualità della rete mobile del proprio operatore, condividendo con Altroconsumo l’informazione.

La maggior parte (14.810) sono clienti che sfruttano le reti di Fastweb, iliad, Tim, Vodafone o Windtre e hanno effettuato in media oltre 4 test ognuno.  Per gli operatori meno diffusi tra gli utenti, infatti, i test effettuati sono stati in numero non sufficiente per una valutazione statisticamente valida.

A partire dalla fine del 2020 gli utenti hanno iniziato a effettuare i test della qualità della rete mobile tramite CheBanda anche per le reti 5G. Questa tecnologia ha raggiunto ora una buona maturità, con un numero elevato di utilizzatori di CheBanda che effettuano le prove di qualità della loro rete con questa tecnologia.

I numerosi test effettuati in 5G hanno consentito di ottenere una classifica di qualità anche per questa tecnologia. La combinazione, pesata, dei punteggi ottenuti in 5G e di quelli ottenuti in 4G, ci porta alla classifica complessiva delle reti mobili.

In particolare, la tabella complessiva combina i punteggi ottenuti in 4G con quelli ottenuti in 5G, pesando maggiormente (80%) i risultati della rete 4G e meno (20%) quelli in 5G.

Matteo Borea: “La realtà fuori dalle Fiere di settore è un’altra La diversità? Il consumatore”

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Matteo Borea in azione intelligenza artificiale
Matteo Borea in azione (foto concessa)

MILANO – Matteo Borea, Barista Coach e terza generazione della torrefazione La Genovese di Albenga (Savona), aiuta a fare il punto su temi attuali come formazione, professionalità nel mondo dell’horeca, in un interessante confronto sulle dinamiche che funzionano all’estero e che ancora non hanno trovato un terreno fertile in Italia.

Borea, è vero che molti gestori lavorano più degli stessi dipendenti: ecco lei ha parlato di cambiare il proprio status da “dipendente di se stesso a padrone del proprio locale”. Ci spiega la differenza e come riuscirci?

“Identificare il vero problema di questo settore è il primo passo. Tantissimi nostri clienti sono operatori che sulla carta rientrano nella categoria di imprenditori, ma in realtà non si comportano come tali nei fatti.

Avviare un locale non significa soltanto compilare delle pratiche burocratiche, ma occuparsi di business.

Non c’è niente di male nell’essere anche un barista, perché questo consente di esser più consapevoli nel confrontarsi con i propri dipendenti e ne facilita la selezione, ma non è questo il punto: oggi ancora si confondono spesso i ruoli di gestore e operatore, che chiaramente sono due cose diverse.

In Italia ci si focalizza molto sulla parte operativa che permette di incassare, ma di fatto non è questo che fa di se un imprenditore.

Questo approccio fa sì che sia il locale a possedere te e non il contrario.

Allora bisogna intervenire sulla mentalità diffusa e diventare consapevoli di avere questo problema per poterlo risolvere con informazione, formazione e acquisizione di competenze poi da mettere in pratica.

Purtroppo è un passaggio molto difficile da far comprendere.

Questo fenomeno risulta evidente quando ad esempio uno di questi proprietari vuole vendere il proprio locale: dopo anni di lavoro dietro al banco con successo stabilisce una cifra di vendita in base al fatturato totalizzato, che però non riflette poi il valore effettivo del bar.

Nessuno comprerà quel locale a quel prezzo, perché di fatto non si sta più vendendo un’attività, ma il gestore stesso: nel momento in cui il titolare esce dall’equazione, lo stesso bar perde il suo valore, perché era la persona a determinarne il fatturato.”

Ma in Italia conviene essere sia titolare che operatore, in modo da ammortizzare i costi del personale?

Borea dietro la macchina (foto concessa)

“È vero, ma queste sono regole di mercato che non cambieranno.

Quindi se si vuole fare impresa, bisogna tenerne conto e calcolare il costo del personale (anche si tratta di se stessi) all’interno del business plan.

Se non si include questa voce nel proprio progetto, allora l’attività non è sostenibile né tantomeno appetibile per un altro imprenditore.

Purtroppo non si è ancora capito che c’è bisogno di professionalità e di formazione. Faccio sempre il paragone con il settore dei parrucchieri, che allo stesso modo ha assistito alla liberazione delle licenze, funziona per zona, e però si è sviluppato attorno all’idea che le competenze sono fondamentali: il settore li ha educati a specializzarsi, formarsi regolarmente, con aggiornamenti costanti.

Esiste la voce di spesa e di tempo dedicata alla formazione. Il barista al contrario assolutamente non lo considera, tanto meno quando si parla di ore investite per imparare a gestire il proprio locale.”

Ma questo muro negli anni si è indebolito?

“Sì, la barriera di ingresso è scesa, ma di poco. Perché in ogni caso, a mio avviso, il settore continua a muoversi nella stessa direzione. Per quanto nelle fiere e durante gli incontri tra addetti assistiamo a novità e tendenze, la realtà al di fuori di questa bolla è ben diversa. Sono ancora molto indietro.

C’è qualcosa che manca nel mezzo.

Fa la differenza a questo punto, il consumatore finale. Tornando a fare un parallelismo con il vino: il grande pubblico ha iniziato a interessarsi a questa bevanda e a voler essere sommelier, quando si è cominciato a parlare di morti causati dal metanolo nel 1986. Il settore a quel punto si è dovuto reinventare.

Ora, anche il caffè, senza dover arrivare a queste situazioni così estreme, dovrebbe spingere su questo aspetto.

Così, il consumatore finale capirà che c’è qualcosa di più, diventerà uno status avere lo specialty in casa e saper degustare un espresso. Noi continuiamo a restare però immobili: siamo ancora fermi ai muri di mattonelle di macinato nei supermercati oppure di capsule.

Il cliente sceglie in base a ciò che costa meno o che è in offerta e questo perché non gli viene attribuito alcun valore. Nei bar la situazione va un pochino meglio, ma la comunicazione resta ancora assente.

Tutti noi del settore cerchiamo di dare il nostro contributo sui social illustrando concetti che fondamentalmente sono troppo distanti ancora da ciò che il consumatore vuole conoscere.

L’unica cosa che può spostarli sono i casi eclatanti legati alla salute, oppure i soldi.

Inutile ora spiegare come preparare la moka correttamente, parlare di temperatura e tipo di acqua: ancora il consumatore non è pronto

Al bar cominceranno a cambiare le cose solo quando gli stessi clienti smetteranno di frequentarli perché il caffè non gli piace più.

La Fipe a Host ha dichiarato che hanno chiuso 20mila bar, ma bisognerebbe contestualizzare: 20mila chiusi e quanti aperti?

Ciò che conta è che il messaggio resta negativo e per questo i giovani non vogliono più lavorare nel settore, tanto meno aprire locali o formarsi e d’altronde, perché dovrebbero farlo?

La mia risposta è questa: se si va insieme nella stessa direzione allora c’è speranza, ma purtroppo da ex trainer Sca certificato posso dire che in Italia fin qui non si è riusciti a fare funzionare la cosa.

Ai baristi in Italia non interessa seguire tutto il percorso Sca sostenendo anche costi elevati e finché queste associazioni non parleranno anche con il consumatore finale facendo comprendere che c’è altro nella tazzina, il settore è condannato a morire.

Coinvolgiamo i consumatori finali, oltre che i baristi. Il mercato deve diventare consapevole. Adesso ci stanno già dicendo che il caffè per diverse ragioni, sta diventando un lusso e costerà 3 euro.

Ecco che, quando si tocca il portafoglio, il consumatore sarà il primo, anche se non capisce la differenza tra un caffè cattivo e uno buono, a farsi le domande giuste e si informerà pretendendo di più da gestori.

A quel punto, quali saranno i bar che funzioneranno? Oltre agli specialty coffee shop, le catene sopravvivranno perché possono permettersi con i grandi numeri di ammortizzare i costi e vendere a prezzo basso.

Il barista al momento non sa neppure che il caffè è un frutto che proviene da una pianta. L’ho provato sulla mia pelle che l’approccio di Sca non funziona così com’è.”

Portare la forza dell’espresso italiano all’estero: come sono i baristi da formare fuori dai nostri confini?

“La situazione all’estero è completamente diversa perché lì questo settore è visto in modo opposto. Quando si fa l’apprendista in una multinazionale ma anche in aziende più piccole, prima di toccare la macchina passano mesi: si parte dalla mission, da come si tratta il cliente, dal branding, dalle basi.

Una volta appreso questo, allora si comincia a imparare a toccare le macchine.

In Italia l’apprendista serve innanzitutto a far risparmiare dei soldi al titolare e poi a farlo lavorare meccanicamente. Molti dei nostri ragazzi vanno all’estero infatti a fare questo mestiere.

Per questo poi si parla di mancanza di personale: io sono il primo che fa fatica a trovare persone che vogliano lavorare nel nostro locale. Questo perché non è interessante questa professione, non si parla di progettualità aziendale, di far parte di una realtà con prospettive. Tutti si avvicinano a questo mondo per racimolare qualche soldo extra.

Per contrastare questo andamento, bisogna parlare tutti la stessa lingua e procedere uniti: i primi siamo noi torrefattori, che ci facciamo la guerra, siamo attaccati ancora al comodato d’uso, ai finanziamenti.

È un mercato in cui l’ultima cosa che si vende, paradossalmente, è proprio il caffè. Ancora si ha paura a fare gruppo e ancora si parla di “miscela segreta.”

Borea, e allora lei come si comporta?

Puntando all’estero. La formazione vera la svolgo lì. Fuori dall’Italia, le competenze nostrane vengono valorizzate. Ma arriverà poi il momento in cui gli operatori non serviranno neppure più: stiamo già assistendo all’arrivo dei bracci robotici che preparano il caffè.

All’estero però ti guardano con occhi diversi: formare baristi ha come obiettivo fargli apprendere determinate competenze, non solo tecniche. Insegniamo ai baristi come far risparmiare migliaia di euro e a vendere di più.

Noi consulenti partiamo in aereo per formare 30 baristi che lavorano per delle grandi catene perché comunque gli standard di pulizia e di costanza, mantenimento della macchina e del macinino, freschezza dei grani, sono più importanti e più elevati rispetto all’Italia.”

Domanda provocatoria: al caffè degli Specchi, ci sono dei robot di sala, ma in tante fiere sono comparsi i robot baristi. Ha ancora senso la formazione e lavorare come barista se l’automatizzazione del servizio è sempre più dietro l’angolo?

“Io dico meno male: servono personalità e professionisti formati, non meri operatori che possono esser sostituiti. In primis, man mano che questa tecnologia diventa accessibile e performante, riduce i costi.

Magari invece che assumere una figura giovane da sfruttare con contratti finti per fare il semplice operatore, si può investire su delle figure che ti aiutino a comunicare meglio e a gestire la tua impresa.

E poi, anche con l’arrivo della tecnologia, le macchine avranno sempre bisogno di persone che le ottimizzino e le mantengano funzionanti. L’user experience sta diventando sempre più importante e quindi, a maggior ragione, serviranno risorse per migliorare il servizio clienti più che l’operatività.

Servono baristi formati, competenti e che sappiano comunicare e vendere. Il resto, lasciamolo alle macchine.

Quindi il futuro della caffetteria come lo vede?

“Così com’è oggi, non ne vedo uno. Bisogna che avvenga un cambiamento rapido. Il consumatore deciderà di andare nel locale dove si trova meglio, sarà sempre più esigente perché anche andare al bar sarà sempre più un lusso.

Per cui si dovrà uscire dalla standardizzazione e, parlando di caffè, dal prezzo politico. Di conseguenza, anche le torrefazioni si dovranno adeguare. Si inizierà a parlare di qualcosa che va oltre al prodotto: ora si va nei caffè non soltanto perché si fa un buon espresso o per un determinato prodotto.

Si entra innanzitutto per l’esperienza: per incontrare qualcuno, per per lavorare, per l’ambiente, il servizio e la pulizia: tutti elementi fin ad oggi generalmente trascurati
dalla caffetteria in Italia.

Dobbiamo iniziare a concepirci come imprenditori. Basta con l’improvvisazione, bisogna evolversi e fare sistema. Facciamo dei corsi ai baristi che vadano oltre alle competenze specifiche: la necessità è fare formazione manageriale e di marketing.

Rivolgiamoci anche al consumatore finale, investiamo per comunicare con lui. I baristi si raccontano tra loro, ma vedo un grande gap tra loro e i clienti.

I corsi di sommelier sono pieni di gente appassionata, non di persone del settore e questo perché i consumatori vogliono imparare a riconoscere un vino buono e fare bella figura al ristorante con gli amici.

Come mai non c’è la stessa folla per i corsi di caffè?

All’estero i portali B2C vendono caffè in grani da un chilo e noi continuiamo con il macinato da 250 grammi o le capsule. Le linee home dei produttori di macchine italiani sono vendute al 99% all’estero.

In Italia siamo pochi. Un modo per avvicinare i baristi e i consumatori al mondo del caffè, delle origini, può essere anche dare la possibilità di viaggiare nelle piantagioni che con il nostro progetto della farm di Gran Canaria è diventato oggi un obiettivo raggiungibile.

È diverso doversi organizzare per andare dall’altra parte del mondo per vedere le coltivazioni, rispetto al potersi recare in Europa, le Canarie poi sono anche una meta turistica, per toccare con mano lo specialty e unire l’utile al dilettevole”.

Bontadì, la torrefazione più antica d’Italia: dal 1790 a Rovereto vicino a Trento: ecco com’è nata l’avventura

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Stefano Andreis, Torrefazione Bontadì (foto concessa)
Stefano Andreis, Torrefazione Bontadì (foto concessa)

MILANO – La torrefazione è molto forte e diffusa lungo tutto lo Stivale, per cui, in mezzo a così tanti numeri, spicca una realtà come Bontadì, l’impresa torrefattrice più antica d’Italia, nata a Rovereto nel 1790 e oggi sotto la guida di Stefano Andreis, ha segnato sicuramente la storia di questa industria del made in Italy.

Andreis, Bontadí è la torrefazione più antica d’Italia: ci racconta un po’ la sua evoluzione attraverso le sue tappe più significative fino ad oggi?

E’ tutto documentato presso la Camera di commercio, perché ho voluto accertarmi che fossimo davvero intitolati di questo primato: era una storia che veniva raccontata di padre in figlio, ma in effetti è constatabile andando proprio presso la Camera di Commercio sui documenti ufficiali lì conservati.

Abbiamo ottenuto un’onorificenza rilasciata, che ci ha riconosciuto il merito dell’ininterrotta attività dal 1790.

Bontadì è stata innanzitutto una grande famiglia di coltivatori

Che operavano nell’attuale pianura padana, finché Carlo ha avuto l’intuizione di sfruttare la configurazione geografica del luogo: il flusso di ingresso delle merci all’epoca era il passo del Brennero ed essendo zona di confine, Carlo ha deciso di aprire il ramo d’azienda della torrefazione che poi è rimasto sino ad oggi.

I Bontadì da allora sono sempre stati innovativi e attenti al cambiamento, ciascuno, di generazione in generazione, ha portato qualcosa in più in termini di materia prima. Il capo dinastia, Iperide, nel 1890 abbandona tutte le altre categorie merceologiche per concentrarsi sul caffè: cosa straordinaria all’epoca perché erano soltanto 16 anni che esisteva una macchina per espresso.

Era una vera e propria scommessa per l’epoca.

L’ha fatto innanzitutto in quanto molto appassionato del seme e quindi ha voluto investirci.

Dopodiché nei primi del ‘900 arriva Leo con le prime macchine a motore elettrico; Remo orfano del padre, ha dovuto scegliere di portare avanti l’azienda familiare. Nel 2004 è rimasto presidente onorario, anche con l’ingresso come holding Diamante nell’azienda: ne abbiamo mantenuto intatte le configurazioni artigianali, sempre procedendo sulla via dell’innovazione.”

Dalla vostra lunga esperienza e punto di vista, come sì è sviluppato l’industria della trasformazione del verde in Italia e all’estero?

“Anche se vediamo una macchina apparentemente statica, come la tostatrice che dal ‘800 è rimasta quasi identica a quelle odierne per le sue componenti meccaniche, il tamburo, la vasca di raffreddamento, c’è sempre stata innovazione attorno alle attrezzature.

In realtà ho assistito ad un minore sviluppo nella formazione dell’uomo dietro la macchina: il protocollo dell’industria 4.0. è straordinario, ma la macchina oggi va molto più veloce rispetto alle competenze maturate dall’uomo.

Ci sono oggi parametri straordinari a disposizione del roaster e siamo al picco della tecnologia, ma il nostro mastro tostatore resta la figura chiave del processo: ad esempio, non accetta in toto l’automazione e anche quando ci sono i profili già impostati, lui è capace di sentire ad orecchio quando la pellicola del chicco si rompe e questo cambia di giorno in giorno a seconda di fattori esterni, varia di qualche secondo.

La super macchina rende apparentemente superflua l’azione dell’uomo, ma il personale deve possedere la manualità.

Stesso discorso per il barista, che determina la qualità della tazzina finale. Non essere in grado di usare il macinino e non saper settare la macchina, determina un prodotto che non è all’altezza del lavoro fatto dietro.

L’innovazione quindi c’è, ma dobbiamo stare attenti a non adagiarci sugli allori rispetto alla concorrenza dell’estero, dove stanno lavorando molto bene.

Gli svizzeri e i tedeschi oggi hanno aziende che rispondono a strutture che forniscono attrezzature all’avanguardia in molti casi superiori alle nostre.

Dentro il museo (foto concessa)

Per questo noi abbiamo aperto un’accademia per i nostri dipendenti e i nostri clienti. Sta andando molto bene: riusciamo a far capire al ristoratore che viene a chiederci un prodotto ad un prezzo basso, che invece è una cosa fondamentale anche per lui che la tazzina sia di altissima qualità. Così come è importante la manutenzione e la pulizia.”

Oggi per un torrefattore, è sostenibile continuare a mantenere il prezzo dell’espresso così basso?

“E’ veramente difficile per chi fa qualità rientrare dentro questo prezzo. Ci sono aziende che si pongono sul mercato per un discorso concorrenziale di prezzo e non fa bene alla categoria. Ce ne sono altre che agiscono con il comodato d’uso e poi ce ne sono altre che si concentrano sul valore e la qualità del prodotto. Noi siamo fra quest’ultime.

Per cui l’euro ci sta molto stretto e non fa bene alla qualità del prodotto. Il problema è proprio la non conoscenza del mondo del caffè: oggi si va al supermercato e non si capisce quale sia il migliore disponibile.

Bisognerebbe evolversi dall’essere una delle categorie merceologiche attorno a cui c’è più ignoranza. Il barista non sa che esistono prodotti che costano di più perché hanno un valore maggiore e viceversa.

Non è la caffeina che fa male, ma tutte le altre sostanze che nascono da una bassa qualità e una scorretta processazione. Tramite la nostra accademia diamo questo tipo di formazione. Con molti riusciamo ad intavolare un discorso differente, compatibilmente con il momento storico economico che stanno vivendo, ma la qualità sul mercato ancora non è all’altezza. In questo modo perde tutto il mondo del caffè ed è frustrante.”

Una delle forme più diffuse nel tempo è il comodato d’uso. Quali sono i vantaggi per una torrefazione di proporre una modalità commerciale di questo genere? E secondo lei è qualcosa che è ancora applicabile nel mercato di oggi?

“Non condivido questa pratica perché chi vende caffè deve fare principalmente quello. L’unica cosa di positivo del comodato d’uso è l’assistenza per il cliente e noi ne beneficiamo perché così il prodotto viene erogato correttamente più o meno da subito.

Lo svantaggio è che ci sono dei costi davvero incredibili da sostenere per noi torrefattori. Il comodato non paga il prezzo e il valore della tazzina.

Nel 99% dei casi in Italia viene attuato, mentre all’estero non esiste. Ma va a discapito della qualità. Ed è una concorrenza sleale rispetto a chi vuole impegnarsi a divulgare la conoscenza del prodotto.

Bontadì è riuscita ad affermarsi e a resistere in tutti questi anni, perché ha sempre tenuto conto dell’innovazione. Vince chi sa adattarsi meglio al cambiamento: abbiamo saputo evolverci, specializzarci, attraversare le grandi crisi economiche del mondo.

Siamo piccoli, a 50 metri della piazza principale della città al centro storico, dotati però di una tecnologia innovativa 4.0 e siamo stati i primi ad aver raggiunto un certificato in merito alla sostenibilità proprio a inizio anno.

Siamo ancora sul mercato perché, seppur in periodo molto difficile caratterizzato da costi altissimi tra materia prima e trasporti in cui avremmo potuto tagliare sulla qualità, non abbiamo mai voluto scendere a compromessi.

Utilizzando sempre le miscele migliori che abbiamo potuto lavorare per i nostri clienti. Abbiamo inghiottito qualche rospo, perché alcuni clienti ci hanno dovuto lasciare per le difficoltà economiche che hanno affrontato, ma noi siamo rimasti fermi sulla nostra visione.”

Arabica, Robusta: il rapporto commerciale con le origini sta cambiando o dovrebbe cambiare secondo lei?

“Se noi chiediamo a 100 signore qual è la varietà migliore, risponderanno che è l’Arabica. perché i brand negli ultimi anni hanno lavorato spingendo sulla comunicazione di questa varietà.

Invece bisogna far capire che ciò che c’è nell’Arabica non c’è nella Robusta e viceversa: tra le due varietà ci sono differenze, già a livello di numeri di cromosomi ed esistono di bassa qualità in entrambi i casi. La commistione tra le due, deve esser valorizzata nelle miscele.

Oggi il Vietnam sia diventato il maggior produttore di robusta ed è perché si stanno convertendo le risaie in piantagioni di caffè. Ricordiamoci che questa coltura restituisce in tazza ciò che prende dal terreno e che il Vietnam fa crescere un prodotto di bassa qualità. Questo Paese è entrato in un momento di crisi economica del mercato e molti hanno scelto questa origine.

Un’altra cosa che vedo è un cambiamento nei prossimi anni: la Cina ha investito molto nell’Africa, che ritengo uno dei migliori microclimi per la coltivazione del caffè. In futuro vedremo se la Cina coglierà l’opportunità di fare qualità piuttosto che grandi numeri.

E ancora, si dovrebbe perseguire la via di un contatto diretto con i coltivatori. Come Bontadì abbiamo provato a farlo con Slow Food, che però pone un problema di discontinuità nella disponibilità del prodotto.

Si dovrebbe partire però da lì per capire le problematiche della filiera, che è molto disgiunta e non è interconnessa tra le sue parti. La catena verticale sarebbe quella migliore da realizzare.

Sarebbe necessario farlo, per tutelare la qualità della materia prima in tutte le fasi: se il caffè è stato stoccato male, noi torrefattori non possiamo fare molto per valorizzare il prodotto durante la cottura.

Sarebbe opportuno comunicare per evitare che avvengano troppi errori in fase di produzione di trasporto. Il problema, soprattutto con noi piccoli, sono i costi di trasporto, quelli gestionali. Non riusciamo ad aggregarci per poter scegliere i contadini con cui lavorare.”

I macchinari per tostare hanno conosciuto una trasformazione tecnica negli anni a sostegno del torrefattore: che cosa significa all’interno di una realtà così antica come Bontadí?

“Bontadì oggi è certificata per la sostenibilità e risponde a tutti i protocolli 4.0. siamo attenti a tutto ciò che porta novità in termini di tecnologia e abbiamo una massima attenzione ai collaboratori. In azienda siamo in 8, più due esterni.

Da noi, il connubio tra uomo e posto di lavoro come simbiosi tra dignità e professionalità deve esser valorizzato al massimo: chi viene da noi a lavorare deve esser contento, perché agisce per gli altri, contando sulla tecnologia e la sua preparazione.

Bisogna distinguere l’innovazione dalla tecnologia. Esser innovativi è il mettere a disposizione la tecnologia al personale formato. Senza prepararli a dovere, si potrebbe parlare di esser tecnologici ma non innovativi.

Avere una macchina straordinaria e non saperla usare, non porta ad alcun risultato in termine di innovazione. Il connubio uomo-macchina deve esser portato avanti parallelamente. Per il resto, siamo sempre molto attenti alle nuove uscite.

Facendo un rapido excursus: nel 1884 nasce la prima macchina per espresso, nel 1948 Achille Gaggia brevetta la macchina con la leva, nel 1960, Cimbali brevetta il sistema a estrazione a idraulica e inserisce il sistema a pompa, nel 1961 Faema brevetta la Faema E61 con lo scambiatore di calore e l’infusore che riesce a gestire la pressione della macchina. L’innovazione tecnologica e il salto di qualità: il caffè è con l’acqua che arriva dalla rete idrica corrente, va nello scambiatore ed entra nel porta filtro.

Quella Faema E61, fa lo stesso caffè che può preparare una macchina di ultima generazione, poi sta nella bravura del barista saperla usare. Oggi ovviamente ci sono tutte le componenti elettriche, elettrotecniche e elettroniche, ma il concetto alla base resta quello: l’uomo deve saper lavorare bene questa macchina. “

Ora con l’arrivo dell’online, il vostro approccio alla vendita è cambiato?

L’online è uno strumento straordinario. Ci permette e ci ha permesso durante il lockdown di restare operativi anche oggi in un contesto internazionale per il mercato domestico. Senza questo canale sicuramente non potremmo entrarci.

Molti vedono nel web problemi legati alla concorrenza e perdite in termini di vendita, io invece vedo questo mondo come a qualcosa a cui dobbiamo esser preparati.

E quindi torniamo alla formazione dell’uomo. È un mercato statico, è difficile conquistare un cliente senza la possibilità di coinvolgerlo emotivamente come avviene da noi in negozio. Il nostro racconto dal vivo, può convincere il cliente all’acquisto di un determinato prodotto.

Principalmente esportiamo in Sud America, in tutta Europa, in Cina, dove abbiamo un mercato abbastanza ampio. Per il canale domestico siamo radicati molto sul territorio nelle zone limitrofe. E con l’online raggiungiamo tutto lo Stivale.

In Cina si beve poco espresso e una bevanda più lunga. Bisogna assecondare il loro modo di consumo. Gli investimenti che stanno facendo – ha cominciato nel sud a coltivare il caffè, acquistando i diritti di coltivazione ai tropici dell’Africa – mi portano a credere che a breve diventeranno dei torrefattori loro stessi.

A noi hanno chiesto di aprire di là, ma noi vogliamo lavorare qui in Italia.”

Quali sono i prossimi progetti per Bontadí verso sostenibilità e tracciabilità della filiera?

“Il nostro futuro è quello di restare ricettivi alle innovazioni, e di mai sottostare alla bassa qualità. Essere pronti ad affrontare qualsiasi di mercato e di crisi.

Faccio due paragoni: essere pronti e preparati significa fare un viaggio dal Brennero alla Sicilia su un’autostrada con tutte le indicazioni per fermarsi, sostare, riposare e di quanta strada manca.

Farlo senza comunicazioni, significa procedere con angoscia, come trovarsi di fronte ad un burrone con il rischio di precipitare.

Team Bontadì (foto concessa)

Oggi non esiste più un solo uomo al comando, un manager che dirige in solitaria, ma uno che sa far squadra e coinvolge i collaboratori e non dipendenti. La strada deve esser affrontata in maniera univoca in team.

Investiremo su tecnologia e sulla formazione del personale, dando una stabilità del posto di lavoro.”

Starbucks, trimestrale da record: il fatturato vola a 8,7 miliardi di euro (+8%) ma gli analisti non sono soddisfatti

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Il logo di Starbucks

MILANO – Trimestrale da record per Starbucks, che delude però gli analisti e abbassa l’outlook per l’esercizio in corso. Il colosso americano delle caffetterie ha diffuso i risultati del primo trimestre, che si è concluso al 31 dicembre. Il fatturato vola al dato, senza precedenti, di 9,43 miliardi di dollari (8,7 miliardi di euro): l’8% in più rispetto a un anno fa, ma sotto i 9,6 miliardi del consensus.

Le vendite nei negozi aperti da almeno 13 mesi sono cresciute del 5%: pure in questo caso, meno delle previsioni degli analisti, che si aspettavano un +7%.

Anche l’eps adjusted – pur segnando un rilevante incremento del 20%, a 90 centesimi – rimane al di sotto dei 93 centesimi ipotizzati da FactSet.

Ma soprattutto, Starbucks ha ridimensionato l’outlook sulla crescita del fatturato ribassandolo al 7-10%, contro il 10-12% indicato a inizio novembre

La previsione di crescita per le vendite a parità di perimetro è, a sua volta, ridotta al 4-6%, contro la precedente guidance al 5-7%.

A sorpresa, i mercati hanno reagito positivamente spingendo il titolo al rialzo, fatto questo che sta a indicare una risposta buona da parte degli operatori finanziari.

Anche gli analisti hanno comunque valutato positivamente alcuni dati, come quello sul traffico dei clienti, che rispecchia una performance tuttora superiore alla media della concorrenza, anche in virtù di rincari tutto sommato contenuti.

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Luigi Morello, Istituto espresso italiano, al Trieste Coffee Experts: “Bisogna invertire la strategia del settore: creare la domanda partendo dal consumatore”

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luigi morello iei istituto espresso
Luigi Morello, presidente Iei (immagine concessa)

Luigi Morello, presidente dell’Istituto espresso italiano, è intervenuto in occasione del Trieste Coffee Experts organizzato da Bazzara a Trieste focalizzandosi sulle nuove tendenze e i consumatori del futuro nel mondo del caffè. Morello, nel suo talk Espresso EvolutiON, pone particolare attenzione all’importanza della formazione per tutta la filiera in maniera tale da aumentare la consapevolezza del valore, soprattutto sostenibile, che si cela dietro la tazzina di caffè. Leggiamo di seguito le sue dichiarazioni.

Espresso EvolutiON

di Luigi Morello

TRIESTE – “Buongiorno a tutti e grazie a tutti i Bazzaras, ma soprattutto volevo complimentarmi con la terza generazione dei Bazzara che ha organizzato questo evento in modo veramente moderno e professionale. Sono contento di essere qui con voi e ringrazio davvero per l’opportunità e l’onore di essere tra gli sponsor con M25 Consulting Srl, la mia nuova società di consulenza strategica.

Dopo tanti anni, lasciare un gruppo importante, un lavoro, che mi divertiva ancora può sembrare una pazzia ma l’ispirazione [di creare una nuova società] è venuta durante il lockdown dove tutti abbiamo avuto la sensazione di riappropriarci del nostro tempo. Mi sono accorto che le mie passioni e la famiglia venivano sempre gestite nei ritagli di tempo.

E così ho iniziato a pensare che si poteva lavorare in modo diverso e inoltre restituire un po’ di quello che ho avuto la fortuna di ricevere e così a inizio del 2023, ho fondato una Srl Benefit, dove dedico una parte del tempo ai giovani.

Faccio coaching e mentoring gratuitamente, orientamento ai master e contribuisco a collegare domanda e offerta tra università e mondo del lavoro. Ho avuto la fortuna di essere formato in azienda quando le aziende dedicavano tempo ai giovani. Questo è l’impegno che ho preso come società Benefit.

Analizzare la società e cercare di prevedere le tendenze mi ha sempre affascinato un po’ per passione e un po’ per deformazione professionale.

Il tema assegnatomi, Espresso Evolution, è un tema ricorrente che tratto da diverse edizioni e come ogni anno sono andato a rivedere un po’ quello che avevo raccontato nell’edizione precedente (2019) e in effetti devo dire che quello previsto si è avverato come vediamo nelle due slide riproposte.

Siamo nell’era della contaminazione, della connettività e della sintesi che tutte le onde precedenti hanno prodotto. Oggi vorrei proporvi un paio di suggestioni e qualche provocazione. Partiamo con le suggestioni.

Quello che si conferma importante, parlando di nuove tendenze, è la coerenza che è importante soprattutto per i giovani sia come potenziali talenti sia come potenziali consumatori.

Quello che cercano è sostanzialmente un’esperienza vera, che è coerente con i valori delle persone che si identificano nel brand. Questo aspetto è fondamentale per i nuovi consumatori che vogliono capire se gli slogan aziendali hanno un riscontro reale con le azioni quotidiane delle aziende di marca.

Per questo è sempre più importante anche il sentiment tra i dipendenti che diventano i primi influencer. Una volta una famosa pubblicità citava “fatti, non parole” e le nuove generazioni hanno proprio questa esigenza e sono molto severi quando scoprono l’incoerenza. L’altro aspetto è avere delle esperienze piacevoli, momenti memorabili. Tutto quello che è il vissuto, “il touch, con il brand” deve essere un’esperienza piacevole.

Questo è veramente un impegno difficile perché la vera esperienza con la marca si riceve soprattutto dopo l’acquisto; quindi, la modalità con la quale l’azienda comunica, compreso il customer care e tutti gli interlocutori del cliente devono essere responsabili e donare esperienze di valore.

Gli analisti dicono che siamo nell’era della “experience economy”. Questo è confermato da alcune ricerche, Qualtrics XM  &  Euromonitor.

Per quanto riguarda i locali del futuro anche in questo caso la coerenza è fondamentale; pertanto, ci deve essere armonia tra la qualità del prodotto offerto, del design e dei materiali.

Il locale deve essere in grado di garantire un’esperienza sociale. Ibrido, multiculturale ma specializzato nei contenuti.  Caratteristica importante è creare un ambiente eclettico, offrendo al consumatore numerosi servizi e favorire la socializzazione. L’esperienza collettiva è molo più incisiva e memorabile.

Ambiente e inclusione saranno tra le cause a cui si presterà più attenzione. Le persone proveranno a ridurre i propri consumi in modo da diminuire l’impatto sul pianeta e saranno più attenti alla qualità in senso ampio del termine. Ed ora un paio di provocazioni.

Nel nostro settore da anni parliamo di onde. Quale sarà la prossima onda? Facendo un excursus, sono oltre 120 anni che siamo sulle onde. Si è parlato di miscela, di specialty, di single boiler, multi-boiler, di macinadosatore dosato e on-demand, del macchinista, del barista del coffee specialist, dell’artisan.

Diciamo che il settore si è concentrato sostanzialmente sugli operatori del settore e secondo la mia immaginazione, il tempio dell’espresso è sulle onde perché abbiamo dimenticato il consumatore, o in qualche maniera è stato lasciato per ultimo.

Tutti pensano al consumatore come qualcuno che comunica con il barista. In realtà, se ci pensiamo bene, la comunicazione del barista non è efficace, altrimenti dopo tanti anni di “barismo”, il consumatore avrebbe imparato qualcosa, invece è ancora immaturo ed inconsapevole, concentrato più sul prezzo della tazzina che sul valore di quello che beve. È chiaro che il nostro mondo si è evoluto e ha portato cultura a tutti, una parte anche al consumatore. Ma, dal mio punto di vista, non è sufficiente perché il consumatore non percepisce ancora tutta la qualità che continuamente ci raccontiamo, anzi siamo addirittura al paradosso.

Il paradosso dell’espresso

La qualità dell’espresso non è correlata al prezzo di vendita della tazzina e non c’è la percezione del reale valore. È un prezzo standard su cui non si può discutere, e pochi consumatori sono interessati a chiedere che cosa ricevono.

Addirittura, si è convinti che il prezzo di 1€ sia il limite superiore e che il barista su questo abbia un grosso margine. Giustamente cerchiamo sempre di capire se spendiamo bene il nostro gettone ma con il caffè non c’è questa percezione: paghiamo 1€ o poco più e quello che riceviamo beviamo.

È come se in fondo mi aspettassi solo della caffeina calda per colmare il bisogno di energia immediata. Questa mentalità penalizza i locali più virtuosi che cercano di proporre caffè di qualità con costi più alti e con margini contenuti.

Il paradosso si riferisce proprio a questo: il prezzo della tazzina viene percepito come costoso, ma in realtà non è un prezzo economicamente sostenibile. Questa insostenibilità si ripercuote su tutta la catena del valore fino ad arrivare ai coltivatori.

Morello: “La mia provocazione per interrompere questa mentalità perversa è quella di saltare tutta la catena e parlare, anzi ascoltare il consumatore: tutti hanno piacere di essere ascoltati; la vendita parte dall’ascolto, non dal racconto. È importante ascoltare il consumatore e, quindi, come coffee industry, dovremmo metterlo al centro, ascoltarlo, capirne i bisogni, e restituirgli dei feedback”.

Morello aggiunge: “Per fare questo bisogna invertire la strategia del settore. A prescindere dal modello di business (per la maggior siamo B2B) dobbiamo pensare da consumer e comunicare al consumer: il modello di business dovrebbe essere un B2C2B, quindi creare la domanda a partire dal consumatore. Un consumatore formato e informato può andare al bar, scegliere la qualità che desidera supportato dal barista professionista e pagare il giusto prezzo per quello che ha ricevuto. Questa è la sfida che, solo insieme a tutta la catena del valore può essere vinta. Come diceva Einstein: “il pazzo è colui che fa sempre le stesse cose, pensando di ottenere risultati diversi”.

Potremmo iniziare questo percorso dalle associazioni, oggi tutte queste associazioni, e io ne rappresento una, vivono e viaggiano in modo isolato; ognuno racconta la propria storia. Sono convinto che, se si decidesse insieme, ognuno con la propria identità, di raggiungere il consumatore otterremmo risultati sorprendenti e potremmo meglio supportare le aziende che rappresentiamo e sono pronto e disponibile ad  impegnarmi in questo percorso con chiunque condivida questa filosofia”.

Cappuccino, la mappa dei prezzi in Europa: l’Italia il più basso, con una media di 1,56 euro

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tazzina al bar
Cappuccino (immagine: Pixabay)

MILANO – Cappuccino, il cocktail a base caffè apprezzatissimo a colazione dagli italiani e durante tutta la giornata dal resto del mondo. Ma quanto ci costa? La risposta è: Paese che vai, cappuccino che trovi. Per quanto riguarda i prezzi in effetti questa ricetta varia a seconda della zona.

Da una mappa dell’Europa che mette in evidenza le voci sul menù del cappuccino in 44 paesi del continente, che riprendiamo dal blog girando per il mondo, i dati –  raccolti da Numbeo, un ampio database sui costi della vita con le informazioni sul caffè basate sulla partecipazione della comunità – raccontano una storia precisa.

Tanto per cambiare, il Paese europeo in cui si paga di meno il cappuccino è proprio la sua madre patria, ossia, l’Italia, che si posiziona come il più conveniente, con un prezzo medio di 1,56 euro – più economico persino rispetto alla Grecia, dove la media si attesta sui 3,19 euro -.

Cappuccino tricolore, il più cheap dell’Europa occidentale

Non è esattamente una buona notizia, ma se si pensa che nel Bel Paese persino l’espresso non può andare oltre l’euro – pena il malcontento generale e, nel peggiore dei casi, gli scontrini che diventano virali per 20 centesimi di troppo – allora tutto quadra: se il caffè costa così poco, non stupisce così tanto che anche il cappuccino stia così in basso nella classifica dei prezzi.

Resta da chiedersi innanzitutto il perché e poi il come: si sa e se ne parla spesso su queste pagine, i costi a ribasso sono spesso sinonimo di scarsa qualità della materia prima usata o di condizioni poco trasparenti sul trattamento del personale.

E allora, la domanda successiva dovrebbe essere: va bene avere il primato del cappuccino più conveniente in Europa, quasi fosse un vanto, oppure è il momento di osservare in maniera critica questa mappa?

Il dibattito è aperto.

La mappa:

Il costo del cappuccino in Europa (foto dal sito in giro per il mondo)
Il costo del cappuccino in Europa (foto dal sito in giro per il mondo)

Corporate sustainability due diligence directive: la nuova direttiva europea sulla sostenibilità rilancia il modello italiano

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nicolò masserano bearingpoint csddd
Nicolò Masserano, director di BearingPoint Italy (immagine concessa)

MILANO – Di tutte le diverse normative sulla sostenibilità ce n’è una ancora poco conosciuta, ma negli effetti potenzialmente dirompente per le imprese europee e in particolare per quelle italiane. Parliamo della Csddd, Corporate sustainability due diligence directive, il cui testo finale è in negoziazione tra Commissione, Parlamento e Consiglio UE.

Al di là del fine tuning sul documento (l’ultimo aggiornamento risale a metà dicembre), la direttiva è di per sé importante perché estende il concetto della due diligence di sostenibilità alla filiera: ovvero alle attività a valle e a monte della catena del valore di ogni grande azienda. E così facendo valorizza indirettamente il modello italiano del distretto.

Dopo l’accordo sul testo finale, gli Stati membri dovranno recepire la direttiva nell’ordinamento nazionale e comunicare i relativi testi alla Commissione – il momento di iniziare ad organizzarsi per le imprese e per i distretti è adesso: vediamo perché.

Di cosa parliamo quando diciamo Csddd

Il messaggio contenuto nella direttiva è importante: la sostenibilità ambientale e sociale non si può raggiungere da soli, ma si deve lavorare a livello di ecosistema e comunità.

Infatti, la grande azienda crea un impatto sull’ambiente e sulla vita delle persone insieme a tutte le aziende della sua filiera: proprio per questo è con loro che deve impegnarsi verso la sostenibilità.

L’importante è sapere come muoversi. La Csddd incoraggia le aziende a gestire i rischi considerando i fattori ESG, ovvero quelli legati a sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

Fa propri i principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani (UNGPs) e sostanzialmente si regge sul concetto di  due diligence obligation: le imprese devono cioè individuare, cessare, prevenire o attenuare gli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente nelle attività dell’impresa, delle controllate e della catena del valore.

Quali aziende devono adeguarsi alla Csddd

L’entrata in vigore della Csddd è prevista nel corso di quest’anno. Gli adempimenti obbligatori iniziano a partire dal 2026 per tutte le aziende dell’UE con almeno 500 dipendenti e un fatturato netto uguale o superiore a 150 milioni di euro: queste imprese dovranno predisporre un piano per garantire che la loro strategia aziendale sia compatibile con la limitazione del riscaldamento globale a 1,5°C in linea con l’accordo di Parigi.

Dal 2028 dovranno conformarsi le aziende che operano in settori ad alto impatto (come tessile, agricoltura, estrazione di minerali) con oltre 250 dipendenti e un fatturato netto di oltre 40 milioni.

La direttiva si applica anche alle società di Paesi terzi attive nell’UE con un fatturato generato nell’UE in linea con gli stessi parametri di bilancio di quelle europee, ma a partire dal 2029.

Le aziende che non rispetteranno gli obblighi di due diligence potranno incorrere in sanzioni pecuniarie e dovranno rispondere di eventuali violazioni dei diritti umani o danni ambientali.

Come la Csddd può aiutare a rilanciare i distretti industriali italiani

Le microimprese sono a oggi esentate dagli obblighi di rendicontazione di sostenibilità. Ma è davvero qualcosa che una microimpresa può ignorare? Dal nostro punto di vista di consulenti per le aziende a livello globale, non lo è: perché, a tendere, nessuna azienda non certificata riuscirà a entrare nelle filiere produttive di alcun settore merceologico.

Oggi, grazie a questa direttiva, la piccola o micro azienda che fornisce la grande, se si muove in anticipo, è in grado di trasformare la sostenibilità in un vantaggio competitivo.

Il momento non potrebbe essere più propizio: con la deglobalizzazione in corso post-Covid e con la regionalizzazione delle catene del valore torna in auge il modello italiano del distretto industriale, definito come “area territoriale locale caratterizzata da elevata concentrazione di piccole imprese, con particolare riferimento al rapporto tra la presenza delle imprese e la popolazione residente nonché alla specializzazione produttiva dell’insieme delle imprese”.

Secondo l’Istati distretti industriali italiani sono 141 e sono in diminuzione di 40 unità in dieci anni (gli ultimi dati disponibili sono stati pubblicati nel 2015 e si riferiscono al 2011; la prossima rilevazione sarà pubblicata nel 2025). Aumenta invece l’estensione e la dimensione demografica ed economica dei distretti. Ogni distretto, in media, è costituito da 15 comuni, abitato da 94,5 mila persone e presidiato da oltre 8 mila unità locali che assorbono circa 34,6 mila addetti.

I distretti industriali costituiscono circa un quarto del sistema produttivo del Paese. In particolare distretti del Made in Italy sono 130, ben il 92,2% dei distretti industriali, e sono maggiormente presenti nei settori della meccanica (il 27%), tessile-abbigliamento (22,7%), beni per la casa (17%) e pelli, cuoio e calzature (12,1%).

Le aziende dei distretti rappresentano tipicamente la supply chain di una big corp attorno alla quale si sono sviluppate PMI e microimprese eccellenti ciascuna in una nicchia specialistica (e questo spiega la specializzazione territoriale), secondo un modello che è tipico italiano e consente di superare il tema del nanismo industriale, causa di scarsa competitività da sempre per le nostre imprese. Le grandi aziende, d’altro canto, sono sempre più sotto pressione per la domanda di sostenibilità che arriva non solo dall’Unione Europea, ma anche dai clienti, dalle banche, dagli azionisti e da ogni altro stakeholder. Al di là dell’imposizione normativa, dunque, per le aziende lungo tutta la catena del valore, abbracciare la sostenibilità è una questione di opportunità.

I vantaggi per le aziende e per le generazioni future

È chiaro che per diventare compliant le grandi imprese e le loro catene del valore dovranno affrontare dei costi aggiuntivi. Ma i vantaggi sono enormi.

La stessa Commissione Europea li elenca: il primo è quello di lavorare all’interno di un quadro giuridico armonizzato nell’UE, creando certezza del diritto e condizioni di parità, poi c’è da considerare che il controllo della sostenibilità della supply chain genera maggiore fiducia da parte dei clienti e impegno da parte dei dipendenti, inoltre aumenta la capacità di gestione del rischio e la flessibilità dell’impresa, ma anche l’attrattività per i talenti, gli investitori orientati alla sostenibilità e i committenti pubblici.

È anche per questi motivi che in BearingPoint abbiamo già iniziato a indirizzare le aziende verso l’adeguamento a questa normativa, così da arrivare preparate e senza intoppi al 2026.

Senza considerare che si tratta di un imperativo epocale al quale siamo tutti e tutte chiamati a partecipare: una supply chain realmente sostenibile è una  tutela in termini di diritti umani e contribuisce a creare un ambiente più sano per le generazioni presenti e future. Servono investimenti e apertura al cambiamento, ma alla fine di questo processo le imprese possono diventare uno degli abilitatori principali della transizione verde e il generatore di un mondo più equo e, in definitiva, migliore.

La scheda sintetica di BearingPoint

BearingPoint è una società di consulenza gestionale e tecnologica indipendente con radici europee e portata globale. L’azienda opera in tre business unit: Consulting, Products e Capital.

L’area Consulting offre servizi di consulenza con un chiaro focus su aree di business selezionate. L’area Products fornisce soluzioni digitali guidate dalla proprietà intellettuale e servizi per gestire processi critici all’interno del business.

L’area Capital fornisce servizi a supporto di fusioni, acquisizioni e transazioni. I clienti di BearingPoint includono molte aziende e organizzazioni leader a livello mondiale. L’azienda ha una rete di consulenza globale di oltre 13.000 persone e supporta clienti in oltre 70 paesi, impegnandosi con loro per ottenere un successo misurabile e sostenibile.