sabato 29 Novembre 2025
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Marco Bortolussi, Pininfarina, al Trieste Coffee Experts di Bazzara: “Ecco il ruolo del design nella sostenibilità”

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La platea del Trieste Coffee Experts (immagine concessa)

Marco Bortolussi, sales & marketing manager user experience product design di Pininfarina, è intervenuto in occasione del Trieste Coffee Experts organizzato da Bazzara, raccontando il ruolo del design nei confronti della sostenibilità nella filiera del caffè tramite il progetto Akom realizzato dall’azienda per il congresso dell’IFA di Berlino nel 2022. Leggiamo di seguito la sua opinione.

Sostenibilità: l’imperativo del design

di Marco Bortolussi

TRIESTE – “La visione della divisione di Product & Experience Design di Pininfarina racconta la responsabilità che il design ha, insieme alle case di design e ai designer, nei confronti della sostenibilità nell’accingersi a disegnare un nuovo prodotto o un nuovo servizio.
Akom è un concetto, un progetto di ricerca interno a Pininfarina realizzato per la nostra partecipazione all’IFA di Berlino nel 2022.

Con Akom abbiamo cercato di rispondere a due domande che di fatto hanno lo stesso obiettivo, la prima viene dall’alto, a livello istituzionale, sul tema della sostenibilità e la seconda viene dal basso, ovvero dal consumatore, e ci spinge a cercare e trovare delle soluzioni da questo punto di vista.

Di solito disegniamo per i nostri clienti, abbiamo un briefing e lo seguiamo; invece, con Akom ci siamo dati un obiettivo e abbiamo scritto un briefing per noi stessi, provando a vedere le cose da una prospettiva diversa.

Siamo partiti chiedendoci cosa significhi fare design circolare e abbiamo tenuto a mente due aspetti: il tema della produzione, affiancato a quello del consumo e dell’utilizzo. Ci siamo poi dati il compito di lavorare su tre elementi: rallentare, ossia allungare la durata di vita del prodotto, ridurre, ossia ridurre la quantità delle risorse utilizzate, e il terzo è chiudere, ossia provare a rimettere in circolo i materiali utilizzati”

Marco Bortolussi: rallentare

“Questo tema racchiude quattro sfide che presentano quattro tipi diversi di obsolescenza, la prima è di tipo estetico, e qui Pininfarina può sicuramente dare un contributo, parlando proprio dello stile di un prodotto; poi c’è un’obsolescenza di natura più tecnica che si può provare a contrastare attraverso la possibilità di avere degli upgrade oppure realizzando un prodotto facilmente riparabile; c’è poi l’obsolescenza di tipo funzionale, che è determinata dal fatto che un prodotto a un certo punto non risponde più a determinate esigenze e viene dismesso; infine abbiamo l’obsolescenza sociale, di natura più istituzionale, ad esempio l’accessibilità oggi è un obbligo sociale.

Ci siamo quindi chiesti dove Pininfarina può dare il suo contributo. Il primo tema è collegato all’attrattività e pertanto come punto di partenza abbiamo voluto cercare di lavorare da un design senza tempo e non soggetto mode, in modo che il prodotto possa continuare a risultare attrattivo nel tempo e quindi garantire una durata di vita più lunga possibile. Questo elemento è tuttavia soggetto a giudizi di tipo soggettivo; abbiamo dunque aggiunto un fattore legato al piacere di utilizzo, che abbiamo identificato in un’interazione fisica, nonostante un mondo che va verso il digitale, dove premiamo un pulsante e rimaniamo passivi attendendo che il caffè venga erogato.

Attraverso la fisicità abbiamo voluto restituire potere all’utilizzatore, dandogli la sensazione di contribuire in maniera attiva alla creazione del proprio caffè, permettendogli in maniera semplice di personalizzare il tempo di erogazione della bevanda ed enfatizzando il piacere di utilizzo attraverso l’integrazione di un feedback di tipo tattile all’interno della leva.

Rallentare infine prende anche il significato di riparabilità. A questo scopo, abbiamo svolto uno studio di pre-fattibilità per immaginare un prodotto facilmente aggiustabile, utilizzando per esempio il minor numero possibile di elementi plastici ed eliminando del tutto gli elementi incollati che renderebbero più complicata la riparazione del prodotto”.

Marco Bortolussi: ridurre

“Per ridurre ci sono due strade: ridurre i materiali di costruzione della macchina da caffè, un aspetto che chiaramente si può sempre efficientale ma fino a un certo punto, oppure immaginare un nuovo concetto di consumable.

In questo caso è stata progettata una capsula più capiente, capace di erogare fino a 25 caffè che, una volta esaurita, ha la possibilità di essere rimessa in circolo attraverso la restituzione della stessa al produttore, che può darle una nuova vita riempiendola nuovamente; questo ci introduce al passaggio successivo”.

Chiudere

“Immaginiamo che questa capsula, invece di essere utilizzata una volta, venga utilizzata quattro volte, ciò significa che arriverà ad erogare cento caffè; tuttavia, ciò presuppone inevitabilmente anche un cambiamento di business model che va necessariamente protetto: abbiamo brevettato quindi l’interfaccia tra la capsula e la macchina da caffè, rendendola un sistema chiuso, capace inoltre di garantire la qualità del caffè sigillando il contenitore in modo che non entri aria che potrebbe guastarne il contenuto.

Un altro fattore importante è evitare che il consumatore riempia la capsula autonomamente e quindi abbiamo creato un sistema di scambio di informazioni attraverso un QR code stampato sulla capsula e una lente istallata all’interno della macchina da caffè, la quale legge il numero di erogazioni ancora disponibili.

Finite queste erogazioni, la macchina smette di erogare caffè e, quindi, la capsula diventa inutilizzabile. Pertanto, anche se il consumatore prova a riempirla da solo con il caffè che ha in casa, il sistema non funziona, e ciò garantisce una sostenibilità anche dal punto di vista economico: la capsula va dismessa, rimessa in circolo e viene acquistata una capsula nuova.

La progettazione di Akom è stato un esercizio estremamente interessante, in quanto solitamente Pininfarina deve fare i conti con di un briefing realizzato insieme ai clienti; qui il briefing è stato appunto scritto internamente con l’intenzione di rispondere a un’esigenza più ampia, con l’intento di guardare al futuro sfruttando le proprie capacità.

L’idea è nata dal nostro heritage, che è sicuramente legato al mondo automotive, dove i grandi brand ogni anno creano una concept car, la portano al Salone di Ginevra, mostrando una visione, una capacità tecnica e l’abilità di guardare al futuro.

Allo stesso modo, Pininfarina ha voluto creare la propria “concept car” proprio nel mondo del caffè, perché è un mondo intimamente legato alla nostra azienda. Nel corso degli anni abbiamo infatti disegnato diverse macchine da caffè e riteniamo che sia un prodotto che parla di italianità, proprio come Pininfarina, che è un brand fortemente italiano.

L’obiettivo del progetto è proprio cercare di suggerire e ispirare una visione diversa, suggerendo che un consumo alternativo, guardando da una prospettiva diversa, è possibile”.

Rhea Vendors Group partecipa a Women4 per l’occupazione femminile in settori a prevalenza maschili

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Rhea insieme a Women4 (immagine concessa)

MILANO – Rhea, tra i più importanti produttori al mondo di macchine da caffè, ha aderito al progetto Women4 di Gi Group, la prima agenzia italiana per il lavoro, pensato per favorire l’occupazione femminile nelle attività produttive e manifatturiere dove si registra una presenza ancora ridotta di donne.

Rhea insieme a Women4 di Gi Group

Secondo un recente studio condotto dalla FIM Cisl, su un campione di 701 aziende metalmeccaniche di tutta Italia, un solo dipendente su 5 è donna. Il progetto Women4 è nato proprio per creare, insieme ad aziende e istituzioni, opportunità professionali per tutte le donne, sfatando luoghi comuni e stereotipi di genere nel mondo del lavoro.

Rhea e Gi Group hanno lanciato l’“Academy 100% Employability per Addette all’assemblaggio meccanico”, un percorso formativo gratuito rivolto a 7 donne interessate ad acquisire le competenze specialistiche e sviluppare soft skills utili per lavorare e affermarsi nel comparto di produzione dell’azienda. Superato positivamente il corso, sarà garantito il loro inserimento in azienda come Addette all’assemblaggio meccanico.

Andrea Pozzolini, ceo di Rhea: “Con Gi Group condividiamo l’impegno per la promozione del lavoro sostenibile e con questo progetto intendiamo valorizzare il talento femminile in un settore considerato appannaggio di lavoratori uomini”.

Pozzolini aggiunge: “E’ un ulteriore passo in avanti nell’ambito delle iniziative dell’azienda per l’avanzamento professionale delle donne in Rhea. Lo scorso anno abbiamo lanciato Rhea Women Spark che è iniziato con corsi di empowering e leadership femminile e che oggi si è evoluto in gruppi di lavoro che coinvolgono diverse persone di Rhea con team leader donne. Riconoscere e valorizzare il contributo delle donne è fondamentale non solo per l’azienda ma anche per costruire una comunità più inclusiva”.

Paolo Frattini, sales account di Gi Group: “Con il nostro progetto Women4 valorizziamo il talento femminile e creiamo opportunità di formazione e crescita per le lavoratrici all’interno dei comparti tradizionalmente a maggior presenza maschile, permettendo alle donne di apportare il loro straordinario contributo nel mercato del lavoro”.

Paolo Frattini aggiunge: “La collaborazione con Rhea è un esempio concreto delle sinergie che realizziamo con le aziende sul territorio per sostenere l’occupabilità delle persone e ridurre il gender gap. Con questo nostro impegno promuoviamo in tutta Italia il concetto di Lavoro Sostenibile, quel lavoro cioè che permette alle persone di realizzarsi a livello professionale e personale e generare valore per sé e la collettività.”

L’Academy consiste in 80 ore di formazione che si terranno dal19 febbraio al 1 marzo presso la sede di Rhea, a Caronno Pertusella. Il corso è completamente gratuito, finanziato interamente dal Fondo Forma.Temp. Superato positivamente il percorso dell’Academy, è assicurata l’assunzione con un contratto di somministrazione a tempo indeterminato con Gi Group.

La scheda sintetica di Rhea Vendors Group

Rhea Vendors Group, fondata da Aldo Doglioni Majer nel 1960, è tra i più importanti produttori al mondo di macchine da caffè. Da oltre sessant’anni, Rhea si contraddistingue per la forte impronta internazionale, design di altissimo livello, tecnologia all’avanguardia ed eccellenza del made in Italy.

Con headquarters e produzione in provincia di Varese e filiali in 9 paesi esteri, Rhea ha il vanto di diffondere la cultura del caffè in 100 Paesi di tutto il mondo. Da player del mondo del vending a precursore nell’utilizzo della distribuzione automatica nei settori del new retail, hotellerie e out of home, Rhea conferma la propria vocazione a interpretare e anticipare un mercato in continua evoluzione.

Le nuove proposte di Rhea rivoluzionano il concetto dell’ospitalità, in contesti sia business che residenziali, con una proposta di valore per accrescere l’esperienza della pausa caffè.

L’effetto del caffè varia a seconda della genetica: lo studio

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C’è chi può berne in dose modica, altrimenti rischia di non chiudere occhio la notte. E chi invece il caffè lo tollera bene e può consumarne a volontà, anche oltre le canoniche 6 ore prima di coricarsi. Come è possibile? La risposta, secondo gli scienziati, si trova nel nostro dna e nella genetica. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo pubblicato sulla Gazzetta.

Gli effetti della genetica sul caffè

MILANO – Il modo in cui il nostro corpo risponde al caffè, il nostro apprezzamento per il suo sapore e persino il suo impatto sul rischio di malattie come l’infarto o l’ipertensione sono in gran parte determinati dalla genetica. Al centro dell’attenzione c’è un gene chiamato CYP1A2, che controlla un enzima, anch’esso chiamato CYP1A2, che ha il compito di scomporre la caffeina nel nostro corpo.

A seconda della variante di questo gene, la velocità con cui metabolizziamo la caffeina può variare notevolmente. Il dottor Ahmed El-Sohemy, docente di scienze della nutrizione all’Università di Toronto e fondatore di Nutrigenomix, ha condotto ricerche approfondite in questo campo.

Secondo i suoi studi, circa il 50% delle persone sono “metabolizzatori veloci” del caffè, avendo due copie della variante “veloce” del gene CYP1A2. Un altro 40% ha una sola copia, il che li rende “metabolizzatori lenti”, mentre il restante 10%, senza copie, è “ultralento”: a loro il caffè fa fin troppo effetto.

Last but not least, la scienza ci dice che anche le sigarette possono influenzare il metabolismo della caffeina. Il fumo, infatti, aumenta l’attività del gene CYP1A2, permettendo ai fumatori di scomporre la caffeina più rapidamente. Questo spiega perché molte persone che smettono di fumare scoprono di dover ridurre il loro consumo di caffè, perché sono diventate più sensibili alla caffeina.

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Dai Florio al Gattopardo: Caffè Birreria Italia simbolo della dolce vita di Palermo

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La città di Palermo (immagine: Pixabay)

Nato nelle ex scuderie di Palazzo Galati, in via Cavour, il Caffè-Birreria Italia fu uno dei locali storici della dolce vita palermitana, frequentato dai rampolli dell’alta borghesia e dell’aristocrazia. Leggiamo di seguito la sua storia grazie all’articolo pubblicato sul portale d’informazione Balarm.

Il Caffè-Birreria Italia

PALERMO – I Florio prima, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Sciascia e Guttuso, poi. Sono solo alcuni degli illustri frequentatori di Il Caffè-Birreria Italia di via Cavour, uno dei caffè storici di Palermo che – ancora impresso nei ricordi di chi l’ha conosciuto – ha scritto (e anticipato) la storia della dolce vita palermitana.

Sono i primi anni del Novecento. La città è nel pieno della sua epoca d’oro, la Belle Époque. È il regno dei Florio, Ignazio e Donna Franca attraggono nelle loro dimore intellettuali, nobili e personaggi di spicco da tutta Europa. Grazie ad architetti e artisti del calibro di Ernesto Basile, Ettore De Maria Bergler, Salvatore Gregorietti, vengono realizzati “tesori” rappresentativi della massima espressione dello stile Liberty e dell’Art Nouveau.

Gli anni dei circoli e dei caffè letterari

Uno dei locali storici, punto di ritrovo ed espressione della dolce vita di quegli anni è proprio Il Caffè Birreria Italia, tra i primi peraltro a offrire, oltre che il meglio della pasticceria siciliana, anche la birra alla spina.

Ad avviare l’attività è stata la famiglia Costamante, originaria di Castellammare del Golfo ed esportatori di pregiati vini molto apprezzati al Nord. Nel 1908, Alberto Costamante avvia una mescita di birra alla spina nelle ex scuderie di Palazzo Galati, in via Cavour. Si parte con due sale, abbastanza anguste, ma che si popolano sin da subito di clienti.

Tre anni dopo, l’apertura del mitico “Cinema-Teatro Lucarelli” segna la fortuna della birreria. La famiglia intuisce che è arrivata l’occasione per investire sul locale e commissiona un restyling dei locali, affidando le decorazioni delle nuove sale proprio da Salvatore Gregoretti e da Rosario Spagnoli, che li rinnovano in perfetto stile Liberty.

Vengono progettati e rifiniti nuovi ambienti, come la saletta per sole donne, la Tea Room, una sala biliardo e un bar. Il Caffè Birreria Italia diventa in pochi mesi uno dei locali più eleganti e raffinati della città, frequentato dai rampolli dell’alta borghesia e aristocrazia palermitana (e non solo).

Grande attrazione anche la sua orchestra, tutta al femminile. Musica classica e viennese il repertorio più suonato.

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A Brescia i detenuti imparano a fare la pizza: l’iniziativa di Ciro Di Maio

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Il pizzaiolo Ciro Di Maio (immagine concessa)

NAPOLI – Ciro Di Maio è un giovane pizzaiolo, classe 1990, originario di Frattamaggiore, nel Napoletano. Nel 2015, dopo aver lasciato gli studi all’Alberghiero, per trovare qualche nuova opportunità decise di trasferirsi in Lombardia. È così che è iniziata l’avventura di San Ciro, la sua pizzeria con sede a Brescia. Il nome del locale deriva da quello dei nonni, sia materno che paterno, di Ciro.

Figure importanti nella sua vita, come quella del padre, che per rimediare al suo passato ha dedicato il suo tempo al volontariato e ad aiutare i giovani ad uscire dalla droga collaborando con una comunità per salvare i tossicodipendenti.

Il progetto sociale di Ciro Di Maio

Dalle difficoltà iniziali alla realizzazione lavorativa: Ciro oggi si considera un privilegiato e, dopo aver superato le difficoltà connesse alla pandemia e ai successivi rincari delle materie prime, ha deciso di donare a chi è meno fortunato la possibilità di trovarsi un lavoro. La pizza come forma di rinascita. Il lavoro come via di fuga dalla criminalità.

Dal febbraio 2023, infatti, Ciro sta insegnando l’arte della pizza ai detenuti del carcere Canton Mombello di Brescia, grazie ad un progetto ideato in collaborazione con Luisa Ravagnani, garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Brescia, e sostenuto dalla direttrice del carcere stesso, Francesca Paola Lucrezi. Un progetto nato ancora nel 2019, poi sospeso per via del Covid, e che adesso può decollare.

Per due mesi Ciro entrerà in carcere due volte a settimana, per realizzare lezioni di teoria e pratica su come si fa la pizza perfetta.

Dal ruolo del sale alla temperatura dei forni, passando per i segreti dell’impasto e quelli legati al pomodoro. Alle lezioni presenzieranno sette detenuti, tutti accusati di reati minori e dunque pronti a scontare un (breve) periodo di detenzione in carcere. In tutto, quaranta ore di un corso professionale che userà le strutture del carcere (come il forno elettrico) e sarà supportato da San Ciro, almeno per la gestione dei primi impasti.

Luisa Ravagnani è garante dei diritti delle persone private della libertà personale a Brescia. “Imparare un mestiere in carcere rappresenta una concreta possibilità di utilizzare il tempo della pena per prepararsi a un futuro lontano dalle scelte devianti che in precedenza hanno condotto al carcere”, dice. “L’impegno di Ciro in questo progetto dimostra che la collettività esterna è in grado di abbandonare pregiudizi e stigma per trasformarsi in elemento fondamentale del percorso di reinserimento. Non resta che sperare che l’entusiasmo di Ciro contagi anche altri imprenditori che, come lui, sappiano credere nelle seconde possibilità.”

Francesca Paola Lucrezi è la direttrice del carcere: “Il corso di pizzaiolo nella Casa Circondariale di Brescia ha riscosso sin da subito moltissimo apprezzamento tra i detenuti che ne hanno chiesto , in numero di gran lunga superiore rispetto ai posti disponibili, la partecipazione”.

Lucrezi continua: “L’attività professionalizzante, oltre a conferire competenze è particolarmente appetibile per la spendibilità nel mondo del lavoro. È senz’altro auspicabile la ripetizione dell’attività all’interno del carcere e sarebbe un importante risultato se altri pizzaioli accettassero la proposta di Ciro di consorziati in tal senso: fare sistema garantisce efficacia e tenuta nei risultati”.

“Un ragazzo che finisce in carcere, magari per reati minori, poi ha una difficoltà enorme nel reinserirsi nel mondo lavorativo”, spiega Ciro. “Lo so per esperienza personale, ho visto molti amici finire male. Per questo ho deciso di impegnarmi in prima persona per aiutarli. In questo momento storico, tra l’altro, c’è una richiesta sempre maggiore di pizzaioli e di persone che si vogliano impegnare nell’ambiente della ristorazione. Abbiamo pensato di proporre un corso di questo tipo proprio per garantire in modo quasi automatico l’assunzione alle persone che seguiranno il corso”.

L’obiettivo nel medio periodo di Ciro è quello di creare una sorta di consorzio di pizzaioli che, come lui, vogliano dare una possibilità a chi ha sbagliato e contemporaneamente ricoprire quei ruoli che sono ancora vacanti.

“Lancio un appello ai miei colleghi che lavorano nella ristorazione”, conclude Ciro. “Vorrei fondare un’associazione di persone che vogliano aiutare gli ex detenuti a reinserirsi con una nuova professionalità. In questo periodo nel quale mancano lavoratori è un modello positivo per tutti”.

Va detto che Ciro non è nuovo ad iniziative benefiche. Qualche tempo fa, si era dedicato alla formazione anche nel Rione Sanità di Napoli, una zona che a lui ricorda la via dove è cresciuto, via Rossini a Frattamaggiore. L’istituto che ha abbracciato il suo progetto è stato quello alberghiero D’Este Caracciolo. Nello specifico, le classi che hanno seguito le videolezioni sono state quelle ad indirizzo enogastronomico e a indirizzo sala e accoglienza.

La scheda sintetica di San Ciro

Ciro Di Maio nasce a Frattamaggiore, un comune del Napoletano, nel 1990. Mamma casalinga, papà dal passato burrascoso. Le sue prime esperienze nel lavoro sono a 14 anni, poi si iscrive all’Alberghiero, ma a 18 anni lascia gli studi e inizia a lavorare. Nel 2015, la svolta: trova un lavoro da pizzaiolo per una grossa catena in Lombardia, poi riesce a rilevare quella pizzeria assieme a sei soci, infine diventa titolare unico.

È così che è iniziata l’avventura San Ciro, il suo locale a Brescia (vicino al multisala Oz, in via Sorbanella) che oggi impiega una quindicina di persone ed è noto per la veracità delle sue pizze, ma anche per il suo menù alla carta di alta cucina.

Un locale amato perché rappresenta la tradizione napoletana, a partire dagli ingredienti: olio dop, mozzarella di bufala campana dop, pomodorino del Piennolo, ricotta di bufala omogeneizzata e porchetta di Ariccia Igp.

Fondamentale è la pasta: ogni giorno viene scelto il livello esatto di idratazione, in base all’umidità di giornata. In menù ha la pizza verace, ma anche il battilocchio, la pizza fatta da un impasto fritto nell’olio bollente e subito servito avvolto in carta paglia. Le pizze sono tutte diverse, sono fatte artigianalmente. Ciro lo ripete spesso.

“Mi piace tirare le orecchie alle pizze, ognuna ha il suo carattere e deve mostrarlo, odio le pizze perfettamente rotonde e se c’è più pomodoro da una parte rispetto ad un’altra è perché usiamo pomodori veri”. Molti i vip che lo amano, le pareti del suo ristorante sono piene di fotografie. Tra le altre anche Eva Henger, che è stata a cucinare pizze una sera da lui. Senza dimenticare i giocatori del Brescia Calcio, che quando possono, anche dopo le partite, lo passano a salutare.

Milano: ecco i migliori locali dove poter lavorare da remoto

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Il Duomo di Milano (Foto di Dimitri Vetsicas da Pixabay)

All’ombra della Madonnina bar, locali e anche alcuni ristoranti si sono organizzati per permettere un accesso più dinamico a una clientela che ha mantenuto con la propria azienda la possibilità di lavorare da casa o – appunto – da un posto a proprio piacimento. Cosa c’è di meglio per esser più produttivi che lavorare dal proprio locale preferito?

Nella classifica stilata da Milano Città Stato, il settimo posto è occupato da Santeria Paladini, un locale tranquillo situato in via Paladini; la sesta posizione la ottiene Long Song, dove è possibile lavorare tra i libri in un’atmosfera vintage; al quinto posto l’iconico Starbucks Reserve Roastery; alla quarta posizione il bar/bistrot Pausa; medaglia di bronzo per l’ostello Combo. Leggiamo di seguito un approfondimento sui primi due locali della classifica.

#1 CityLife Shopping District: lavorare come in un coworking ma a costo zero

Nell’area food ci sono spazi di lavoro tutti dotati di prese e connessione gratuita, perfetti per sedersi e lavorare al tablet o al pc. Praticamente sono come dei desk da coworking senza la noia di dover pagare l’affitto e senza soffrire l’ansia tipica di alcuni camerieri che, una volta capito che ordinerete una sola consumazione, inizieranno a camminarvi attorno e guardarvi male perché “tra un po’ ci serve il tavolo.” A City Life e in ognuno dei posti di cui vi ho parlato tutto ciò non succederà.

Un altro valore aggiunto: c’è anche la comodità di poter ordinare un caffè e fermarsi per pranzo consumando tutto nella propria postazione. E se la giornata è bella si può fare pausa godendo di uno dei parchi più belli e moderni di Milano, passeggiando sotto i grattacieli e sognando la conquista del mondo.

#2 Vista Darsena: lavorare sentendosi (quasi) in Riviera

Il sogno proibito dei milanesi: lavorare a Milano con la vista sul mare. Con un po’ di immaginazione è quello che si può provare in questo Smart bar con servizio di cucina: Vista Darsena è un locale all-day dove poter accompagnare lo studio prima con un buon caffé, centrifuga e fetta di torta di pasticceria, poi con un pranzo a base di Pink Burger al salmone o Cheeseburger di manzo, e infine perché no anche un drink.

Posizionato sulla Darsena, il valore aggiunto del posto è un bancone sovrastato da un video-wall studiato per trasmettere immagini e mostre di giovani video-maker. La connessione internet ad alta velocità lo rende poi il posto perfetto per lavorare e studiare comodamente seduti al tavolo. Vista Darsena è aperto tutti i giorni alle 10 fino alle 02:00 di notte.

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ITS Academy Innovaprofessioni: inaugurato a Milano il nuovo laboratorio didattico di hotellerie

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Il taglio del nastro di ITS Academy Innovaprofessioni (immagine concessa)

MILANO – ITS Academy Innovaprofessioni, fondazione ITS che offre iniziative formative di alto livello fortemente improntate ai bisogni delle imprese del settore turistico e culturale, ha inaugurato  nella sede di viale Murillo 17 a Milano il nuovo laboratorio didattico di hotellerie, realizzato anche grazie al contributo di Regione Lombardia.

Il laboratorio didattico ITS Academy Innovaprofessioni

All’inaugurazione hanno partecipato Simonpaolo Buongiardino, presidente di ITS Academy Innovaprofessioni; Simona Tironi, assessore a Istruzione Formazione e Lavoro di Regione Lombardia; Fabio Primerano, presidente di Federalberghi Lombardia e Massimo Temussi, presidente e ad di ANPAL Servizi.

Il laboratorio didattico di hotellerie di ITS Academy Innovaprofessioni è un vero e proprio hotel simulato, allestito con gli ambienti tipici di una struttura ricettiva. E’ composto di una zona reception, una camera campione dotata di bagno en suite, un office e uno spazio eventi. Sarà utilizzato nell’ambito dei corsi ITS erogati.

Nel dettaglio, il desk reception consentirà di svolgere simulazioni di prenotazioni, accoglienza del cliente e guest management per i corsi ITS Hotel manager e ITS Manager culturale erogati da ITS Academy Innovaprofessioni.

La camera campione e l’office consentiranno di svolgere simulazioni di guest management, room division e housekeeping per il corso ITS Hotel manager.

Lo spazio eventi potrà essere utilizzato per svolgere simulazioni e compiti reali di organizzazione di eventi come meeting, workshop, convegni, conferenze, fiere per i corsi ITS Hotel manager e di eventi culturali come spettacoli, conferenze stampa, presentazioni, festival, per i corsi ITS Manager culturale e per futuri corsi ITS nell’ambito della convegnistica e dei grandi eventi, anche in vista di Milano Cortina 2026.

“Innovaprofessioni – afferma il presidente Simonpaolo Buongiardino – si conferma sempre più come punto di riferimento a Milano e in tutta la Lombardia per l’alta formazione tecnica negli ambiti del turismo e della cultura. Oggi la capacità di intercettare con successo i fabbisogni di competenze richiesti dal settore passa anche attraverso l’adozione di nuovi modelli di apprendimento basati sulla didattica esperienziale e su laboratori pratici. Il nuovo laboratorio di hotellerie, da questo punto di vista, costituirà sicuramente un valore aggiunto per i nostri studenti”.

“E’ un grande piacere partecipare all’inaugurazione del laboratorio didattico di hotellerie di ITS Academy Innovaprofessioni nella sede di Milano – dichiara Simona Tironi, assessore a Istruzione, Formazione, Lavoro di Regione Lombardia – Questo è un progetto che volge l’occhio al futuro in modo concreto, dove formazione e lavoro trovano una vera e propria convergenza. Poter simulare diverse mansioni per preparare i ragazzi all’entrata nel mondo del lavoro è un modo innovativo di fare didattica, e rappresenta un’opportunità per i giovani, per poterli orientare in modo efficace secondo le proprie inclinazioni e ambizioni, rendendo così competitivo e altamente professionalizzato il settore dell’hotellerie, che è la base di partenza per potenziare anche il nostro turismo”.

“Il legame con il territorio – conclude Simona Tironi – è fondamentale, ed è necessario investire sull’allineamento tra quello che si impara durante il percorso formativo e le necessità del mercato del lavoro, in modo da riqualificare questo importante settore, che, oltre a ricoprire una parte importantissima del Pil nazionale, può essere fonte di nuove numerose opportunità lavorative per i nostri ragazzi”.

“L’inaugurazione di oggi è un primo momento significativo – sottolinea il presidente di Federalberghi Lombardia Fabio Primerano – Federalberghi Lombardia farà molto affidamento su ITS Academy Innovaprofessioni per la formazione del personale specializzato, necessità importante per tutto il comparto alberghiero. Collaboreremo con la Fondazione per la definizione e realizzazione dei corsi formativi, fornendo anche competenze, docenze e possibilità di stage alle ragazze e ai ragazzi dei vari corsi”.

La Toscana del cacao e dei suoi maestri: viaggio nella Chocolate Valley

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La produzione di cioccolato (Pixabay License)

Da Amedei a Slitti, da Catinari a Vestri ecco le aziende che in Toscana tengono alta una tradizione di lavorazione del cioccolato artigianale che arriva da molto lontano. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo che vede il cioccolato in Toscana come protagonista pubblicato sul portale intoscana.

La Toscana attraverso il cioccolato

MILANO – Si estende da Pisa a Prato passando per Pistoia la Chocolate Valley della Toscana, una zona in cui negli ultimi è diventata famosa per la grande quantità di aziende che producono cioccolato artigianale di altissima qualità.

Sono molti i maestri cioccolatieri che realizzano prodotti eccellenti a base di cacao, raccogliendo così un’eredità che arriva da lontano: il cioccolato infatti arrivò in Toscana all’inizio del Seicento grazie al mercante fiorentino Francesco Carletti, che portò a Firenze i primi semi provenienti dalle Americhe e poi si diffuse grazie ai Medici,grandi amanti di questo dolce che allora si gustava come una bevanda liquida.

Dolci scoperte da Pisa a Prato

Il viaggio nella Chocolate Valley parte da Pisa, dove Paul de Bondt, pasticcere olandese, e Cecilia Iacobelli, designer pisana, nel 1993 hanno aperto la loro azienda De Bondt – Cioccolato originale e poi nel 2019 il laboratorio artigianale con vendita e degustazione Manufatto Cacao. Le loro creazioni hanno ricevuto molti riconoscimenti internazionali, tra cui nel 2022 la “Tavoletta d’Oro” per la miglior pralina al cioccolato degli ultimi vent’anni per la Pralina al Ben Ryé e per il fondente fruttato 70% e con lo speziato Bergamotto e limone.

A Pontedera si trova invece il laboratorio dello storico maître chocolatier Amedei, che ha ricevuto 99 premi internazionali ed è l’azienda vincitrice del maggior numero di Golden Bean presso la “Academy of Chocolate” di Londra. Dalle tavolette alle praline, dalle gocce alle creme sono 150 le creazioni in cioccolato firmate Amedei, che le esporta in trenta paesi in tutto il mondo.

Sempre in provincia di Pisa a Cascine di Buti c’è Torrefazione Trinci, fondata nel 1939, che realizza un cioccolato dal gusto forte, ispirato al procedimento di lavorazione degli Aztechi e riconoscibile per la particolare tostatura delle fave di cacao.

Un’altra cioccolateria artigianale di altissima qualità è la Pasticceria Mannori a Prato, che realizza prodotti a base di cioccolato pure, ovvero senza l’aggiunta di sostanze diverse dal burro di cacao. Questo tempio del gusto è guidato da Luca Mannori, pasticcere incoronato campione del mondo a Lione nel 1997 per la sua celebre torta Setteveli, delizia a strati che comprende il pralinato ai cereali, la mousse al fondente, il pan di spagna al cacao e la bavarese alla nocciola.

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Tramezzino: è nato a Torino o a Venezia? In nessuna delle due città, ecco la sua vera storia

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Tramezzini (immagine: Pixabay)

Le due città rivendicano la paternità della specialità, tuttavia nessuna delle due può affermare di esserne stata la patria fondatrice. Ciò che viene tramezzino compare molto tempo prima della parola stessa e il suo nome è sandwich: l’invenzione si deve a John Montagu, IV conte di Sandwich. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo di Luca Cesari pubblicato su La Repubblica.

L’invenzione del tramezzino

MILANO – Qualche giorno fa stavo chiacchierando con l’amico Alessandro Marzo Magno riguardo all’invenzione del tramezzino. Grande esperto di cibo e storia veneziana, mi raccontava della pretesa paternità di diversi bar della Serenissima, aggiungendo che, ovviamente, c’era anche da tenere in conto di Torino con il famoso Caffè Mulassano che se ne è intestata l’invenzione parecchio tempo fa.

A pensarci bene, la risposta su quale delle due città possa fregiarsi del titolo di madre del tramezzino è piuttosto semplice: nessuna delle due. E il motivo di questa risposta è ancora più banale: il tramezzino non esiste.

Non si tratta di una provocazione, ma di una semplice constatazione che ha a che fare con la linguistica, più che con la gastronomia. L’oggetto che chiamiamo “tramezzino” compare molto tempo prima della parola stessa e il suo nome è sandwich. Come molti sanno, l’invenzione si deve a John Montagu, IV conte di Sandwich (1718 -1792) che amava i pasti sbrigativi da consumare alla scrivania o al tavolo da gioco senza posate. La sua invenzione è tanto geniale quanto apparentemente banale e consiste di coprire con una seconda fetta di pane un crostino farcito, che era già conosciuto da secoli in cucina, trasformandolo in una pietanza portatile e facilmente maneggiabile.

Ne parlano già i contemporanei mentre il conte di Sandwich ricopriva ancora la carica di primo lord dell’Ammiragliato e la prima descrizione si deve allo scrittore francese Pierre Jean Grosley che la inserisce nella sua guida “A Tour to London” del 1772. Agli inizi dell’Ottocento troviamo invece le prime ricette inglesi dove le due fette di pane imburrato vengono farcite con manzo freddo, lingua salmistrata oppure con prosciutto.

In quest’ultima versione sbarca anche in Italia e dove viene pubblicato da Francesco Chapusot nella sua “Cucina sana”, economica ed elegante del 1846. Francese di origine, Chapusot all’epoca era il cuoco di Ralph D’Abercromby ambasciatore d’Inghilterra nella Torino risorgimentale, il che spiega molte cose.

Probabilmente è questa l’epoca in cui si iniziano a servire i sandwich nei caffè torinesi: nessuna invenzione, semplice importazione.

La nuova specialità inglese viene declinata fin da subito in diverse versioni e chiamata con molti nomi. Le cronache e i ricettari dell’epoca si riempiono di panini gravidi secondo una dizione toscana o di panini imbottiti, come li chiamano i romani, o ancora tartine di pane. Non mancano le storpiature del nome originale e si va dai sanguicci o sanguevicci, fino al sanduicci usato da Alberto Cougnet.

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Cioccolato: l’export dell’Italia verso la Svizzera è cresciuto del 36%

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La Svizzera

Nell’ultimo decennio le importazioni di cioccolato italiano in Svizzera hanno registrato un forte incremento. Non si può invece dire altrettanto delle esportazioni elvetiche verso la Penisola. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo pubblicato sul portale d’informazione tvsvizzera.

Il cioccolato italiano in Svizzera

MILANO – La popolazione svizzera consuma sempre più spesso cioccolato proveniente da oltre frontiera. L’anno scorso, infatti, degli 11 chili pro capite finiti nelle gole elvetiche, tra tavolette, praliné e prodotti semifiniti (ad esempio cioccolata in polvere), 4,7 chili erano importati.

Rispetto al 2021, vi è stato un incremento dello 0,6% della parte di cioccolato importato, stando alle cifre rese note lunedì dall’associazione di categoria Chocosuisse.

Se la Germania fa la parte del leone, con una quota di mercato del 44% per un volume di 17’431 tonnellate nel 2022, sul lungo termine va sottolineato soprattutto il notevole balzo in avanti delle aziende italiane produttrici di cioccolato.

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