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Il Perù dalla coca al cacao: storia della riconversione

La filiera nata dalla riconversione di territori usati per la cocaina. L’esperienza di 7mila coltivatori peruviani che oggi guadagnano grazie al cacao

sapone
Cabosse di cacao

MILANO – Sono passati dalla coca al cacao. E stanno molto meglio. Sono i 7mila coltivatori peruviani cui si aggiungono altre 28mila persone coinvolte nella filiera nata dalla riconversione di territori nel nord del paese sudamericano, nel quale si concentra il 60% della produzione di cocaina nel mondo.

Santiago Paz Lopez, che lavora con loro, è venuto a raccontarne la storia a Expo2015, ospite di una giornata dedicata da Coop alla cooperazione.

Santiago, che non ha mai lavorato coi narcotrafficanti, spiega che l’argomento più convincente per i suoi attuali soci è stata una semplice analisi costi-benefici: «Prima guadagnavano meglio, è vero. Ma hanno pagato anni di economia illegale con violenza e morte: molti di loro hanno perduto figli, fratelli, genitori, qualcuno l’intera famiglia, e si sono stancati di vivere così. Col cacao non guadagnano le stesse cifre ma riescono a vivere bene, e dormono tranquilli la notte».

I trafficanti non sono riusciti a mettere in atto minacce di ritorsione: l’esercito appoggiato dai volontari delle Rondas Campesinas ha trovato dopo tanti anni un contesto favorevole a liberare la zona.

«Ma io credo che alla fine, contro i narcos il cacao sia stato più efficace dell’esercito». Non c’è stato alcun argomento di tipo culturale in difesa della coca, aggiunge Santiago. «Il legame popolare tradizionale con la coca è più forte in Bolivia che da noi. Con il presidente Morales che ne rivendica la coltivazione apertamente. È vero che anche da noi ci sono piantagioni legali di coca. Ma nessuno si racconta storie Tutti sappiamo che fine fa quel prodotto».

Anche la scelta del cacao è dovuta, come è giusto che sia in economia, a un calcolo. Il commercio equo e la certificazione Fairtrade implicano la garanzia di un prezzo più alto della media.

Ci sono voluti tre anni per la conversione dei terreni. E Santiago, sorridendo, assicura che nel cacao o nello zucchero di canna coltivato dalle cooperative peruviane non ci sono tracce sospette.

È usato da cioccolaterie di lusso e ristoranti a 5 stelle

Peraltro il prodotto è spesso utilizzato in segmenti alti del mercato, da cioccolaterie di lusso a ristoranti a 5 stelle. Altri terreni sono stati utilizzati per lo zucchero di canna, un settore che solo in Italia (dove comunque viene consumato in misura inferiore rispetto alla media europea) è cresciuto del 29%. In un periodo in cui tutti i prodotti alimentari sono calati.

Prima di vendere i prodotti della cooperativa Norandino, Santiago coltivava mango, banane e cacao. Viveva a un’ora di macchina da quei 50mila ettari riconvertiti. Nei quali hanno trovato lavoro anche alcune famiglie delle etnie indigene awajun e huampis.

«Vent’anni fa sinceramente non avrei mai creduto a tutto questo. Pensavo che il narcotraffico fosse un business impossibile da battere. Invece semplicemente non c’erano le informazioni e gli strumenti per capire come si poteva contrastare. Il mondo cambia molto rapidamente. E per sopravvivere bisogna stare attenti e capirlo».

Paolo Mareddu