NERVESA DELLA BATTAGLIA (Treviso) – Non c’è Pasqua senza tradizione. E quando una tradizione, fatta di sapori e profumi inconfondibili, incontra un gusto estetico colorato e accattivante, il risultato non può che essere vincente. Non mancherà la prestigiosa firma dell’aziendaHausbrandt in occasione del periodo pasquale 2024, grazie al ritorno nelle tavole della regina tra le dolci prelibatezze primaverili: Colomba Delice.
Il catalogo di Hausbrandt per Pasqua
Dolcezza e morbidezza si fonderanno in un grande classico della pasticceria del Bel Paese: un dolce ricco di storia, reso unico da Hausbrandt grazie alla paziente creazione di un impasto soffice e profumato, lievitato in modo naturale e a lungo, impreziosito da scorzette di arancia candita e da polvere di baccelli di vaniglia del Madagascar.
Materie prime selezionate e lavorate con attenzione e cura: ogni fetta di Colomba Delice è una poesia per il palato e celebra la tradizione con la sua avvolgente dolcezza e ineguagliabile morbidezza. La leggerezza della pasta morbida all’interno in contrasto con la friabile glassa esterna di mandorle e nocciole è un’esperienza sensoriale, un trionfo di sapori ed emozioni.
Piacevole al gusto e all’olfatto, Colomba Delice sorprende anche alla vista grazie ad un incarto raffinato, che rappresenta a pieno tutte le bellezze della primavera. Il packaging di Colomba Delice 2024 si trasforma in un fiorito e romantico dipinto primaverile, dove l’incarto avvolge il dolce come un delicato abbraccio in un trionfo di colori e sfumature. Il fiocco in doppio raso dona un tocco di colore e moderna raffinatezza.
Hausbrandt accoglie l’arrivo della bella stagione abbracciando la tradizione, con uno sguardo sempre rivolto all’eleganza. Ingredienti selezionati con attenzione e lavorati da mano esperta rendono Colomba Delice il dolce ideale per la Pasqua 2024: ogni fetta è gioia per il palato.
Mattia Virdis, il vincitore della competizione (foto: Federico Colautti)
TAVAGNACCO (Udine) – Il Gran Premio di caffetteria Oro Caffè Talent 2024, concorso dedicato a tutti i baristi clienti della storica torrefazione udinese Oro Caffè, che conta oltre 2.000 insegne solo in Triveneto, ha il suo vincitore: si chiama Mattia Virdis titolare del bar Gach Caffè di Tricesimo (Udine).
La fase preliminare del concorso, iniziata a ottobre 2023, ha raccolto oltre 50 locali candidati alla gara. In seguito, si è passati alla fase di analisi dei bar e delle caffetterie partecipanti.
Mattia Virdis trionfa all’Oro Caffè Talent 2024
Durante questo periodo di valutazione, quattro giudici e maestri di caffetteria hanno girato tutti i locali partecipanti al concorso, entrando in incognito per valutare la bravura dei baristi nell’arte dell’espresso e l’attenzione del servizio ai clienti, al fine di compilare una dettagliata scheda di valutazione e decretare così la classifica dei locali in gara.
“Siamo molto soddisfatti di aver creato un concorso dedicato all’arte della caffetteria – afferma Elisa Toppano, marketing manager Oro Caffè – quest’anno, siamo giunti alla 2° edizione e siamo sempre più consapevoli del fatto che sia un argomento che desti davvero molto interesse nel settore del food & beverage. Il nostro intento è creare occasioni concrete per migliorare la qualità del prodotto nelle caffetterie del nostro territorio, coinvolgendo i baristi che ogni giorno ci scelgono. La ricerca di obiettivi sempre più ambiziosi non potrà che migliorare la cultura del caffè espresso, eccellenza tutta italiana”.
La giuria del concorso composta dall’esperto Paolo Zucca, Nereo Ballestriero titolare della “Pasticceria Torinese” di Palmanova e dal presidente di giuria Andrea Lattuada (foto: Federico Colautti)
I primi 8 classificati si sono sfidati nel finale di gara, martedì 27 febbraio, durante un grande evento presso la sede centrale di Oro Caffè a Tavagnacco, al cospetto di un centinaio di persone tra partner della torrefazione, esperti del settore, giornalisti e sostenitori dei finalisti in gara.
La giuria della finale del concorso, composta dall’esperto Paolo Zucca, Nereo Ballestriero titolare della “Pasticceria Torinese” di Palmanova e dal presidente di giuria Andrea Lattuada, giudice internazionale Sca di gare di caffetteria, ha potuto valutare nel dettaglio le competenze specifiche e l’estro fantasioso applicato alla caffetteria degli 8 finalisti in gara.
In un alternarsi di sfide a colpi di espresso, cappuccini decorati con Latte Art e cocktail a base di caffè, ad avere la meglio e ad aggiudicarsi il titolo di Campione del Triveneto di Caffetteria Oro Caffè 2024 è stato Mattia Virdis titolare del GACH Caffè di Tricesimo, che ha vinto 50 kg di caffè Oro Caffè per il suo locale ed un corso di caffetteria e Latte Art in una prestigiosa scuola di Milano.
I finalisti (foto: Federico Colautti)
Secondo classificato Tommaso Sivieri del BLU di Spilimbergo e 3° classificata Alessia Marcuzzi de Le Corti di San Daniele Del Friuli.
Gli altri finalisti erano: Al Marinaio (Marano Lagunare), Alle Crosere (Feletto), Baita Chiosco al Mare (Jesolo), Bar Sport (Marano Lagunare) e Al Tempietto (Udine). Ad arricchire l’evento una esclusiva collezione di moka e macchine da caffè d’epoca, curata da Lucio Del Piccolo appassionato e storico collezionista friulano.
La famiglia Toppano (foto: Federico Colautti)
La scheda sintetica di Oro Caffè
Oro Caffè grazie allo spirito imprenditoriale di Stefano Toppano e Chiara De Nipoti nasce nel 1987 come azienda specializzata nella selezione, tostatura e miscelatura dei migliori caffè.
Oggi l’azienda è guidata dalla famiglia al completo grazie all’ingresso della seconda generazione: Elisa Marketing Manager e Ketty Direttrice Operativa e Canada country Manager.
Situata a Tavagnacco (Udine) Oro Caffè utilizza le più pregiate qualità di caffè al mondo per una produzione giornaliera che arriva a 6 mila kg di caffè in grani, che si può gustare in circa duemila locali in Italia, ed è inoltre produttore di un sistema chiuso di capsule per caffè espresso. Dal 1989 presente sul mercato estero, conta oggi distributori in 42 Paesi, con una filiale propria a Toronto in Canada.
Dal 2009 nella “Scuola Oro Caffè”, si offre una formazione completa ed approfondita riguardo cultura e tecniche di preparazione del caffè, attraverso corsi di caffetteria e di Latte art.
Dal 2013 sposando per prima in Europa il progetto “Beyond Fair Trade”, Oro Caffè inizia ad integrare nelle sue pregiate miscele il caffè thailandese Doi Chaang. Dal 2014 Oro Caffè è socio fondatore del “Consorzio di tutela del caffè espresso Italiano tradizionale”. Da marzo 2015 Oro Caffè apre la catena di caffetterie Adoro Caffè, un progetto nato con l’obiettivo di diffondere la cultura dell’espresso e della caffetteria italiana. Nel 2019 apre la prima filiale tedesca Oro Caffè GMBH. Nel 2023 nasce il gran Premio di caffetteria Oro Caffè Talent.
Nei libri di medicina e botanica, già cinque secoli fa si parlava di un ingrediente miracoloso, ideale per l’igiene e contro gli odori forti: il caffè. Nel Medioevo gli arabi lo usavano per controllare gli odori sgradevoli del sudore e l’odore della calce viva usata nei bagni per rimuovere i peli. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo di Luisa Mosello pubblicato sul quotidiano La Repubblica.
Il caffè come sapone: la scoperta
MILANO – Non solo una tazzina da sorseggiare ma anche una sorta di bacinella in cui lavarsi le mani. Non con l’acqua ma con il caffé. Una bufala? Una notizia fake? Uno scherzo? Nulla di tutto questo. Potrebbe essere assolutamente autentica la teoria secondo la quale la bevanda fumante protagonista di un vero e proprio rituale quotidiano, al bar come a casa, da soli e in compagnia, prima di essere bevuta era usata come “sapone” alimentare.
Come evidenzia AtlasObscura, la rivista online statunitense che raccoglie storie e foto di luoghi da scoprire, questo misterioso ingrediente veniva spesso trovato nei libri arabi di medicina e botanica d’epoca medioevale: Jeanette Fregulia, nel suo libro “A Rich and Tantalizing Brew: A History of How Coffee Connected the World” – 2019 (“Una miscela ricca e allettante: una storia di come il caffè ha connesso il mondo”) cita alcune scoperte archeologiche di un team franco-americano che stabiliscono ‘un’antica origine botanica’ del caffè Arabica nell’Etiopia sudoccidentale”.
Da qui l’intuizione: “Circa cinque secoli prima della popolarità del caffè come bevanda calda, un ingrediente misterioso cominciò ad apparire nei libri arabi di medicina e botanica. Le descrizioni di questo ingrediente erano molto simili al nostro caffè. Tuttavia, invece di bunn, veniva chiamato bunk, e anziché berlo, questo ingrediente veniva utilizzato principalmente per pulire e rinfrescare le mani”.
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TEMPO PAUSANIA (Sassari) – Fabio Depperu, agronomo di Tempio Pausania, presenta il suo ambizioso disegno: la creazione del distillato di acquavite di ghiande, proveniente da un frutto povero, ma che ha l’ambizione di affermarsi nell’Olimpo dei grandi spiriti autoctoni. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo pubblicata su La Repubblica.
L’acquavite di ghiande di Fabio Depperu
L’acquavite di ghiande è un prodotto che non esisteva ed ora c’è. Un distillato di bosco, l’istantanea di una stagione particolare, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, il momento del raccolto che precede un lungo inverno.
Tempio Pausaniaè una delle tante località in Sardegna che hanno improntato parte della loro economia sul sughero. La storia della viticoltura, però, qui si intreccia con una vicenda più antica che riguarda il bosco e il suo utilizzo. Una storia che ci riporta all’Alto Medioevo quando la quercia era un albero del pane alla pari del castagno.
In Ogliastra si mangiava addirittura una focaccia a base di ghiande, cenere e argilla di cui rimangono tracce in un dolce che tuttora si gusta a Urzulei. Fino agli anni Quaranta le ghiande finivano nella tazzina, al posto del caffè: la cosiddetta “ciofeca”, che per il suo spiccato amaro è diventata sinonimo di schifezza.
Guerra e povertàche lasciano l’amaro in bocca, in tutti i sensi, condannano così la ghianda a cibo per i porci e all’oblio della tavola. Se non fosse per un agronomo, Fabio Depperu, che ha immaginato per le ghiande un futuro nella grande ristorazione, al pari dei prodotti più rari e preziosi del mondo.
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Un passeggero infastidito per l’odore che proveniva dal suo vicino in aereo ha scritto all’hostess un biglietto, chiedendole del caffè macinato in tazza. Qualcuno si chiedeva il motivo dietro la richiesta e qualcuno ha confermato: “I fondi di caffè in tazzina tolgono l’odore”. Leggiamo di seguito la prima parte dell’articolo pubblicato sul Corriere Adriatico.
La richiesta del passeggero
MILANO – “L’alito del mio vicino mi sta uccidendo”. Questo il messaggio che un hostess si è visto recapitare in aereo da un passeggero infastidito per l’odore proveniente dalla persona seduta vicina in aereo.
Un membro dell’equipaggio di cabina ha condiviso il post su Twitter, scrivendo: “Gli odori che senti sugli aerei sono pazzeschi. Non dimenticherò mai questo biglietto che un uomo mi ha consegnato”.
Sul tovagliolo, il passeggero aveva scarabocchiato disperatamente: “Potrei avere del caffè macinato in una tazza?”.
Qualcuno si chiedeva perché avesse chiesto il caffè in tazzina, e qualcuno ha confermato: “I fondi di caffè in tazzina tolgono l’odore”. La gente ha risposto al tweet, descrivendo l’uomo come “educato”, nonostante avesse un disperato bisogno di aiuto.
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Quando si parla di questo particolare ingrediente, ci si riferisce al comune cacao alcalinizzato, che attraverso un trattamento a base di carbonato di potassio perde la sua acidità, acquisendo un colore bruno-rossastro e un sapore dolce, ideale nella cioccolato calda. Leggiamo di seguito la sua storia grazie all’articolo di Federica Palladini per il portale Cookist che è possibile leggere cliccando qui.
La storia del cacao rosso olandese
MILANO – Il cacao rosso olandese è un cacao in polvere che compare nel 1828, quando il produttore di cioccolato e chimico Coenraad Johannes van Houten introdusse degli agenti alcalinizzanti nella lavorazione della fava di cacao, togliendo acidità e conferendo al pH un valore neutro.
L’obiettivo era quello di rendere il cacao più solubile in acqua, facendolo diventare un prodotto altamente competitivo proprio come lo era il caffè.
Inoltre, con questo processo, il cacao acquista un colore bruno scuro, con riflessi quasi rossi e un gusto rotondo, molto piacevole.
Il dutch process cocoa è diventato nel corso del tempo un prodotto comune, facilmente reperibile, che viaggia in parallelo con il cacao naturale, il quale si distingue per avere un sapore più amaro e un colore marroncino chiaro.
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Simone Giordano, uno dei fondatori di The House of coffee, prima scuola formativa per baristi di Itri (Latina), torna a parlare su queste pagine stavolta per raccontare un nuovo progetto, che vede uniti il mondo della pasticceria e quello dello specialty, a Roma: insieme allo store manager di Dolcemascolo, abbiamo provato ad esplorare questo connubio che valorizza entrambe le realtà.
Entriamo in un’azienda nata più di 30 anni fa dall’impegno di Massimo e Graziella in un laboratorio con la vendita fuori al pubblico, che poi è continuata nelle mani dei figli Matteo – pasticcere responsabile della produzione – e Simone – che si occupa dell’aspetto gestionale -.”
Dolcemascolo ha fatto una scelta insolita e a Roma: come mai avete deciso di spingere sullo specialty in una pasticceria?
Simone Giordano (foto concessa)
“La nostra collaborazione è iniziata nel 2019, quando ho fatto da formatore nel loro locale a Frosinone nel momento in cui hanno voluto evolversi per quanto riguarda la parte della caffetteria per portarla allo stesso livello della loro pasticceria, premiata sul Gambero Rosso.
Hanno avuto il desiderio di trasformarsi, intraprendendo un percorso di formazione per le ragazze che ci ha portati nel settembre del 2019 ad entrare nella Guida “Bar d’ Italia“ del Gambero Rosso con tre tazze e due chicchi.
Dopo tre anni prima da consulente esterno e poi da interno, abbiamo iniziato a sviluppare una pasticceria Dolcemascolo specialty a Roma.”
Perché specialty e perché a Roma?
“Collaboriamo con l’azienda Diemme Caffè di Padova con cui abbiamo pensato un blend naturalmente Dolce di specialty a tre origini (Brasile, Etiopia, Nicaragua) con dei sentori principali di frutta rossa, pan tostato, nocciola e un after taste di gianduia.
E questa è soltanto la prima delle sei ricette ideate: studiando diversi parametri, abbiamo deciso che l’espressione migliore in tazza per avvicinare le persone allo specialty è stata quella più dolce. Il riscontro fin qui è stato ottimo, livello di caffetteria e pasticceria.
Non ci siamo fermati qui: abbiamo degli specialty monorigine per espresso e per filtro, che facciamo ruotare, essendo lotti limitati. Al momento abbiamo Guatemala, un Brasile e un Rwanda. Arriverà presto un Kenya.
L’obiettivo è di poter avere all’interno di un locale, un naturale, un lavato, un semi lavato o un fermentato per giostrarsi dalla tazza più standard a quella più particolare.
Naturalmente ogni tazza che viene estratta viene spiegata, dagli specialty al blend di linea.”
È stato più difficile convincere i gestori a investire sugli specialty, o comunicarli ai clienti?
“Dolcemascolo mi ha cercato perché l’azienda stessa si basa sulla consapevolezza, sullo studio e ricerca: nel 2018 si sono accorti che la loro caffetteria base non rispecchiava la loro linea e così hanno deciso di partire con la nostra collaborazione. Essendo abituato a confrontarmi con realtà in cui è più difficile comunicare con i gestori, per me trovarmi a contatto con persone come quelle di Dolcemascolo è stata una bella novità.
Quindi direi che, almeno su Frosinone, è stato più complicato parlare con i clienti, mentre a Roma è stato più semplice perché entrano persone curiose.”
Pasticceria e caffetteria: come collaborano?
“Tutto viene studiato in base all’abbinamento tra food e coffee e ciò che estraiamo è in funzione dei prodotti che abbiamo deciso di offrire. Dalla cheesecake mignon alle torte da forno, corrisponde ad un accostamento: ad esempio la crostata visciole va insieme ad un Rwanda o un Kenya, per giocare più con le acidità.
Abbiamo un menù che racconta chi siamo. Proponiamo anche degli infusi: abbiamo una linea nata in collaborazione con Ferri, per la quale abbiamo strutturato lo stesso discorso avviato con il caffè.”
La pasticceria aiuta a spingere lo specialty e le estrazioni alternative?
Il cappuccino con latte art di Dolcemascolo (foto concessa)
“Secondo me sì. La pasticceria, se di alto livello, spesso non corrisponde ad un’alta caffetteria. Invece farle procedere insieme ti permette di presentare il caffè come bevanda, fa capire la nobiltà della tazza. Questo permette di spingere molto il filtro, in una degustazione diversa ed un’esperienza completa.
Riusciamo a proporre anche la pasticceria salata con il caffè e, principalmente, con il vino, competenza di Felice Giudice Area Manager nello store di Roma, con una selezione di vini non convenzionali che ci permette di giostrarci sino all’apericena. Nel menù Dolcemascolo ci sono drink classici, tra cui abbiamo inserito signature a base caffè che considerati insoliti, ancora devono prendere piede.
Anche il double shot sta andando bene: con lo specialty abbiamo deciso di estrarre solo in questo modo, naturalmente sempre spiegando al cliente che parliamo di caffè con contenuti di caffeina inferiori rispetto alla classica miscela, e che così facendo si valorizza la materia prima e i suoi flavor.
Dalla diffidenza iniziale, per tanti è diventata una necessità: abbiamo delle persone che vengono da noi per bersi il double shot di espresso.”
Si aspettava questo successo?
“Da trainer e libero professionista che solitamente deve convincere le persone a fatica, oggi mi ritrovo ad avere a che fare con una piazza diversa. Sono cambiati i tempi, le persone sembrano più consapevoli di cosa sia lo specialty.
È vero che a Roma ci sono già stati dei pionieri che hanno aperto e consolidato la via e per questo la zona sicuramente è più recettiva e più libera dalle tradizioni. Quindi la comunicazione risulta un po’ più semplice.”
Il prezzo resta un ostacolo?
L’espresso da Dolcemascolo (foto concessa)
“Per la miscela base siamo a un euro e trenta, mentre lo specialty parte da una proposta di batch brew a 3.50 a tazza e lo specialty doppio espresso va dai 4 euro in su, mentre il filtro dai 4.50. Dipende poi dal caffè in mescita.
Chi beve specialty non accusa il problema. L’euro e trenta per il caffè può aver lasciato qualcuno perplesso – anche se in teoria dovrebbe esser servita a 1.50 – ma la maggior parte è tornata dopo aver assaggiato. Questo innanzitutto perché riusciamo a fare un lavoro importante di comunicazione su tutti i prodotti, anche sui nostri lievitati vegetali.
Quando c’è la qualità e la si fa comprendere, il valore economico è giustificato. Ho insegnato anche ai ragazzi a trovare il modo e il tempo di raccontare i prodotti ai clienti.
Ci sono delle tempistiche da rispettare, anche mentre si lavora. Una cosa che aiuta molto e che abbiamo voluto, è un numero di tavoli limitati, perché il locale non è grandissimo e questo spinge di più il servizio al banco che a sua volta permette di stare a contatto più stretto con il cliente.
Ci sono delle informazioni flash che diamo in modo da educare il cliente finale senza diventare pesanti.
Il cliente curioso poi chiede, e allora si può aprire il dialogo più approfondito.”
Quanti siete da Dolcemascolo?
“Al momento siamo sette in totale per il servizio, distribuiti su due turni. Non abbiamo avuto problemi nel reperirli: l’azienda era conosciuta e chi ci ha cercato ha trovato una realtà pronta e strutturata basandosi sulla formazione.
La selezione è stata fatta scegliendo di non prendere persone specializzate né in pasticceria né in caffetteria, fatta eccezione per la responsabile in macchina, con un focus su profili già inseriti nella sala. Li abbiamo poi portati con noi in due viaggi, letteralmente, per visitare le aziende ciociare importanti e toccare con mano i nostri prodotti agroalimentari.
Siamo andati poi a Padova per scoprire il verde da Diemme e conoscere gli altri partner principali, come burro Brazzale e l’azienda vinicola Adami. Una settimana on the road all’insegna della formazione.
Dolcemascolo sta anche rivoluzionando il sistema di lavoro, lasciando più spazio ai collaboratori. Abbiamo pensato di tutelare la sanità mentale dei dipendenti e per questo abbiamo studiato un sistema di turni per il quale riesco a dare tempo libero senza che questo significhi aggiungere costi all’azienda. Questo però necessita di un cambio tra le persone.
Dovevamo cercare un modo per andare incontro a costi aziendali e gestione del personale.
Un sistema del genere aiuta a far maturare una sintonia nel team per cui si va avanti tutti insieme, oppure si perde tutti singolarmente.
È un sistema che si regge su meccanismi ben oliati: ciascuno è interscambiabile, perché sono formati tutti allo stesso modo, a partire dalla caffetteria sino alla parte dei drink. Questo permette di poter creare una dinamica che funziona per tutti.”
Che attrezzature avete scelto per il Dolcemascolo di Roma?
“Come macchina espresso abbiamo voluto una KB90 La Marzocco per vari motivi: sono un amante di questo brand e ho scelto questo determinato modello perché risolve alcune problematiche per l’operatore.
L’ingresso dritto piuttosto che uno vecchio stile, assieme alla possibilità di intercambiare temperature senza attendere troppo, permette di inserire tutti i profili personalizzati per ciascuno specialty. Roberta Altobelli, responsabile della caffetteria, ha creato un ricettario di estrazione per tutti i caffè che trattiamo, in espresso e in filtro, e che tutti devono seguire alla lettera.
Per il filtro abbiamo la Mokkamaster per il primo mattino per andare incontro ai ritmi frenetici della mattina in cui estradato un blend “Lungo” sempre casa Diemme. Poi per il manuale, abbiamo V60, aeropress, chemex, cold drip, che funzionano più nel primo pomeriggio verso l’ora del tè.
Qualcuno riusciamo a farlo anche nel post pranzo. La mia più grossa soddisfazione è stato vendere un filtro Kenya ad un ragazzo che mangiava fagiolini bio al pomodoro a pranzo. Si è fidato.
Abbiamo poi 4 macinacaffè: Malkhoenig per il blend di linea, Fiorenzato per specialty e deca e per il filtro.”
Come vede Dolcemascolo nel futuro?
“Per la caffetteria vedo una sinergia totale tra baristi, pasticceri e sommelier. Sogno un mondo in cui ogni professionista collabori, dando spazio alle attitudini di ciascuno attorno al discorso di qualità e valore a 360 gradi per la materia prima e per i collaboratori. Niente è stato e sarà lasciato al caso.”
Daniele Dell’Orco è un antropologo culturale e ricercatore, specializzato nel settore alimentare con l’obiettivo di preservare e valorizzare la biodiversità agricola e selvatica. Nel 2013 fonda il laboratorio di Cacao Crudo, la prima azienda in Italia a produrre cioccolato crudo, situato poco lontano da Roma, a Palestrina. La sfida di Daniele Dell’Orco è ambiziosa: produrre un cioccolato che sia allo stesso tempo salutare e gourmet.
Il metodo produttivo dell’azienda prevede l’uso esclusivo del pregiato cacao Criollo dall’Amazzonia Peruviana.
Leggiamo di seguito come è nata l’idea di questo nuovo metodo di intendere il cioccolato e le considerazioni del fondatore della realtà.
Cacao Crudo è la prima azienda in Italia a produrre cioccolato crudo. Cosa l’ha portata a questa scelta?
“La voglia di portare innovazione. Ho conosciuto questo prodotto in California nel 2005 nell’ambito del panorama crudista, in seguito, l’ho approfondito in Inghilterra e in Olanda, luoghi in cui esistevano già aziende che facevano qualcosa di simile.
Abbiamo deciso di portare la stessa idea in Italia dato che nessuno lo aveva ancora fatto e abbiamo creato qualcosa di completamente differente anche dai modelli esteri. Produciamo il cioccolato utilizzando meno ingredienti ma di altissima qualità”.
Su quali parametri si definisce il cioccolato crudo? Quali sono le principali differenze con quello tostato?
“Molto spesso le aziende che producono cioccolato crudo lo intendono semplicemente come un prodotto composto da fave di cacao poco tostate o non tostate. Noi oltre a non tostare, lavoriamo con uno standard di processo che parte dal post-raccolta e che ha come obbiettivo quello di processare sempre le fave sotto i 45 gradi centigradi.
Ciò significa che facciamo una fermentazione controllata delle fave di cacao e più corta rispetto a quella tradizionale impiegando massimo tre giorni, poiché più si va avanti con il tempo e più aumentano le temperature e si superano i 45 gradi. C’è di più: non essicchiamo le fave di cacao al sole per non comprometterne gli aromi ma utilizziamo zone coperte ed essiccatori. In seguito, non tostiamo le fave di cacao ma le maciniamo essiccate. Garantiamo sempre massima igienizzazione delle fave e quindi sicurezza.
Dopodiché, quando abbiamo la ricetta del cacao, non effettuiamo il concaggio, ovvero la raffinazione del prodotto per diversi giorni che avviene intorno ai 65-70 gradi. Il concaggio viene fatto per smorzare il cacao dalle qualità organolettiche più appuntite e affilate come l’acidità. Noi vogliamo valorizzare questa acidità, insieme a tutte le note fruttate e floreali”.
Lavoriamo con una genetica monorigine molto pregiata peruviana con un’altissima percentuale di genetica Criollo. Essendo un cacao estremamente pregiato, morbido e tondo, noi abbiamo meno necessità di fare il concaggio.
Tramite una filiera controllata scegliamo ingredienti di alta qualità all’origine ed anche per questo non abbiamo bisogno di aggiungere troppi zuccheri e fare tostature per esaltare o correggere i sapori. Noi non tostiamo neanche le mandorle e le nocciole poiché scegliamo varietà eccellenti che hanno un loro aroma già al naturale. È anche una questione di risveglio della capacità dei palati di percepire note più sottile e molto interessanti.
Certo, il processo produttivo ne risente molto in termini di tempi di produzione che sono decisamente più lunghi. Ciò influisce chiaramente sul prezzo di produzione ma la nostra filosofia rimane sempre: meno ma di alta qualità”.
Quali sono le caratteristiche che rendono il cacao Criollo dall’Amazzonia Peruviana così pregiato? Perché la scelta di questo cacao per i vostri prodotti?
“Il Criollo è una genetica e ci sono diverse sottovarietà. Quello che utilizziamo noi è naturalmente fruttato e floreale. Lo utilizziamo innanzitutto perché abbiamo trovato una cooperativa di produttori con la quale abbiamo stipulato un accordo. Il Perù è il paese più ricco al mondo in termini di biodiversità del cacao, infatti qui si trova circa il 60% della biodiversità del cacao mondiale.
Il Criollo un cacao che spesso viene coltivato da popolazioni indigene all’interno della foresta Amazzonica. Quello da noi utilizzato, viene prodotto con un sistema agricolo molto diffuso in Sud America chiamato “La Chakra”: un sistema di agricoltura silvestre che si effettua quindi dentro la foresta.
Il processo consiste nell’evitare al massimo il taglio delle piante originarie, soprattutto gli alti fusti e rimpiazzarle con mono-coltivazioni come, ad esempio, avocado, mango o banano, bensì nel ‘pulirla’ un minimo e piantare sotto alla foresta originaria coltivazioni di cacao e di caffè, le quali spesso crescono molto meglio con l’ombra, l’umidita e la biodiversità tipiche dell’Amazzonia originaria.
In questo modo si evita ogni forma di deforestazione. Il Criollo è un cacao primordiale: una delle prime genetiche selezionate e coltivate dall’uomo. Purtroppo è poco coltivato poiché non particolarmente produttivo anche a livello di struttura dell’albero della produzione: i rami si spezzano facilmente e fruttifica di meno rispetto ad altre coltivazioni.
Il cacao è una pianta originaria del Sud America ma la maggior parte è coltivata in Africa. In questo continente viene piantato prevalentemente una genetica dal nome CCN-51, estremamente più produttiva del Criollo ma senza il suo sapore speciale e non si tratta di un cacao premium. Perciò si tratta del cacao più utilizzato a livello industriale”.
Quali procedure avete adottato per rendere i vostri prodotti più sostenibili da un punto di vista sociale e ambientale?
“Il cacao che utilizziamo è coltivato e gestito da una comunità. Il cacao è certificato Fairtrade ma non il nostro prodotto finale poiché ci affidiamo ad uno storytelling dettagliato ed utilizziamo un nostro logo che rappresenta una maglia di catena spezzata che sta ad indicare che non c’è schiavitù dietro quel prodotto.
Per quanto riguardo il cacao, abbiamo un accordo con una cooperativa che lavora insieme alla comunità locale. Vado spesso in viaggio lì in quanto titolare dell’azienda.
Non utilizziamo intermediari per interagire con le comunità produttrici. L’unico middle man è la cooperativa che garantisce un prezzo equo ai produttori.
Abbiamo dei referenti che sono presenti in quella comunità a verificare sia la coltivazione che l’aspetto sociale ed economico dietro il prodotto”.
Come è possibile valorizzare la filiera del cioccolato in Italia?
“Creando prodotti innovativi, essendo coraggiosi ed uscire dalle logiche dei gusti che piacciono ai più. Noi abbiamo valorizzato la nostra offerta grazie ad una lavorazione del cioccolato che riconosce l’altissimo valore nutrizionale del cacao. Non a caso è soprannominato “cibo degli dei”, con più di 500 nutrienti e livelli altissimi di antiossidanti tra i quali i polifenoli, magnesio e ferro. Purtroppo però molti di questi nutrienti vengono erosi con le lavorazioni a caldo e le eccessive raffinazioni.
Lavoriamo perciò a freddo per due motivi principali: preservare i preziosi nutrienti del cacao e portare al palato dei consumatori delle qualità organolettiche inedite con un gusto molto più intenso rispetto alla controparte tradizionale.
Dall’altra parte, tuttavia, molte persone con un palato ormai industrializzato hanno mangiato così tanti prodotti raffinati che ormai percepiscono come sbagliato e cattivo un sapore deciso, che persiste.
Il nostro motto è “CACAO CRUDO, Modern Pleasure”: piaceri moderni per un nuovo modo di gustare e percepire il cioccolato. Proponiamo perciò un prodotto buono e inedito a livello di gusto ma soprattutto funzionale alla salute; non solo perché non facciamo la tostatura e lavoriamo il cacao a freddo, ma perché utilizziamo il nettare del fiore di cocco come zucchero che è a basso indice glicemico senza mettere altri ingredienti.
Less is more: un buon ingrediente di altissimo livello può essere il protagonista assoluto di un prodotto eccezionale. Con la nostra lavorazione a freddo siamo anche impegnati a scongiurare la formazione della pericolosa e cancerogena tossina acrilammide”.
Questa è anche un’occasione per formare il cliente
“Assolutamente sì. Il nostro lavoro, prima di occuparci della commercializzazione, è curare l’aspetto culturale e lo storytelling del prodotto. Nessuno ha mai pensato al cioccolato come ad un alimento funzionale. Noi abbiamo prodotto un cioccolato altamente efficace da un punto di vista nutrizionale: non a caso lavoriamo con diversi sportivi tra cui olimpionici.
Ad esempio, sosteniamo con i nostri prodotti il lavoro del mitico Alexander Megos, uno dei climber più conosciuti al mondo. Ho creato questa azienda poiché sono stato da sempre un appassionato di cibi di qualità alta e funzionali alla nostra salute.
Ho collaborato nell’ambito dei ristoranti stellati e ho notato che creavano pietanze e cibi buonissimi al palato ma non sempre funzionali alla salute. D’altro canto, chi è specializzato in cibi biologici e mirati al benessere è più predisposto a creare pietanze di alto valore funzionale ma non sempre buoni da gustare.
Noi abbiamo perciò pensato di creare unire il meglio del gusto e della funzionalità. Vogliamo risvegliare la percezione del gusto e rieducare il palato dei consumatori. Non è sempre facile, lo sbaglio è dietro l’angolo ma sicuramente è un fine nobile e sempre più apprezzato da un crescente numero di consumatori.
Un discorso di genetiche, varietà e lavorazioni lente è già iniziato per il caffè che tuttavia gode di un posto più di rilievo nella catena di consumo e che ha dato vita a numerose caffetterie specialty aperte negli ultimi anni. Il cacao invece deve ancora fare molta strada. Non c’è troppa cultura del cacao in Italia né tra i consumatori e nemmeno tra diversi operatori.
Ci sono tuttavia dei gradi nomi, dei pionieri, mi viene in mente Gianluca Franzoni, un luminare fondatore del gruppo Domori, che in Venezuela, ha svolto un grande lavoro di selezione delle genetiche che erano a rischio d’estinzione. È stato un pioniere per la cultura del cioccolato di qualità in Italia e ciò che ha iniziato va continuato.
Il pubblico è ancora chiuso e non sempre è disposto a cambiare mentalità spendendo di più per un prodotto elevato qualitativamente da ogni punto di vista”.
MILANO — Luckin Coffee doppia Starbucks, per numero di locali in Cina, e riafferma la sua leadership ormai indiscussa nel paese del dragone. Secondo le cifre (non revisionate) del bilancio di esercizio diffuso la settimana trascorsa, Luckin ha registrato, nel 2023, 8.034 aperture nette portando il totale di fine anno a 16.248 locali (di cui 10.628 a gestione diretta).
Un numero che fa impallidire i circa 7 mila locali Starbucks operanti in Cina a fine gennaio.
Non è da meno la crescita del fatturato, che lievita dell’87,3% e raggiunge i 24,9 miliardi di yuan, circa 3,5 miliardi di dollari, di cui 17,88 miliardi (2,52 miliardi di dollari) provenienti dai locali a gestione diretta (+82,7%).
Anche le vendite a parità di perimetro confermano un trend positivo, con una crescita del 21%, contro il 20,6% dell’esercizio 2022. La media mensile dei clienti è cresciuta, a sua volta, del 124,1% raggiungendo i 48,4 milioni, contro i 21,6 dell’anno passato.
Un’espansione – quella di Luckin Coffee– che fa leva sull’enorme successo che le caffetterie a marchio continuano a riscuotere a livello planetario e anche in terra cinese, dove il loro numero è cresciuto del 58% raggiugendo le 49.691 unità, stando a un report, aggiornato a dicembre scorso, dell’autorevole World Coffee Portal.
I consumi cinesi hanno sfiorato nel 2022/23 i 3,1 milioni di sacchi (fonte:Ico)
Il solo Brasile ha esportato verso la Cina quasi un milione e mezzo di sacchi nell’anno solare 2023, con un incremento del 278% rispetto al 2022.
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L'accordo tra Lavazza e l'Università di Torino. Al centro Marco Lavazza
Lavazza e Università di Torino hanno siglato un accordo su attività di ricerca, innovazione e formazione, che prevede un investimento del gruppo di 600mila euro in tre anni, in particolar modo sul progetto di sperimentazione Butterfly Area nel nuovo campus Città delle Scienze e dell’Ambiente di Grugliasco. Leggiamo di seguito l’articolo pubblicato sul portale Unito News.
I dettagli dell’accordo tra Lavazza e Università di Torino
TORINO – L’Università di Torino e Lavazza hanno presentato un accordo di collaborazione triennale su ricerca, innovazione e formazione, in particolar modo legato al progetto Butterfly Area, l’area dedicata alla sperimentazione e ricerca tra università e imprese all’interno del nuovo campus della Città delle Scienze e dell’Ambiente di Grugliasco.
Con questa intesa Lavazza e UniTo vogliono individuare nuovi modelli e strategie che consentano di rafforzare il legame con il territorio, anche in termini sociali e culturali, e incentivare l’internazionalizzazione delle attività di ricerca e di formazione.
Nell’ambito specifico della progettualità legata alla Butterfly Area, UniTo e Lavazza stanno lavorando a una roadmap di progetti attivati nel 2023, che si svilupperanno nei prossimi anni e si concentreranno su alcuni dei filoni di interesse reciproco presentati nella fase di avvio di questa collaborazione:
Il futuro del caffè, il caffè del futuro, l’attivazione di progetti di ricerca mirati ad affrontare le sfide del settore del caffè in termini di sostenibilità, valorizzazione della materia prima e innovazione in campo agricolo
Consumo del caffè e impatto sul benessere giovanile, un’indagine approfondita che indaga, tramite un approccio di ricerca interdisciplinare con l’utilizzo delle neuroscienze, la relazione tra componenti del caffè e il benessere del consumatore giovane
Per il 2025, Lavazza e UniTo sono già al lavoro alla progettazione, insieme ad altre aziende dell’ecosistema Butterfly Area, a due ambiziose iniziative:
Coffee HUB – Scuola di Alta formazione, far nascere a Torino un centro di riferimento a livello italiano per studenti e aziende sui temi del caffè
Laba – Laboratorio Tecnologico Alimentare, costruire nella Butterfly Area un laboratorio per imprese e ricercatori con impianti innovativi che – sfruttando tecniche all’avanguardia come il plasma freddo, l’HPP, le radiofrequenze, le microonde – possano essere utilizzati per processare alimenti a livello pilota, consentendo così di valutare a livello produttivo l’applicabilità della tecnologia, l’applicabilità alle diverse matrici, nonché gli effetti sul prodotto finito.
Lavazza collaborerà, inoltre, con UniTo nell’ambito delle attività di placement finalizzate all’inserimento nel mondo del lavoro di studenti e laureati, attraverso momenti di alternanza tra studio e attività pratiche; è disponibile a finanziare posti aggiuntivi di dottorato con programmi di ricerca e borse di studio, assegni di ricerca, nonché a partecipare alla realizzazione di nuovi master universitari.
Lavazza e UniTo collaboreranno per creare sinergia tra il network italiano e internazionale dell’azienda e quello dell’Ateneo, anche organizzando eventi insieme ad altri enti territoriali.
Per l’attuazione delle attività di ricerca, sviluppo, innovazione e didattica, formazione e networking Lavazza investirà 200 mila euro l’anno per tre anni. L’accordo potrà essere rinnovato alla scadenza per equivalente durata con la definizione di un nuovo budget.
Stefano Geuna, rettore dell’Università di Torino: “L’accordo di collaborazione tra Università e Lavazza è un esempio virtuoso di come l’incontro tra ricerca, formazione avanzata e imprese possa produrre un importante valore aggiunto per il territorio. Grazie all’investimento sulla Butterfly Area – che rappresenta il modello più innovativo di fare ricerca scientifica in raccordo con gli altri driver di sviluppo – due eccellenze come l’Ateneo e Lavazza possono unire le risorse e integrare le competenze per far crescere le opportunità di Torino e del Piemonte”.
Geuna aggiunge: “I progetti in cantiere, infatti, consentiranno di sviluppare prodotti certamente competitivi nel settore strategico del food, di potenziare l’internazionalizzazione del nostro distretto produttivo, ma anche di aprire possibilità di formazione ed esperienza didattica qualificata per studentesse e studenti. La strategia è chiara: cogliere i bisogni reali delle aziende, formare le competenze, promuovere l’innovazione di prodotto. Questo accordo conferma premesse e prospettive di tale strategia, che non per caso nasce nel nuovo campus della Città delle Scienze e dell’Ambiente di Grugliasco”.
Marco Lavazza, vicepresidente di Lavazza Group: “L’innovazione è da sempre uno degli asset più importanti per il Gruppo Lavazza, indispensabile per restare competitivi nel mondo del caffè. Per raggiungere i nostri obiettivi preferiamo un approccio aperto, costruendo partnership di alto livello con enti di ricerca esterni. Lavorare con l’Università di Torino ha un doppio vantaggio: da una parte poter accedere alla profonda competenza dei ricercatori, dall’altra sostenere una delle più prestigiose eccellenze accademiche del territorio”.
Cristina Prandi, vice-rettrice per la ricerca delle scienze naturali e agrarie dell’Università di Torino: “Il Gruppo Lavazza è stato, sin dall’inizio, uno dei nostri più importanti sostenitori del progetto Butterfly Area, insieme a oltre 300 aziende del territorio. Come UniTo facciamo tesoro di questo incoraggiamento e, con questo accordo, raccogliamo la sfida per creare a Torino un hub scientifico e di formazione sul caffè e sulle tecnologie alimentari, sfruttando anche la nostra importante rete di centri di ricerca internazionali”.
Fabio Scaltritti, chief R&D Officer di Lavazza Group: “Abbiamo un reparto interno di R&D composto da circa duecento persone, di cui il 70% a Torino nel nostro Innovation Center, ma grazie a questa partnership possiamo collaborare a gruppi di ricerca estesi, e usufruire di competenze e tecnologie a cui altrimenti non riusciremmo ad avere accesso. Le promettenti ricerche che portiamo avanti con l’Università riguardano numerosi ambiti: la sostenibilità, la neuroscienza, la biologia e tanto altro, tutti fondamentali per indagare per il futuro del caffè”.
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