domenica 18 Gennaio 2026

Lo chef stellato Massimiliano Alajmo: “La cucina italiana patrimonio Unesco è una responsabilità”

Alajmo a Il Nord Est: "Ci sono state contaminazioni che hanno reso la nostra cucina esportabile, facendola parlare e dialogare anche con altre culture. Una commistione che continua ancora oggi: per questo il riconoscimento Unesco è un messaggio di grande bellezza, premia e riconosce l’Italia ma al contempo anche le altre culture

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Massimiliano Alajmo, chef padovano, il più giovane di sempre ad aver ricevuto tre stelle Michelin, parla del riconoscimento della cucina italiana a patrimonio dell’umanità Unesco. Leggiamo di seguito un estratto dell’intervista di Camilla Gargioni per Il Nord Est.

Massimiliano Alajmo sulla cucina italiana a patrimonio Unesco

MILANO – La cucina italiana è patrimonio dell’umanità Unesco, la prima al mondo a essere riconosciuta nella sua interezza. A deliberarlo, all’unanimità, è stato il comitato intergovernativo dell’Unesco, che si è riunito a New Delhi, in India.

Il riconoscimento parla della cucina italiana come una “miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie”: ma, nel concreto, che cosa comporta? Lo abbiamo chiesto a Massimiliano Alajmo, chef padovano, il più giovane di sempre ad aver ricevuto tre stelle Michelin.

Massimiliano Alajmo, che cosa cambia con questo riconoscimento?

“Innanzitutto, è una responsabilità. Più che una coccarda, è una presa di coscienza di ciò che è sono le cucine italiane. Nascono da sottrazione, mancanza, difficoltà: elementi che hanno portato a ingegno e creatività, che a loro volta hanno dato vita a una cultura. Se penso alla nostra terra, alla cultura contadina, ogni regione ha sicuramente lottato in povertà”.

Quindi è un premio a un nostro modo di essere?

“Non solo. Ci sono state contaminazioni che hanno reso la nostra cucina esportabile, facendola parlare e dialogare anche con altre culture. Una commistione che continua ancora oggi: per questo il riconoscimento Unesco è un messaggio di grande bellezza, premia e riconosce l’Italia ma al contempo anche le altre culture”.

Un’esaltazione delle radici, quindi.

“Oggi viviamo di un effetto per il quale la cucina si è impreziosita, ma le sue radici fondano sulla difficoltà, sulla miseria. Ma anche nel poco, non è mai mancato il desiderio di celebrare la tavola, il convivio, di condividere anche il poco. Anzi, di trovare il tanto nel poco”.

Per leggere l’intervista completa basta cliccare qui

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