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CAFFE’ KIMBO – L’azienda campana punta al mercato hotel, bar e ristoranti. E resta l’obiettivo di puntare sui mercati esteri a cominciare dagli Usa

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Il logo Kimbo

NAPOLI – I Rubino, tre fratelli e ‘na tazzulella ‘e cafè, nascono come imprenditori con un piccolo bar nel 1963, nel quartiere Sanità, storico rione di Napoli. E’ da lì che è partita l’avventura del caffè KimboOggi nel mondo del caffè la quota di mercato nazionale di Kimbo è seconda soltanto a Lavazza.

L’azienda campana fattura 170 milioni di euro e negli ultimi due anni l’incremento dei volumi venduti in Italia e all’estero è stato del 20 per cento. Inoltre, c’è una previsione di crescita anche per il 2013.

Rubino: la storia di un’azienda familiare di successo

A marzo compirà mezzo secolo e l’evento è già nel profilo Facebook: «Kimbo 50 bell’e buono». Nello stabilimento di Melito, alle porte di Napoli, sempre quello dall’inizio, lavorano 170 persone.

CARTE DOZIO
HOST

«Tutto il caffè della Kimbo nasce qua, 21 milioni di chili l’anno. Un magazzino a Nola è il deposito di scorte dei caffè acquistati in tutti i paesi della fascia equatoriale di Asia e America, che compongono le nostre miscele».

A parlare è Simone Cavallo, general manager dal luglio 2010

50 anni anche lui, casertano, ingegnere, un’esperienza di lavoro all’estero nel settore dell’hi-tech. In azienda, figli e nipoti giovani, due gruppi familiari, sette società. Sono quindi tre i marchi di produzione: Kimbo, Cosè e Tazza d’oro.

Anche il mondo del caffè, pur avendo criteri di business stabili nel tempo, ha dovuto fare i conti con la crisi che al suo massimo picco, negli anni 2011 e 2012. Per cui ha inciso moltissimo sul potere d’acquisto.

«L’impennata di due anni fa dei prezzi del caffè crudo, e cito gli indici della Borsa di New York, ha fatto schizzare da 130 centesimi a libbra a 300Con un forte impatto sui consumatori e sui produttori, che hanno reagito, questi ultimi, meglio o peggio a seconda degli stock di cui disponevano».

Kimbo ha messo a punto la sua strategia

Guardando soprattutto fuori dall’Italia, dove il caffè espresso, un po’ come è successo per il vino, è diventato un prodotto di moda. Il mercato ha risposto bene se l’export della società rappresenta il 15% del fatturato complessivo. Perciò l’azienda napoletana sta ampliando in modo capillare la propria distribuzione sui mercati strategici come Francia, Gran Bretagna e Germania ma anche oltre l’Europa. Puntando su Usa, Canada, Australia e Sud Africa. Primo mercato è la Francia.

L’accordo di distribuzione con France Boissons (gruppo Heineken)

Grazie ad esso il brand “Kimbo espresso italiano” ha conquistato una posizione di rilievo all’interno del canale “horeca” (alberghi, ristoranti, caffè). E’ oggi servito in più di 11 mila locali. Poi c’è il Regno Unito che, dopo Italia e Francia, è il terzo mercato di riferimento. «In Inghilterra. – dice ancora Cavallo.

– siamo presenti attraverso la consociata Kimbo-Uk, società di distribuzione di bevande per il canale “horeca” fondata a Londra nel 2011. Una vetrina mondiale e un ottimo snodo per noi che siamo già presenti in 30 paesi del mondo».

Non poteva mancare la Cina

Nella terra del tè, Kimbo sta costruendo una piattaforma importante per il caffè espresso alla napoletana con una massiccia campagna di comunicazione. Le linee strategiche della società guardano adesso alla grande distribuzione organizzata.

«Stiamo lavorando per assicurarci una crescita costante lungo tutti i prossimi anni – spiega il manager. – Per esempio nell’anno appena trascorso abbiamo chiuso un importante accordo con Autogrill. Grazie al quale il caffè Kimbo sarà presente su tutte le autostrade nazionali, nelle stazioni e negli aeroporti delle principali città europee. Inoltre nel luglio scorso abbiamo acquisito una società sarda con un suo marchio, La tazza d’oro».

Infine il mercato delle capsule e delle macchine da caffè per gli uffici

«Ci siamo arrivati quattro anni fa e su questa strada cresceremo», spiega Cavallo. Qui, per Kimbo l’obiettivo dichiarato è quello di realizzare una rete di vendita nei prossimi tre anni.

 

Fonte: La Repubblica