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Arianna Peli: ” Essere barista non è un mestiere ma uno stile di vita”

arianna peli

MILANO – In apertura della settimana, l’intervista a Arianna Peli – seconda classificata alla Trismoka Challenge. Nonché premiata da Centrale del Latte per il miglior cappuccino. Riportiamo della bresciana di 26 anni che, dopo una laurea in lingue straniere, ha cambiato strada esplorando il mondo del caffè. Iniziando a lavorare proprio nel ristorante di famiglia: l’Enoteca San Marco di Polaveno, in provincia di Brescia.

Arianna Peli, che cos’è per lei il caffè? Un ricordo, un’abitudine, un tramite?

“Per me il caffè è un momento da dedicare a se stessi, è condivisione e continua scoperta.”

Potrebbe descrivere il suo mestiere?
“Essere barista non è un mestiere ma uno stile di vita.  Bisogna essere allegri ma seri, professionali ma disponibili, empatici ma con la giusta confidenza: insomma, come degli equilibristi che stanno su un filo immaginario.

CARTE DOZIO
FRANKE

Quando ha deciso che il caffè, la cultura del caffè avrebbe potuto essere la sua strada professionale?

“Ne sono rimasta affascinata fin dai primi corsi di caffetteria, dopo aver capito quanto il processo per arrivare alla bevanda che noi consumiamo sia laborioso, lungo e coinvolga moltissime persone. Il momento preciso, però, è stato dopo la mia prima gara di selezione al campionato baristi: le emozioni che ho provato mi hanno fatto capire che valeva la pena proseguire su quella strada.”

E’ stata solo una scelta lavorativa oppure di vita?

“Assolutamente una scelta di vita. Durante gli anni universitari ho iniziato ad appassionarmi a questo mondo e da li ho sentito l’esigenza di specializzarmi ed imparare sempre di più.”

C’è stato un episodio particolare in cui ha pensato di non farcela e perché?

“Probabilmente un giorno sì e un giorno no, soprattutto nei mesi di preparazione alle competizioni. Le difficoltà ci sono, è inutile negarlo. Soprattutto nel mondo della ristorazione dal quale provengo e in cui il caffè spesso non ha la considerazione che merita. Assurdo, quando in realtà è l’ultimo sapore che rimane sul palato al cliente e che, se fatto male, ha la capacità di rovinare anche un’esperienza culinaria sublime.”

Che cosa direbbe a quella se stessa del passato, in difficoltà?

“Le direi di non mollare mai, di credere di più nelle proprie capacità e di trovare sempre la forza per raggiungere i propri obiettivi.”

E invece, alle giovani donne che vogliono essere protagoniste nel settore del caffè?

Osate e abbiate il coraggio di mettervi in gioco sempre. A costo di andare contro tutto e tutti, prima o poi i sacrifici verranno ripagati.”

Pensa che, all’interno del suo ambito professionale, sia stato più difficile come donna, affermarsi?

“Ni, le donne che lavorano nella filiera del caffè sono più di quanto si possa pensare, ma sono ancora in minoranza rispetto agli uomini che rivestono ruoli importanti o si mettono in gioco nelle competizioni. Il fatto che la neo-campionessa mondiale sia una donna, però, fa ben sperare.

Un giorno una persona mi disse che quando una donna si fissa un’obiettivo lo raggiunge molto più velocemente rispetto ad un’uomo.”

Come ha visto evolversi il settore del caffè nel suo ambito specifico professionale?

“All’interno dei ristoranti si iniziano a trovare blend di 100% arabica o addirittura monorigini; alcuni propongono persino la carta dei caffè. Mentre pochi utilizzano metodi di estrazione diversi rispetto alla macchina espresso (siphon, v60, moka). Qualcosa comunque, inizia a cambiare. Ma la strada è ancora lunga.”

Come intende la giornata internazionale del caffè?

“È un’occasione in più per ricordarsi che la vita è troppo breve per bere caffè di scarsa qualità. Ovviamente, per festeggiare, ho preparato un V60 con un nuovo caffè specialty da condividere con la mia famiglia.”

Qual è il tocco femminile che aggiunge qualcosa in più al suo lavoro?
“Precisione e attenzione ai dettagli.”