sabato 29 Novembre 2025
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La colazione all’Hotel Pazeider con una Faema President e per gli ospiti, un espresso servito con una macchina a leva Bosco

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Stephan Kofler pazeider
Stephan Kofler (foto concessa)

MILANO – Ci troviamo in Alto Adige, dentro ad una struttura alberghiera da sogno, il Pazeider, wellness & Bio Hotel: qui, Stephan Kofler, gestisce ogni aspetto di questa realtà ricettiva in maniera impeccabile, con passione e voglia di offrire il meglio della genuinità. Anche il caffè, la colazione, sono trattati con estrema cura, dalla materia prima alla scelta delle attrezzature a disposizione degli ospiti, italiani e internazionali.

Negli hotel spesso la nota dolente, ma anche la parte che gli ospiti attendono con più aspettativa, è la colazione: al Pazeider, voi come avete trattato questo primo pasto della giornata?

“Ho tre postazioni dedicate al caffè. Una macchina è una superautomatica de LaCimbali, che l’ospite può utilizzare in autonomia, un’altra esclusivamente lasciata al caffè filtro che molto spesso è gradito dal cliente tedesco.

La macchin aper filtro al Pazaider (foto concessa)

Questo è uno strumento particolare, come quello che si usava ai tempi della nonna, quando si utilizzava il macinino e qualcosa di simile al filtro in carta poggiato su un contenitore, su cui poi si versava dell’acqua. Lo stesso abbiamo noi, e l’ospite deve saperlo adoperare: non si tratta in questo caso di premere un bottone, ma di occuparsi di ogni passaggio.

Devo dire, e mi hanno confermato in tanti, che viene fuori un caffè che è la fine del mondo. La produce la ditta Dinzler e tutto ciò che riguarda l’erogazione resta in bella vista.
È tutto fresco, fatto sul momento. C’è bisogno di tempo per la preparazione. Il macinino messo a disposizione dei clienti è un Mazzer.

Devo dire che anche l’italiano si incuriosisce a volte, anche se chiede più spesso l’espresso e il cappuccino.

Comunque la maggioranza dei nostri clienti è tedesca, anche se di inverno avviene il contrario. Una curiosità: capita che il tedesco e lo svizzero chiedano il cappuccino e l’espresso anche cena e dopo cena, magari mangiando la nostra pizza napoletana gourmet.”

La scelta di usare una macchina professionale come la Faema è importante: perché avete deciso di avventurarvi con uno strumento da bar?

“Nel bar del Pazeider c’è una President a 3 gruppi: al bancone il cliente può ordinare un cappuccino, un espresso, un caffellatte che prepara il barista. E non è finita qui: per accogliere chi arriva per sostare da noi, offriamo come bevanda proprio un espresso napoletano, preparato da una Bosco a leva a due gruppi.

L’abbiamo scelta perché volevamo qualcosa di differente. La culla dell’espresso è Napoli e lì il barista è ancora fiero di fare questo mestiere. Qui in Alto Adige è soltanto un operatore che pigia un bottone.

Ogni volta che preparo un caffè voglio farlo meglio di quello di prima. Sono in cerca di nuove torrefazioni per trovare caffè sempre più buoni. Negli ultimi 10 anni ho provato 40 roasters diversi, anche svizzeri, tedeschi, austriaci e diversi dell’Alto Adige.

Il perché di questa attenzione per il caffè? Dieci anni fa qualcuno ha scritto che il caffè del Pazeider non si poteva bere. E io mi sono chiesto il perché: avevamo un Melitta ma non funzionava bene. Il caffè non era il problema. Controllando la macchina, abbiamo scoperto che l’acqua era troppo calda e quindi bruciava il
caffè filtro.

Cambiandola, improvvisamente il caffè era buono. Così tutto è iniziato ed entrando sempre più in questo mondo, è nato l’amore verso questa bevanda.

La macchina a leva Bosco arriva al Pazeider (foto concessa)

È una mia visione. Mi piace preparare il caffè con la mia Bosco.

Dopo dieci anni usare questa macchina è ancora e sempre un momento di estremo gusto. Sono dovuto andare in giro per l’Italia per trovare la macchina migliore. Sono andato a Verona per ricondizionare la Faema. Andando a Napoli sono stato folgorato dalla Bosco.

Ho dovuto imparare pian piano ad usarla.”

Per poter saper governare delle macchine così, c’è bisogno di personale formato: come avete gestito questa parte del servizio?

“Certo, bisogna saper estrarre il caffè in modo corretto e anche fare il cappuccino con la latte art. I ragazzi che lavorano con noi, sono tutti formati da me.”

Quanti sono i volumi di caffè che fate in un mese?
“Consegniamo un chilo un chilo e mezzo al giorno.”

E nelle camere ci sono le capsule?

Sono contrario alle capsule. L’impatto ecologico è troppo negativo. Qualche volta qualcuno lo chiede, ma noi non le abbiamo. Consiglio sempre: giù al Bar c’è sempre un buon caffè.”

Dover servire tutti gli ospiti, non è un problema per la velocità del servizio?

Dove si può gustarsi una buona colazione (foto concessa)

“Sono dell’opinione che la cosa che deve comandare su tutto è la qualità e non la velocità. Noi comunichiamo questo ai nostri ospiti.

Chi vuole può andare a spingere il bottone sulla macchina automatica per avere tutto subito, ed altri invece che preferiscono aspettare per avere più qualità.

É tutto una questione di cosa è importante per me? Do più importanza al gusto o al tempo? Soddisfare entrambi al 100% mi sembra impossibile.”

Che caffè avete scelto e che macinacaffè?

“Ora ho il Dallmayr caffe, un 100% Arabica biologico che è armonico, non è troppo acido, esce molto bene e costante. Anche per il filtro 100% Arabica, naturalmente con una tostatura diversa, meno scura”.

La colazione in generale al Pazeider com’è?

“Avendo sia clientela tedesca che italiana, offriamo una colazione continentale. Prodotti biologici, dal salato al dolce: 5-6 diverse marmellate, yogurt, anche vegano, 5 tipi di latte (anche di avena o di riso), succhi, tè biologico (15 diversi tipi di tè in foglie e in bustina), brioche e frutta.

Noi produciamo anche il nostro pane nel forno in cui facciamo anche la pizza gourmet. Le persone possono ordinare il caffè e anche uova in tutti i modi.

Al momento sono tutti molto contenti e la qualità è sempre ottima. Di mattina bisogna mangiare bene per partire con tutta energia la giornata.

Ora nessuno scrive più che il caffè è pessimo.

Certo può essere molto faticoso occuparci di fare tutto, ma il nostro è un hotel di alto livello, e puntiamo comunque sulla qualità e non sulla quantità.”

In futuro la colazione dell’Hotel Pazeider?

“Sono una persona classica e non seguo le mode. Quello che ho scelto per l’hotel è stato per istinto.

Ritornare alla tradizione, utilizzando la leva e ai tempi in cui si utilizzava, è stata una decisione volta a valorizzare i prodotti contro la velocità. La qualità ha bisogno di tempo.

Ho provato anche gli specialty coffee, ma è molto più importante dedicarsi a fare un buon caffè con una materia prima di media-alta qualità. Il risultato è molto interessante, anche rispetto ai caffè così costosi che magari non si è in grado di valorizzarli. Il lusso è qualcosa che a cui aspiro. La qualità invece sì, insieme alla genuinità.

Per lo stesso motivo serviamo anche la pizza gourmet napoletana in forno a legna, con un impasto indiretto per mantenere insuperabile la sua genuinità.

La pizza gourmet (foto concessa)

L’idea è di trovare sempre l’offerta che fa bene all’organismo. Anche per il vino che realizziamo qui, usiamo soltanto uva, senza chimica (zolfo e rame) né nel campo né in cantina. E magari in futuro farò anche la birra, scegliendo una materia prima eccellente. Lì sta il segreto: non fare tante cose, ma una e farla bene.

Vorrei trasmettere tutta questa visione in modo che le persone capisca e sia sensibile alla bontà.

Bisogna tornare alle origini e cercare di avere la cura per la materia prima. Da qui parte tutto. E il cliente si aspetta di trovare qualcosa di ottimo, dando a noi la responsabilità di scegliere prodotti genuini e all’altezza delle aspettative.

Non sono in tanti che fanno questo ragionamento nella nostra zona.”

Lim Chocolate, Dutto: “Un cioccolato di qualità è complicato da riconoscere”

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Federico Dutto, Lim Chocolate (foto concessa)
Federico Dutto, Lim Chocolate (foto concessa)

MILANO – Lim Chocolate, less is more, è la creatura di Federico Dutto: nato per gioco e per passione. Da farmacista, dopo la laurea ha intrapreso un percorso che lo ha portato a diventare direttore commerciale marketing nell’ambito nutrizionale e alimentare.

Da sempre però, una fame imprenditoriale marcata e una curiosità spiccata, lo hanno portato a interessarsi al food più sostenibile. Dopo oltre 10 anni ha maturato la necessità di capire i motivi per cui si complicano spesso le cose dal punto di vista alimentare e la svolta
verso il settore del cioccolato e dei lievitati, scoprendo una filiera complessa e industrializzata.

Così, la formula del bean to bar degli USA, movimento nato negli States negli anni 2000 da un ex manager della Silicon Valley, lo ha conquistato subito. Anni di ricerca e di studio dal punto di vista chimico, sono sfociati in Lim Chocolate.

La prima tavoletta venduta risale all’ottobre 2020 e oggi, Lim Chocolate è in fase di ristrutturazione per trasferirsi in un locale ampio con un laboratorio di oltre 300metri quadri.

Tolto tutto il superfluo, restano in equilibrio gli elementi della cultura minimalista come ingredienti segreti del cioccolato Lim Chocolate

Dal punto di vista del lavoro compiuto in origine, ci sono modalità differenti che portano ad un risultato diverso della materia prima che poi arriva nelle mani di voi maestri trasformatori?

“Ci sono alcuni step fondamentali. Si parte ovviamente da un cacao che dal punto di vista genetico presenta caratteristiche organolettiche di un certo spessore, con un profilo sensoriale il più possibile variegato e ricco.

Poi però, sia il farmer che l’artigiano, devono riuscire a valorizzarlo. Il momento più importante nelle fasi di lavorazione all’origine è quella della fermentazione che può variare dai 4 ai 7 giorni: qui si sviluppano gli aromi e si potenzia il profilo del seme di cacao. Fondamentale anche l’essicazione volta ad eliminare un’umidità troppo marcata.

Ovviamente la fermentazione è un processo che va saputo gestire, perché se il prodotto importato è sovra fermentato può trovare uno sbocco soltanto sul commercio industriale.

Da craft maker bean to bar cerchiamo di instaurare un rapporto di fiducia e collaborazione con i farmer: paghiamo care le fave di cacao, proprio per migliorare le condizioni di vita e professionali di chi lavora alle origini e allo stesso tempo ottenere un prodotto che sia della qualità più elevata possibile.

Con questo obiettivo incentiviamo la formazione per i coltivatori e forniamo alle cooperative attrezzature più avanzate.“

Come si scelgono le fave migliori?

“Ora il mio brand è abbastanza conosciuto per i premi che ho ricevuto e quindi attualmente sono diversi i partner mi contattano.

Ma essenzialmente faccio un grande lavoro di scouting, studiando le origini, la genetica, assaggiando i campioni. Prima di selezionare una fava provo una decina di profili differenti per capire quante potenzialità ha il campione.

In fase di lavorazione (foto concessa)

Se sono convinto, allora parte la collaborazione. Da un sacco di qualche chilo, già dalla dimensione della fava e dalla sua sezione ci si accorge se è avvenuto tutto correttamente in fase di produzione.

Essendo poi anche sommelier del cioccolato, proprio nell’assaggio della materia prima colgo alcuni aspetti, come la tipologia del profilo aromatico, se è più fruttata, floreale, legnosa, così da poter creare dei profili più adatti.”

Parliamo invece della tostatura: come si cuociono le fave?

“Applico una tostatura con le sinusoidi di temperatura e non utilizzo die profili troppo spinti. Se dovessimo identificare un range, si passa dai 100 ai 145 gradi. Certo poi ogni batch è un mondo a parte.

Con delle fave molto piccole sarà necessario prestare maggiore attenzione. Si deve sviluppare una sensibilità olfattiva e al palato molto spiccate, ma è una competenza che il maestro cioccolatiere deve possedere, insieme alla pazienza.

Molti ad esempio sottovalutano il momento in cui inserire lo zucchero, che però determina totalmente la riuscita del cioccolato. Il mio prodotto è conosciuto in quanto spigoloso, con delle note aromatiche molto marcate: ma è così che voglio che sia. Anche per sviluppare un profilo così netto, ho dovuto fare tantissime prove.

Mediamente una tostata può durare dai 15 minuti ai 40 minuti, ma è molto soggettivo.

Va bene rispettare la materia prima, ma cuocerla non è altro che la sua valorizzazione.

Per quanto riguarda il mio prodotto, parlare di un cioccolato crudo non è esatto: tutte le fave utilizzate da me in laboratorio sono fermentate e già questo fenomeno è una fase in cui il cacao subisce un aumento della temperatura (che nelle vasche arriva già ai 60 gradi).”

La cascara che viene rimossa, ha un possibile riutilizzo come avviene per esempio con il caffè che viene utilizzata per degli infusi?

“Si può riutilizzare anche in questo caso. Ne realizzo poca per darla all’industria e anche ai coffee shop di specialty, sotto richiesta. La uso poi come fertilizzante e nutrimento per il pollame.

Attualmente sto studiando un progetto per un recupero maggiore.”

La raffinazione: perché le fave vengono macinate a pietra e per quanti giorni con lo zucchero di canna (perché di canna e quanto ce ne vuole?)

“Zucchero di canna e non bianco come dicono molti perché, quello che uso grezzo e biologico mi piace in quanto non è estremamente dolce e ha un potere insulinico più basso. Questa fase può durare tra i 3 e i 5 giorni ininterrotti per batch e dipende tutto dall’origine lavorata.”

Lei non applica il concaggio?

All’ingresso di Lim Chocolate (foto concessa)

“Durante la macinazione dei mulini a pietra si ha già un primo concaggio, che di base è un’operazione industriale che si appoggia su di un macchinario – un cilindro chiuso con un supporto meccanico esterno che riscalda e scuote il cioccolato -: così il profilo aromatico vola via.

Con una tostatura e un concaggio elevato, i difetti vanno via, ma anche le poche caratteristiche interessanti potrebbero scomparire.

Fatte queste considerazioni, va da sé che per me sarebbe soltanto dannoso applicare un secondo concaggio: l’acido acetico si elimina con la tostatura corretta e con una raffinazione lenta nel tempo, che allo stesso tempo permette di non ammazzare il profilo aromatico.”

Quanto è importante per il risultato finale la fase di aging?

“Dipende sempre dallo stile del chocolate maker: per me è importante e la estendo sino ai 40 giorni. Fare aging significa ridurre le quantità prodotte e quindi vendo pochissime tavolette, distribuisco più massa per le pasticcerie.”

Come sviluppa il temperaggio?

“Tempero semplicemente come ho imparato, con innesto e con la temperatrice. Dopo l’aging il temperaggio permette di stabilizzare il burro di cacao e di creare una distribuzione delle molecole del burro di cacao in modo da intrappolarne gli aromi all’interno del reticolo.

Così non si ha più un invecchiamento rapido: il cioccolato resta vivo a lungo, con un processo di maturazione più lento. Le regole sono semplici: si alza la temperatura del cioccolato per portare al completo scioglimento del burro cacao nei cristalli, poi con
uno shock termico meccanico si riporta al V stadio, il più stabile, che conferisce l’effetto lucido e di croccantezza.

Temperare spatolando si può fare soltanto con piccolissime quantità e si aumentano le
possibilità di errore.”

Come riconoscere, per un consumatore finale non esperto, un cioccolato di qualità?

“Un cioccolato di qualità è complicato da riconoscere. Anche il termine bean to bar viene ormai usato dalla grande industria e quindi è inflazionato. Bisognerebbe fare più cultura: a me piace e provo ad insegnare alle mie figlie a chiedersi sempre cosa c’è dietro il prodotto, per capire da dove arriva.

Significa cercare la trasparenza e dare l’opportunità di fare scelte consapevoli. Automaticamente si passa al livello successivo: capire cosa piace e cosa no.

Una volta che si sa la differenza tra il cioccolato industriale e quello artigianale, ci si rende conto che a parità di ingredienti (cioccolato e zucchero di canna) si vivono esperienze differenti e così si raggiunge un primo traguardo.

Da lì in avanti si sceglie sulla base di ciò che si conosce, non in base all’impulso condizionato dal marketing.

Il concetto di qualità poi è una parentesi a parte: chiunque produce qualcosa si fregerà del fatto che è di qualità.

Ma cosa significa? Io ho identificato 9 punti che secondo me determinano un concetto più ampio di qualità, che diventa sinonimo di valore per tutti e per il mondo che ci circonda. Produco cioccolato, ma attraverso questo genero valore e quindi, qualità.

E le persone devono capire che tutto questo ha un costo: vendo le tavolette a 6 euro e i clienti, seppur apprezzino il prodotto, si lamentano comunque del prezzo troppo elevato.”

Nestlé, bilancio deludente con fatturato in calo a 93 mrd (-1,5%): bene il caffè, ma Nespresso segna il passo arretrando dell’1,2%

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Nestlé Nespresso
Il logo Nestlé

MILANO – Nestlé delude le aspettative, con un fatturato in calo nel 2023 e la prospettiva di un ulteriore rallentamento nel corso del 2024. Bene il caffè, anche se Nespresso segna il passo. Così il bilancio della multinazionale elvetica, diffuso nella mattinata di ieri, giovedì 22 febbraio.

I ricavi segnano una flessione dell’1,5% e si attestano a 92,998 miliardi di franchi svizzeri risentendo di un impatto negativo dei cambi del 7,8% e di disinvestimenti netti nella misura dello 0,9%. Il dato è inferiore ai 93,68 miliardi previsti dagli analisti.

A livello organico si registra una crescita delle vendite del 7,2%, anch’essa al di sotto il 7,4% del consensus.

L’aumento dei prezzi del 7,5% ha compensato una crescita interna reale (rig) diminuita dello 0,3% nell’arco dei 12 mesi, ma in crescita (+0,4%) nell’ultimo trimestre, durante il quale il colosso svizzero è tornato a vendere più prodotti invertendo un trend negativo che durava da cinque trimestri consecutivi, imputabile soprattutto ai rincari, che hanno indotto molti consumatori a optare per alternative più economiche.

“L’inflazione senza precedenti degli ultimi due anni ha accresciuto la pressione su molti consumatori e ha avuto un impatto sulla domanda di alimenti e bevande”, ha dichiarato in proposito l’ad di Nestlé, Mark Schneider.

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Andrea Panizzardi: “Ecco perché in Italia non si ha ancora la cultura del caffè”

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Una classica tazzina di espresso (immagine: Pixabay)

Si parla spesso di candidare il rito del caffè espresso all’Unesco, ma quanto si conoscono questi chicchi nel Bel Paese? Le tazze in patria sono davvero superiori a quelle che si bevono all’estero? ll sito Agrodolce si interroga  se in Italia ci sia la cultura del caffè. La risposta sembrerebbe di no.

Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo di Carlotta Mariani che comprende l’intervento di Andrea Panizzardi, campione italiano di moka e aeropress, formatore, torrefattore e fondatore di Alternative Coffee Panizza di Casalnoceto (Al).

Il rito del caffè in Italia

MILANO – In tutto il mondo l’Italia è riconosciuta per essere la patria del caffè, dell’espresso in particolare, e spesso, quando andiamo all’estero, critichiamo quel liquido scuro che ci viene servito in tazza. Siamo talmente fieri della nostra tradizione che nel 2022 il “caffè italiano espresso tra cultura, rituali, socialità e letteratura nelle comunità emblematiche da Venezia a Napoli” era stato proposto come candidato tricolore a patrimonio immateriale dell’umanità dell’Unesco.

Candidatura poi bocciata dalla commissione nazionale per l’Unesco (a favore dell’opera lirica), che, in effetti, non aveva tutti i torti. Alla luce di questo, la domanda che ci siamo posti è: in Italia infatti esiste davvero una cultura del caffè? Sappiamo riconoscere un prodotto ben estratto? Conosciamo il sapore di un buon caffè? Abbiamo un’idea dei luoghi di provenienza della materia prima?

Lo chiediamo lungo, corto, doppio, macchiato caldo o freddo, in tazza di vetro, con lo zucchero, corretto, shakerato e chi più ne ha ne metta. Conosciamo tutte le possibili ricette, ma ci fermiamo mai un istante a sentirne il profumo, lo assaporiamo un secondo prima di farlo scivolare in gola alla velocità della luce? O forse è vero che gli italiani non conoscono il caffè?

Quanti tipi di caffe esistono?

Oltre all’espresso e alla moka, il mondo del caffè offre molto di più, peccato che in Italia non ci stiamo facendo molto caso. Esistono infatti diversi tipi di preparazione, con differenti risultati in tazza, ed esistono gli specialty coffee ovvero caffè selezionati per condizioni ambientali e climatiche che in tazza regalano un determinato profilo gustativo, grazie anche alla particolare lavorazione che ha permesso di preservarne tutte le caratteristiche uniche.

Non è un caffè come gli altri e all’estero lo sanno bene, ma c’è chi, anche nel nostro Paese, cerca di portare questo mondo, questa maggior conoscenza della materia prima e dei suoi diversi tipi di estrazione rompendo i canoni della tradizione.

Tra questi, Andrea Panizzardi, conosciuto come il Panizza, barista della Specialty Coffee Association (Sca), campione italiano di moka e aeropress, formatore, torrefattore e fondatore di Alternative Coffee Panizza di Casalnoceto (Al). Vediamo che cosa ci ha spiegato.

Gli italiani ne capiscono di caffè?

In realtà per esser precisi la domanda che abbiamo posto è Ci riteniamo la patria del caffè, ma c’è davvero questa cultura, in base alla tua esperienza?

“Noi abbiamo una cultura intesa come rituale, come tradizione, ma mentre all’estero studiano che cos’è il caffè e come migliorarlo dalla piantagione al trasporto, alla torrefazione, all’estrazione e così via, noi ci crogioliamo sul fatto di avere creato il rito del caffè, ciò che sta attorno alla tazza piuttosto che quello che ci sta dentro.

Credo sia arrivato il momento di evolversi e poi mi capita di girare tra i bar e mi sembra che si sia perso anche l’aspetto rituale che ci differenziava. Non c’è più il rito di fermarsi davanti a una tazzina e chiacchierare di calcio o di politica.

Si ingurgita al banco di corsa senza sapere che cosa stiamo bevendo, che profumo ha, ecc. Non c’è empatia con il barista o la barista, non c’è attenzione alla preparazione delle bevanda o al servizio.”

Perché gli italiani dovrebbero aprirsi a tutte le sfaccettature di questo mondo?

“Non è un obbligo ovviamente, ma in questo modo il consumatore medio potrebbe provare un’esperienza nuova e potrebbe accorgersi che un’estrazione in filtro o un espresso oggettivamente fatto bene potrebbe, per esempio, non farti mettere lo zucchero nel caffè o farti ricredere su certi aspetti.

Per esempio, c’è chi dice che tre tazze di caffè facciano male ma magari è la tostatura a essere eccessiva o la quantità oppure non si ha il controllo dell’acqua o del caffè che si sta utilizzando. Ci sono poi chicchi che sono in giro da più di 10 anni e quindi devi spingere sulla tostatura per renderli accettabili con il rischio che una tazza di quel caffè ti porterà ad avere problemi gastrointestinali”.

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Singapore Coffee Association e IEG Asia insieme per tre anni con i Campionati nazionali del caffè

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singapore
I marchi protagonisti della Singapore Coffee Association (immagine concess)

RIMINI – Nei prossimi tre anni, dal 2024 al 2026, la Singapore Coffee Association organizzerà il Singapore National Coffee Championship (SNCC) insieme agli eventi di IEG Asia Pte Ltd. Nel 2024 il campionato sarà ospitato durante Specialty Coffee & Tea Asia, che si svolgerà congiuntamente a Sigep Asia e Restaurant Asia, in seguito all’acquisizione della serie Specialty Coffee & Tea Asia da Montgomery Events Asia. Le competizioni si terranno dal 26 al 28 giugno 2024 presso il Sands Expo & Convention Centre, Singapore.

Singapore Coffee Association e IEG Asia per i Campionati nazionali

Ǫuest’anno, SNCC presenterà quattro competizioni: Singapore National Barista Championship (SNBC), Singapore National Latte art Championship (SNLAC), Singapore National Brewers Cup (SBRC) e Singapore Cup Tasters Competition (SCTC).

I vari concorsi mettono in risalto i diversi aspetti del mondo del caffè: dalla preparazione a mano del caffè, al processo di filtrazione utilizzando l’elaborata arte del caffè, passando attraverso la capacità di saper distinguere le differenze di gusto nei caffè speciali, sino ad arrivare all’arte della mixologia.

Ambientate sullo sfondo della vivace cultura del caffè di Singapore, queste prestigiose competizioni portano appassionati di caffè, professionisti ed esperti del settore su una piattaforma riconosciuta a livello internazionale in cui i professionisti possono competere, imparare e creare connessioni, mettendo in mostra le proprie capacità, creatività e la passione per il caffè. I campioni nazionali rappresenteranno quindi Singapore nel Campionato mondiale del caffè 2025.

Victor Mah, presidente della Singapore Coffee Association, ha dichiarato: “Siamo entusiasti di ospitare SNCC insieme alla prima edizione di Sigep Asia e non vediamo l’ora di celebrare la maestria dei baristi di Singapore. Spero che il Campionato ispiri una nuova ondata di creatività, innovazione e passione all’interno della nostra comunità del caffè”.

“Ǫuesta collaborazione sottolinea il nostro impegno nel migliorare l’esperienza del caffè, così come il nostro evento e questa partnership con la Singapore Coffee Association denota il nostro impegno nel curare un’esperienza straordinaria per tutta la nostra platea. Sono certa che, insieme a Sigep Asia, SNCC fungerà da catalizzatore per l’ulteriore crescita ed evoluzione dell’industria del caffè”, ha affermato Ilaria Cicero, amministratore delegato di IEG Asia, organizzatore di Sigep Asia.

Égalité apre la sua terza caffetteria boulangerie a Milano vicino all’Arco della Pace

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Égalité arco della pace
Lo store Égalité all'Arco della Pace (immagine concessa)

MILANO – Égalité prosegue il suo piano di ampliamento con l’apertura di una terza boulangerie. Dopo la sede storica in via Melzo e il negozio in Brera, inaugurato lo scorso ottobre, il brand sbarca in un altro dei luoghi simbolo di Milano: Corso Sempione 10, a pochi passi dall’Arco della Pace e da Parco Sempione, uno delle aree verdi più grandi della città punto di incontro per milanesi e turisti.

Égalité a Milano

Il negozio, situato in uno storico palazzo dei primi del ‘900, si sviluppa su uno spazio di 250 mq con 70 coperti, pensato per ospitare gli appassionati dei sapori d’Oltralpe dalla prima colazione all’aperitivo.

La boulangerie si suddivide in due aree: una pensata interamente per il take away di pane e viennoiserie con una bancone ad hoc e l’altra dedicata alla caffetteria dove gli ospiti potranno godersi un momento di pausa accompagnato da prelibatezze francesi, in un’atmosfera accogliente e informale.

Il locale si distingue per un ampio laboratorio a vista attraverso il quale i clienti potranno seguire tutte le preparazioni dei pâtissiers.

Con l’arrivo della bella stagione lo spazio si arricchirà con un ampio dehors sulla zona pedonale di Corso Sempione.

Égalité
L’interno di Égalité (immagine concessa)

Il nuovo negozio conferma il format di successo di Via Melzo e San Simpliciano, offrendo una ricchezza di prodotti freschi e fragranti della patisserie boulangère dolce e salata. Immancabile il pane, frutto di una lunga esperienza e ricerca su impasti, lievitazioni, farine e tecniche di panificazione.

Per la prima colazione spiccano i croissant, tradizionali e nella versione bicolore, il pain au chocolat e il Cruffin al caramello, serviti con spremute fresche, tè, caffè e cappuccino. A pranzo è possibile provare alcuni dei piatti più amati della tradizione d’Oltralpe come le quiches e il famoso croque-monsieur.

Per una merenda alla francese gli ospiti possono coccolarsi con una fetta di tarte Tropézienne, una tarte tatin o un éclair. Infine per un aperitivo in compagnia Égalité propone cocktail, vini e birre francesi, accompagnati da sfiziosi taglieri assortiti.

Anche questo locale mantiene l’impronta eclettica e giocosa, che contraddistingue il brand proponendo i temi fondativi della cultura popolare francese: la rivoluzione, le corti e i loro personaggi, con re, imperatori, rivoluzionari e contadini che fieramente brandiscono una baguette o un croissant.

Il negozio all’Arco della Pace rappresenta un ulteriore step di un più ampio piano di sviluppo del brand, che lo porterà nei prossimi anni a crescere con l’apertura di nuovi punti vendita.

Gli orari di Egalité

Corso Sempione 10, Milano

Martedì – Domenica: 8.00- 21.00

t: 02 – 38318769

 

Piazza San Simpliciano 7 , 20129 Milano

Martedì – Domenica: 8.00- 20.00

t: 02 – 9176 3465

 

via Melzo 22, 20129 Milano

Lunedì– Mercoledì: 8.00- 20.00

Giovedì – Domenica: 8.00 – 21.00

t: 02 – 83482318

Lindt riconosce l’Igp al gianduiotto di Torino: lo scontro del cioccolato termina

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gianduiotti pernigotti lindt
Il prodotto simbolo della Pernigotti, il gianduiotto

TORINO – Di seguito riportiamo lo statement del ceo di Lindt & Sprüngli Italia, Benedict Riccabona, in seguito all’incontro che si è svolto presso il Palazzo della Regione Piemonte con il presidente Alberto Cirio e alcune delle aziende produttrici del gianduiotto. La dichiarazione di Benedict Riccabona si inquadra sulla faccenda del tavolo di confronto sul riconoscimento del Gianduiotto Igp (ne abbiamo parlato qui). Antonio Borra, segretario del comitato del gianduiotto di Torino Igp, ha chiesto tempo fa aiuto alla città di Torino per il riconoscimento Igp del prodotto.

Tuttavia il primo gianduiotto della storia è stato sfornato da Caffarel, nel 1865, oggi proprietà di Lindt che avrebbe contestato il progetto rivendicando le origini del dolce.

È importante notare tuttavia che, come riportato da un’intervista rilasciata da Il Corriere della Sera, Benedict Riccabona, ceo di Lindt & Sprüngli Italia, non ha mai avuto intenzione di iniziare uno scontro (ne abbiamo parlato qui).

La dichiarazione del ceo di Lindt & Sprüngli Italia, Benedict Riccabona

“Siamo molto soddisfatti dell’incontro che si è svolto presso il Palazzo della Regione Piemonte alla presenza del Presidente Alberto Cirio e di alcune le aziende produttrici del gianduiotto in Piemonte, che tengo a ringraziare per l’ascolto e la condivisione delle reciproche istanze”

Riccabona aggiunge: “Confidiamo di poter presto arrivare al raggiungimento di un accordo condiviso per la valorizzazione del gianduiotto in Italia e nel mondo. Continueremo nelle prossime settimane le conversazioni con la Regione Piemonte, il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste e il Comitato promotore, sugli aspetti tecnici necessari per formalizzare il consenso emerso”.

L’azienda svizzera ha deciso perciò di non opporsi al riconoscimento chiesto dagli artigiani piemontesi ma continuerà a produrre il suo cioccolatino senza aderire al disciplinare.

Pastry Best: concluso il simposio tecnico sulla pasticceria con il tema tradizione e intelligenza artificiale

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Il team Pastry Best (immagine concessa)

VIGHIZZOLO D’ESTE (Padova) – Sono stati 36 i pasticcieri professionisti che hanno preso parte alla nuova edizione di Pastry Best, il simposio tecnico esperienziale sulla pasticceria italiana contemporanea organizzato dalla scuola di Petra Molino Quaglia, che si è tenuto il 19 e il 20 febbraio nell’antico molino della famiglia Quaglia (Vighizzolo D’Este – PD).

Tra questi, Pina Toscani di Grigoris LaBakery (Mestre – VE) si è contraddistinta vincendo il premio Pastry Best. Sono stati due giorni dedicati ai pasticcieri professionisti, pensati con un format esclusivo di lavoro a squadre che ha stimolato il dibattito tra i partecipanti creando opportunità concrete di crescita professionale, sia sul piano tecnico, sia su quello del marketing.

Pina Toscani vince il premio Pastry Best (immagine concessa)

Il titolo di questa settima edizione è stato “Tradizione e intelligenza artificiale”, in quanto ha analizzato come l’intelligenza artificiale stia entrando velocemente nelle attività di pasticceria e in quelle della ristorazione.

“L’intelligenza artificiale è uno strumento che viene utilizzato quotidianamente in tanti lavori – ha dichiarato in apertura del simposio Piero Gabrieli, direttore marketing di Petra Molino Quaglia – in questo scenario, la competenza del pasticciere o del professionista si rivela ancora più importante, in quanto il rischio è quello di essere guidati da un mezzo dotato di intelligenza, ma che manca di sensibilità emotiva e di esperienza. Tuttavia, le attività di comunicazione delle aziende – social, video, eventi – sono fondamentali, poiché senza materiali da “dare in pasto” alla rete si rischia di scomparire”.

Intelligenza artificiale e intelligenza emotiva sono gli aspetti contrapposti della macchina rispetto all’uomo: A Pastry Best 2024 il dibattito si è sviluppato intorno a questo dualismo, prendendo come spunto gli effetti dell’intelligenza artificiale nel processo di modifica e ri-bilanciamento di una ricetta di pasticceria, per vivere l’esperienza della collaborazione del pasticciere con un software “intelligente”.

Pastry Best ha compreso sia attività di natura tecnica, con quattro laboratori – tenuti da Corrado Assenza (patron Caffè Sicilia a Noto – SR), Davide Ferrante (pasticciere sviluppo nuove ricette di pasticceria in Università della Farina), Luca Giannino (tecnologo alimentare e ricerca su impasti in Università della Farina) con Andrea Rundo e Fabrizio Mancinetti (esperti in impasti di prodotti salati in Università della Farina), Piergiorgio Parini – in cui i professionisti hanno lavorato in gruppo, sia laboratori legati al marketing e alla gestione economica dell’azienda.

Il simposio ha avuto come fil rouge il passaggio generazionale nella pasticceria italiana, con un’agenda ricca di spunti e che ha toccato argomenti tra cui: tecniche di produzione economicamente sostenibili, attenzione alla filiera degli ingredienti di base, apertura alla cucina e al mondo dei vegetali, il rapporto tra tradizione e intelligenza artificiale, lettura dei nuovi comportamenti di acquisto dei consumatori finali, tecniche di comunicazione social per la promozione della propria pasticceria, tecniche utili ad affrontare i cambiamenti indotti da alta inflazione, e tanto altro ancora.

A intervenire, relatori d’eccellenza come Alessio Cannata e Giulia Salis (Linkiesta Gastronomika), Tommaso Venturini (sommelier e patron di Stilla a Colognola ai Colli – VR) e Piero Gabrieli (Direttore Marketing Petra Molino Quaglia).

Ad aprire il simposio, Alberto Magrì, il giovane Pastry Chef livornese che su Instagram vanta oltre 3 milioni di follower: ha raccontato la sua storia, spiegando com’è riuscito a diventare uno dei pasticcieri più seguiti al mondo sui social network, e come il suo stile di comunicazione sia in totale controtendenza con gli standard del settore.

“Il simposio intende far lavorare le persone insieme, proprio come avviene all’interno delle realtà aziendali – ha affermato Chiara Quaglia, amministratore delegato di Petra Molino Quaglia – Coinvolgere, assecondare e rendere partecipi tutti coloro che lavorano all’interno dell’unità produttiva, oltre ad allenare a fare squadra con chi non si conosce, è estremamente importante”.

Al pasticciere che ha dimostrato la maggiore propensione a esercitare la propria intelligenza emotiva nel corso dei laboratori tecnici è stato infine assegnato il premio Pastry Best: un riconoscimento pensato per la nuova generazione della pasticceria italiana, votato non solo dai quattro relatori tecnici, ma anche da tutti gli altri partecipanti. A contraddistinguersi ottenendo il premio è stata Pina Toscani di Grigoris LaBakery (Mestre – VE).

Diventato punto di riferimento per il settore, ogni edizione del simposio si pone l’obiettivo di trasmettere una visione d’insieme della pasticceria con particolare attenzione alle tendenze in atto nei mercati di riferimento.

Parigi: ecco il nuovo tempio del caffè di Anbassa in un edificio Art Déco

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La torre Eiffel di Parigi (immagine: Pixabay)

A Parigi lo studio Oar ha restaurato uno spazio anni ’30 dedicandolo alla promozione della cultura del caffè per l’azienda Anbassa, tra vecchie cupole in vetrocemento, nuove gestualità minime e rispetto per la preesistenza. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo di Chiara Testoni per il portale domus.

La boutique Anbassa a Parigi

PARIGI – A Pantin, Parigi, lo studio italo-messicano Oar/Office Abrami Rojas ha realizzato una boutique-laboratorio per Anbassa, l’azienda importatrice di caffè di alta qualità che da anni opera per promuovere la cultura di questa bevanda “rituale” in tutte le sue fasi, dal trasporto dei chicchi nei sacchi di juta alla degustazione, attraverso processi codificati e tracciabili.

L’intervento riguarda la ristrutturazione di un edificio Art Déco del 1935 progettato dall’architetto René Tanalias nella capitale francese e incastonato nel tessuto urbano.

Una successione fluida di spazi a doppia altezza articola le tre aree funzionali (il laboratorio di tostatura racchiuso da pareti vetrate, lo spazio di vendita e quello di degustazione), visivamente e fruitivamente interconnesse in modo da rimarcare la politica di trasparenza dell’azienda.

In corrispondenza di ciascun locale, una sequenza di scenografiche cupole in cemento armato e vetro – a impianto ellittico, quadrato e circolare – precedentemente schermate da pannelli isolanti e riportate alla vista dallo studio, esalta il carattere aulico dello spazio, quasi un tempio del caffè irradiato da una generosa luce zenitale.

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Bere caffè anche nel fine settimana per evitare il mal di testa

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Una classica tazzina di espresso (immagine: Pixabay)

Lo sanno in moltissimi. Molto spesso l’emicrania si acuisce nel weekend per i cambi di ritmo che riducono il livello di cortisolo e provocano un cosiddettoo effetto di rimbalzo: ciò può dipendere dal fatto che nei giorni di riposo si consumino meno caffè, bevanda che protegge dal sintomo. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo pubblicato sul portale Io Donna.

Il caffè come antidoto al mal di testa

MILANO – Cefalea o emicrania, il weekend è una strettoia per chi soffre di mal di testa. Nel caso della prima patologia, il rischio è svegliarsi con un cerchio alla testa che non se ne va e una sensazione di stordimento.

Più impegnativa l’emicrania: “Il dolore al capo è fortissimo in questo caso, a volte pulsante, e invalidante, tanto da mandare a monte i piani della giornata e può manifestarsi con nausea, vomito, fastidio agli odori, suoni e luce” spiega Paolo Calabresi, direttore dell’unità operativa complessa di neurologia dell’Ospedale Gemelli di Roma.

In entrambi i casi, all’origine ci può stare il brusco cambio di ritmo, spiega Calabresi, “che riduce il livello di cortisolo e provoca un effetto rimbalzo” in chi accumula stress da lavoro durante la settimana e poi stacca la spina.

Ma di testa: le concause sono a volte inaspettate

Dice Calabresi: “Per esempio, il mal di testa può dipendere dal fatto che nel weekend si bevano meno caffè e quindi si assuma meno caffeina, che protegge dal sintomo; si mangino cibi più speziati e salati, e si bevano più alcolici; che si vada a dormire molto più tardi e si riposi meno ore” dice il neurologo.

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